Inferno

1

1 Nel mezzo del cammin di nostra vita
2 mi ritrovai per una selva oscura,
3 ché la diritta via era smarrita.
4 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
5 esta selva selvaggia e aspra e forte
6 che nel pensier rinova la paura!
7 Tant’ è amara che poco è più morte;
8 ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
9 dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
10 Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
11 tant’ era pien di sonno a quel punto
12 che la verace via abbandonai.
13 Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
14 là dove terminava quella valle
15 che m’avea di paura il cor compunto,
16 guardai in alto e vidi le sue spalle
17 vestite già de’ raggi del pianeta
18 che mena dritto altrui per ogne calle.
19 Allor fu la paura un poco queta,
20 che nel lago del cor m’era durata
21 la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
22 E come quei che con lena affannata,
23 uscito fuor del pelago a la riva,
24 si volge a l’acqua perigliosa e guata,
25 così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
26 si volse a retro a rimirar lo passo
27 che non lasciò già mai persona viva.
28 Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
29 ripresi via per la piaggia diserta,
30 sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
31 Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
32 una lonza leggera e presta molto,
33 che di pel macolato era coverta;
34 e non mi si partia dinanzi al volto,
35 anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
36 ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
37 Temp’ era dal principio del mattino,
38 e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
39 ch’eran con lui quando l’amor divino
40 mosse di prima quelle cose belle;
41 sì ch’a bene sperar m’era cagione
42 di quella fiera a la gaetta pelle
43 l’ora del tempo e la dolce stagione;
44 ma non sì che paura non mi desse
45 la vista che m’apparve d’un leone.
46 Questi parea che contra me venisse
47 con la test’ alta e con rabbiosa fame,
48 sì che parea che l’aere ne tremesse.
49 Ed una lupa, che di tutte brame
50 sembiava carca ne la sua magrezza,
51 e molte genti fé già viver grame,
52 questa mi porse tanto di gravezza
53 con la paura ch’uscia di sua vista,
54 ch’io perdei la speranza de l’altezza.
55 E qual è quei che volontieri acquista,
56 e giugne ’l tempo che perder lo face,
57 che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
58 tal mi fece la bestia sanza pace,
59 che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
60 mi ripigneva là dove ’l sol tace.
61 Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
62 dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63 chi per lungo silenzio parea fioco.
64 Quando vidi costui nel gran diserto,
65 «Miserere di me», gridai a lui,
66 «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
67 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
68 e li parenti miei furon lombardi,
69 mantoani per patrïa ambedui.
70 Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
71 e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
72 nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
73 Poeta fui, e cantai di quel giusto
74 figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75 poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
76 Ma tu perché ritorni a tanta noia?
77 perché non sali il dilettoso monte
78 ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
79 «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
80 che spandi di parlar sì largo fiume?»,
81 rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
82 «O de li altri poeti onore e lume,
83 vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
84 che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
85 Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
86 tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87 lo bello stilo che m’ha fatto onore.
88 Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
89 aiutami da lei, famoso saggio,
90 ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
91 «A te convien tenere altro vïaggio»,
92 rispuose, poi che lagrimar mi vide,
93 «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
94 ché questa bestia, per la qual tu gride,
95 non lascia altrui passar per la sua via,
96 ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
97 e ha natura sì malvagia e ria,
98 che mai non empie la bramosa voglia,
99 e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
100 Molti son li animali a cui s’ammoglia,
101 e più saranno ancora, infin che ’l veltro
102 verrà, che la farà morir con doglia.
103 Questi non ciberà terra né peltro,
104 ma sapïenza, amore e virtute,
105 e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
106 Di quella umile Italia fia salute
107 per cui morì la vergine Cammilla,
108 Eurialo e Turno e Niso di ferute.
109 Questi la caccerà per ogne villa,
110 fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
111 là onde ’nvidia prima dipartilla.
112 Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
113 che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114 e trarrotti di qui per loco etterno;
115 ove udirai le disperate strida,
116 vedrai li antichi spiriti dolenti,
117 ch’a la seconda morte ciascun grida;
118 e vederai color che son contenti
119 nel foco, perché speran di venire
120 quando che sia a le beate genti.
121 A le quai poi se tu vorrai salire,
122 anima fia a ciò più di me degna:
123 con lei ti lascerò nel mio partire;
124 ché quello imperador che là sù regna,
125 perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126 non vuol che ’n sua città per me si vegna.
127 In tutte parti impera e quivi regge;
128 quivi è la sua città e l’alto seggio:
129 oh felice colui cu’ ivi elegge!».
130 E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
131 per quello Dio che tu non conoscesti,
132 acciò ch’io fugga questo male e peggio,
133 che tu mi meni là dov’ or dicesti,
134 sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135 e color cui tu fai cotanto mesti».
136 Allor si mosse, e io li tenni dietro.

2

1 Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
2 toglieva li animai che sono in terra
3 da le fatiche loro; e io sol uno
4 m’apparecchiava a sostener la guerra
5 sì del cammino e sì de la pietate,
6 che ritrarrà la mente che non erra.
7 O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
8 o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
9 qui si parrà la tua nobilitate.
10 Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
11 guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
12 prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
13 Tu dici che di Silvïo il parente,
14 corruttibile ancora, ad immortale
15 secolo andò, e fu sensibilmente.
16 Però, se l’avversario d’ogne male
17 cortese i fu, pensando l’alto effetto
18 ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
19 non pare indegno ad omo d’intelletto;
20 ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
21 ne l’empireo ciel per padre eletto:
22 la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
23 fu stabilita per lo loco santo
24 u’ siede il successor del maggior Piero.
25 Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
26 intese cose che furon cagione
27 di sua vittoria e del papale ammanto.
28 Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
29 per recarne conforto a quella fede
30 ch’è principio a la via di salvazione.
31 Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
32 Io non Enëa, io non Paulo sono;
33 me degno a ciò né io né altri ’l crede.
34 Per che, se del venire io m’abbandono,
35 temo che la venuta non sia folle.
36 Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
37 E qual è quei che disvuol ciò che volle
38 e per novi pensier cangia proposta,
39 sì che dal cominciar tutto si tolle,
40 tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
41 perché, pensando, consumai la ’mpresa
42 che fu nel cominciar cotanto tosta.
43 «S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
44 rispuose del magnanimo quell’ ombra,
45 «l’anima tua è da viltade offesa;
46 la qual molte fïate l’omo ingombra
47 sì che d’onrata impresa lo rivolve,
48 come falso veder bestia quand’ ombra.
49 Da questa tema acciò che tu ti solve,
50 dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
51 nel primo punto che di te mi dolve.
52 Io era tra color che son sospesi,
53 e donna mi chiamò beata e bella,
54 tal che di comandare io la richiesi.
55 Lucevan li occhi suoi più che la stella;
56 e cominciommi a dir soave e piana,
57 con angelica voce, in sua favella:
58 “O anima cortese mantoana,
59 di cui la fama ancor nel mondo dura,
60 e durerà quanto ’l mondo lontana,
61 l’amico mio, e non de la ventura,
62 ne la diserta piaggia è impedito
63 sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
64 e temo che non sia già sì smarrito,
65 ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
66 per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
67 Or movi, e con la tua parola ornata
68 e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
69 l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
70 I’ son Beatrice che ti faccio andare;
71 vegno del loco ove tornar disio;
72 amor mi mosse, che mi fa parlare.
73 Quando sarò dinanzi al segnor mio,
74 di te mi loderò sovente a lui”.
75 Tacette allora, e poi comincia’ io:
76 “O donna di virtù sola per cui
77 l’umana spezie eccede ogne contento
78 di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
79 tanto m’aggrada il tuo comandamento,
80 che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
81 più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
82 Ma dimmi la cagion che non ti guardi
83 de lo scender qua giuso in questo centro
84 de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
85 “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
86 dirotti brievemente”, mi rispuose,
87 “perch’ i’ non temo di venir qua entro.
88 Temer si dee di sole quelle cose
89 c’hanno potenza di fare altrui male;
90 de l’altre no, ché non son paurose.
91 I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
92 che la vostra miseria non mi tange,
93 né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
94 Donna è gentil nel ciel che si compiange
95 di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
96 sì che duro giudicio là sù frange.
97 Questa chiese Lucia in suo dimando
98 e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele
99 di te, e io a te lo raccomando—.
100 Lucia, nimica di ciascun crudele,
101 si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
102 che mi sedea con l’antica Rachele.
103 Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,
104 ché non soccorri quei che t’amò tanto,
105 ch’uscì per te de la volgare schiera?
106 Non odi tu la pieta del suo pianto,
107 non vedi tu la morte che ’l combatte
108 su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.
109 Al mondo non fur mai persone ratte
110 a far lor pro o a fuggir lor danno,
111 com’ io, dopo cotai parole fatte,
112 venni qua giù del mio beato scanno,
113 fidandomi del tuo parlare onesto,
114 ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
115 Poscia che m’ebbe ragionato questo,
116 li occhi lucenti lagrimando volse,
117 per che mi fece del venir più presto.
118 E venni a te così com’ ella volse:
119 d’inanzi a quella fiera ti levai
120 che del bel monte il corto andar ti tolse.
121 Dunque: che è? perché, perché restai,
122 perché tanta viltà nel core allette,
123 perché ardire e franchezza non hai,
124 poscia che tai tre donne benedette
125 curan di te ne la corte del cielo,
126 e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
127 Quali fioretti dal notturno gelo
128 chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
129 si drizzan tutti aperti in loro stelo,
130 tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
131 e tanto buono ardire al cor mi corse,
132 ch’i’ cominciai come persona franca:
133 «Oh pietosa colei che mi soccorse!
134 e te cortese ch’ubidisti tosto
135 a le vere parole che ti porse!
136 Tu m’hai con disiderio il cor disposto
137 sì al venir con le parole tue,
138 ch’i’ son tornato nel primo proposto.
139 Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
140 tu duca, tu segnore e tu maestro».
141 Così li dissi; e poi che mosso fue,
142 intrai per lo cammino alto e silvestro.

3

1 ‘Per me si va ne la città dolente,
2 per me si va ne l’etterno dolore,
3 per me si va tra la perduta gente.
4 Giustizia mosse il mio alto fattore;
5 fecemi la divina podestate,
6 la somma sapïenza e ’l primo amore.
7 Dinanzi a me non fuor cose create
8 se non etterne, e io etterno duro.
9 Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
10 Queste parole di colore oscuro
11 vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
12 per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
13 Ed elli a me, come persona accorta:
14 «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
15 ogne viltà convien che qui sia morta.
16 Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
17 che tu vedrai le genti dolorose
18 c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
19 E poi che la sua mano a la mia puose
20 con lieto volto, ond’ io mi confortai,
21 mi mise dentro a le segrete cose.
22 Quivi sospiri, pianti e alti guai
23 risonavan per l’aere sanza stelle,
24 per ch’io al cominciar ne lagrimai.
25 Diverse lingue, orribili favelle,
26 parole di dolore, accenti d’ira,
27 voci alte e fioche, e suon di man con elle
28 facevano un tumulto, il qual s’aggira
29 sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
30 come la rena quando turbo spira.
31 E io ch’avea d’error la testa cinta,
32 dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
33 e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
34 Ed elli a me: «Questo misero modo
35 tegnon l’anime triste di coloro
36 che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
37 Mischiate sono a quel cattivo coro
38 de li angeli che non furon ribelli
39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
40 Caccianli i ciel per non esser men belli,
41 né lo profondo inferno li riceve,
42 ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
43 E io: «Maestro, che è tanto greve
44 a lor che lamentar li fa sì forte?».
45 Rispuose: «Dicerolti molto breve.
46 Questi non hanno speranza di morte,
47 e la lor cieca vita è tanto bassa,
48 che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
49 Fama di loro il mondo esser non lassa;
50 misericordia e giustizia li sdegna:
51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
52 E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
53 che girando correva tanto ratta,
54 che d’ogne posa mi parea indegna;
55 e dietro le venìa sì lunga tratta
56 di gente, ch’i’ non averei creduto
57 che morte tanta n’avesse disfatta.
58 Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
59 vidi e conobbi l’ombra di colui
60 che fece per viltade il gran rifiuto.
61 Incontanente intesi e certo fui
62 che questa era la setta d’i cattivi,
63 a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
64 Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
65 erano ignudi e stimolati molto
66 da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
67 Elle rigavan lor di sangue il volto,
68 che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
69 da fastidiosi vermi era ricolto.
70 E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
71 vidi genti a la riva d’un gran fiume;
72 per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
73 ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
74 le fa di trapassar parer sì pronte,
75 com’ i’ discerno per lo fioco lume».
76 Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
77 quando noi fermerem li nostri passi
78 su la trista riviera d’Acheronte».
79 Allor con li occhi vergognosi e bassi,
80 temendo no ’l mio dir li fosse grave,
81 infino al fiume del parlar mi trassi.
82 Ed ecco verso noi venir per nave
83 un vecchio, bianco per antico pelo,
84 gridando: «Guai a voi, anime prave!
85 Non isperate mai veder lo cielo:
86 i’ vegno per menarvi a l’altra riva
87 ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
88 E tu che se’ costì, anima viva,
89 pàrtiti da cotesti che son morti».
90 Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
91 disse: «Per altra via, per altri porti
92 verrai a piaggia, non qui, per passare:
93 più lieve legno convien che ti porti».
94 E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
95 vuolsi così colà dove si puote
96 ciò che si vuole, e più non dimandare».
97 Quinci fuor quete le lanose gote
98 al nocchier de la livida palude,
99 che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
100 Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
101 cangiar colore e dibattero i denti,
102 ratto che ’nteser le parole crude.
103 Bestemmiavano Dio e lor parenti,
104 l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
105 di lor semenza e di lor nascimenti.
106 Poi si ritrasser tutte quante insieme,
107 forte piangendo, a la riva malvagia
108 ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
109 Caron dimonio, con occhi di bragia
110 loro accennando, tutte le raccoglie;
111 batte col remo qualunque s’adagia.
112 Come d’autunno si levan le foglie
113 l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
114 vede a la terra tutte le sue spoglie,
115 similemente il mal seme d’Adamo
116 gittansi di quel lito ad una ad una,
117 per cenni come augel per suo richiamo.
118 Così sen vanno su per l’onda bruna,
119 e avanti che sien di là discese,
120 anche di qua nuova schiera s’auna.
121 «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
122 «quelli che muoion ne l’ira di Dio
123 tutti convegnon qui d’ogne paese;
124 e pronti sono a trapassar lo rio,
125 ché la divina giustizia li sprona,
126 sì che la tema si volve in disio.
127 Quinci non passa mai anima buona;
128 e però, se Caron di te si lagna,
129 ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
130 Finito questo, la buia campagna
131 tremò sì forte, che de lo spavento
132 la mente di sudore ancor mi bagna.
133 La terra lagrimosa diede vento,
134 che balenò una luce vermiglia
135 la qual mi vinse ciascun sentimento;
136 e caddi come l’uom cui sonno piglia.

4

1 Ruppemi l’alto sonno ne la testa
2 un greve truono, sì ch’io mi riscossi
3 come persona ch’è per forza desta;
4 e l’occhio riposato intorno mossi,
5 dritto levato, e fiso riguardai
6 per conoscer lo loco dov’ io fossi.
7 Vero è che ’n su la proda mi trovai
8 de la valle d’abisso dolorosa
9 che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
10 Oscura e profonda era e nebulosa
11 tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
12 io non vi discernea alcuna cosa.
13 «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
14 cominciò il poeta tutto smorto.
15 «Io sarò primo, e tu sarai secondo».
16 E io, che del color mi fui accorto,
17 dissi: «Come verrò, se tu paventi
18 che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
19 Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
20 che son qua giù, nel viso mi dipigne
21 quella pietà che tu per tema senti.
22 Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
23 Così si mise e così mi fé intrare
24 nel primo cerchio che l’abisso cigne.
25 Quivi, secondo che per ascoltare,
26 non avea pianto mai che di sospiri
27 che l’aura etterna facevan tremare;
28 ciò avvenia di duol sanza martìri,
29 ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
30 d’infanti e di femmine e di viri.
31 Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
32 che spiriti son questi che tu vedi?
33 Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
34 ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
35 non basta, perché non ebber battesmo,
36 ch’è porta de la fede che tu credi;
37 e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
38 non adorar debitamente a Dio:
39 e di questi cotai son io medesmo.
40 Per tai difetti, non per altro rio,
41 semo perduti, e sol di tanto offesi
42 che sanza speme vivemo in disio».
43 Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
44 però che gente di molto valore
45 conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
46 «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
47 comincia’ io per voler esser certo
48 di quella fede che vince ogne errore:
49 «uscicci mai alcuno, o per suo merto
50 o per altrui, che poi fosse beato?».
51 E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
52 rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
53 quando ci vidi venire un possente,
54 con segno di vittoria coronato.
55 Trasseci l’ombra del primo parente,
56 d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
57 di Moïsè legista e ubidente;
58 Abraàm patrïarca e Davìd re,
59 Israèl con lo padre e co’ suoi nati
60 e con Rachele, per cui tanto fé,
61 e altri molti, e feceli beati.
62 E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
63 spiriti umani non eran salvati».
64 Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
65 ma passavam la selva tuttavia,
66 la selva, dico, di spiriti spessi.
67 Non era lunga ancor la nostra via
68 di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
69 ch’emisperio di tenebre vincia.
70 Di lungi n’eravamo ancora un poco,
71 ma non sì ch’io non discernessi in parte
72 ch’orrevol gente possedea quel loco.
73 «O tu ch’onori scïenzïa e arte,
74 questi chi son c’hanno cotanta onranza,
75 che dal modo de li altri li diparte?».
76 E quelli a me: «L’onrata nominanza
77 che di lor suona sù ne la tua vita,
78 grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
79 Intanto voce fu per me udita:
80 «Onorate l’altissimo poeta;
81 l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
82 Poi che la voce fu restata e queta,
83 vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
84 sembianz’ avevan né trista né lieta.
85 Lo buon maestro cominciò a dire:
86 «Mira colui con quella spada in mano,
87 che vien dinanzi ai tre sì come sire:
88 quelli è Omero poeta sovrano;
89 l’altro è Orazio satiro che vene;
90 Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
91 Però che ciascun meco si convene
92 nel nome che sonò la voce sola,
93 fannomi onore, e di ciò fanno bene».
94 Così vid’ i’ adunar la bella scola
95 di quel segnor de l’altissimo canto
96 che sovra li altri com’ aquila vola.
97 Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
98 volsersi a me con salutevol cenno,
99 e ’l mio maestro sorrise di tanto;
100 e più d’onore ancora assai mi fenno,
101 ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
102 sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
103 Così andammo infino a la lumera,
104 parlando cose che ’l tacere è bello,
105 sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
106 Venimmo al piè d’un nobile castello,
107 sette volte cerchiato d’alte mura,
108 difeso intorno d’un bel fiumicello.
109 Questo passammo come terra dura;
110 per sette porte intrai con questi savi:
111 giugnemmo in prato di fresca verdura.
112 Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
113 di grande autorità ne’ lor sembianti:
114 parlavan rado, con voci soavi.
115 Traemmoci così da l’un de’ canti,
116 in loco aperto, luminoso e alto,
117 sì che veder si potien tutti quanti.
118 Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
119 mi fuor mostrati li spiriti magni,
120 che del vedere in me stesso m’essalto.
121 I’ vidi Eletra con molti compagni,
122 tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
123 Cesare armato con li occhi grifagni.
124 Vidi Cammilla e la Pantasilea;
125 da l’altra parte vidi ’l re Latino
126 che con Lavina sua figlia sedea.
127 Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
128 Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
129 e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
130 Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
131 vidi ’l maestro di color che sanno
132 seder tra filosofica famiglia.
133 Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
134 quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
135 che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
136 Democrito che ’l mondo a caso pone,
137 Dïogenès, Anassagora e Tale,
138 Empedoclès, Eraclito e Zenone;
139 e vidi il buono accoglitor del quale,
140 Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
141 Tulïo e Lino e Seneca morale;
142 Euclide geomètra e Tolomeo,
143 Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
144 Averoìs, che ’l gran comento feo.
145 Io non posso ritrar di tutti a pieno,
146 però che sì mi caccia il lungo tema,
147 che molte volte al fatto il dir vien meno.
148 La sesta compagnia in due si scema:
149 per altra via mi mena il savio duca,
150 fuor de la queta, ne l’aura che trema.
151 E vegno in parte ove non è che luca.

5

1 Così discesi del cerchio primaio
2 giù nel secondo, che men loco cinghia
3 e tanto più dolor, che punge a guaio.
4 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
5 essamina le colpe ne l’intrata;
6 giudica e manda secondo ch’avvinghia.
7 Dico che quando l’anima mal nata
8 li vien dinanzi, tutta si confessa;
9 e quel conoscitor de le peccata
10 vede qual loco d’inferno è da essa;
11 cignesi con la coda tante volte
12 quantunque gradi vuol che giù sia messa.
13 Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
14 vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
15 dicono e odono e poi son giù volte.
16 «O tu che vieni al doloroso ospizio»,
17 disse Minòs a me quando mi vide,
18 lasciando l’atto di cotanto offizio,
19 «guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
20 non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
21 E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
22 Non impedir lo suo fatale andare:
23 vuolsi così colà dove si puote
24 ciò che si vuole, e più non dimandare».
25 Or incomincian le dolenti note
26 a farmisi sentire; or son venuto
27 là dove molto pianto mi percuote.
28 Io venni in loco d’ogne luce muto,
29 che mugghia come fa mar per tempesta,
30 se da contrari venti è combattuto.
31 La bufera infernal, che mai non resta,
32 mena li spirti con la sua rapina;
33 voltando e percotendo li molesta.
34 Quando giungon davanti a la ruina,
35 quivi le strida, il compianto, il lamento;
36 bestemmian quivi la virtù divina.
37 Intesi ch’a così fatto tormento
38 enno dannati i peccator carnali,
39 che la ragion sommettono al talento.
40 E come li stornei ne portan l’ali
41 nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
42 così quel fiato li spiriti mali
43 di qua, di là, di giù, di sù li mena;
44 nulla speranza li conforta mai,
45 non che di posa, ma di minor pena.
46 E come i gru van cantando lor lai,
47 faccendo in aere di sé lunga riga,
48 così vid’ io venir, traendo guai,
49 ombre portate da la detta briga;
50 per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
51 genti che l’aura nera sì gastiga?».
52 «La prima di color di cui novelle
53 tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
54 «fu imperadrice di molte favelle.
55 A vizio di lussuria fu sì rotta,
56 che libito fé licito in sua legge,
57 per tòrre il biasmo in che era condotta.
58 Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
59 che succedette a Nino e fu sua sposa:
60 tenne la terra che ’l Soldan corregge.
61 L’altra è colei che s’ancise amorosa,
62 e ruppe fede al cener di Sicheo;
63 poi è Cleopatràs lussurïosa.
64 Elena vedi, per cui tanto reo
65 tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
66 che con amore al fine combatteo.
67 Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
68 ombre mostrommi e nominommi a dito,
69 ch’amor di nostra vita dipartille.
70 Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
71 nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
73 I’ cominciai: «Poeta, volontieri
74 parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
75 e paion sì al vento esser leggeri».
76 Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
77 più presso a noi; e tu allor li priega
78 per quello amor che i mena, ed ei verranno».
79 Sì tosto come il vento a noi li piega,
80 mossi la voce: «O anime affannate,
81 venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
82 Quali colombe dal disio chiamate
83 con l’ali alzate e ferme al dolce nido
84 vegnon per l’aere, dal voler portate;
85 cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
86 a noi venendo per l’aere maligno,
87 sì forte fu l’affettüoso grido.
88 «O animal grazïoso e benigno
89 che visitando vai per l’aere perso
90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
91 se fosse amico il re de l’universo,
92 noi pregheremmo lui de la tua pace,
93 poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
94 Di quel che udire e che parlar vi piace,
95 noi udiremo e parleremo a voi,
96 mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
97 Siede la terra dove nata fui
98 su la marina dove ’l Po discende
99 per aver pace co’ seguaci sui.
100 Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
101 prese costui de la bella persona
102 che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
103 Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
104 mi prese del costui piacer sì forte,
105 che, come vedi, ancor non m’abbandona.
106 Amor condusse noi ad una morte.
107 Caina attende chi a vita ci spense».
108 Queste parole da lor ci fuor porte.
109 Quand’ io intesi quell’ anime offense,
110 china’ il viso, e tanto il tenni basso,
111 fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
112 Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
113 quanti dolci pensier, quanto disio
114 menò costoro al doloroso passo!».
115 Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
116 e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
117 a lagrimar mi fanno tristo e pio.
118 Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
119 a che e come concedette amore
120 che conosceste i dubbiosi disiri?».
121 E quella a me: «Nessun maggior dolore
122 che ricordarsi del tempo felice
123 ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
124 Ma s’a conoscer la prima radice
125 del nostro amor tu hai cotanto affetto,
126 dirò come colui che piange e dice.
127 Noi leggiavamo un giorno per diletto
128 di Lancialotto come amor lo strinse;
129 soli eravamo e sanza alcun sospetto.
130 Per più fïate li occhi ci sospinse
131 quella lettura, e scolorocci il viso;
132 ma solo un punto fu quel che ci vinse.
133 Quando leggemmo il disïato riso
134 esser basciato da cotanto amante,
135 questi, che mai da me non fia diviso,
136 la bocca mi basciò tutto tremante.
137 Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
138 quel giorno più non vi leggemmo avante».
139 Mentre che l’uno spirto questo disse,
140 l’altro piangëa; sì che di pietade
141 io venni men così com’ io morisse.
142 E caddi come corpo morto cade.

6

1 Al tornar de la mente, che si chiuse
2 dinanzi a la pietà d’i due cognati,
3 che di trestizia tutto mi confuse,
4 novi tormenti e novi tormentati
5 mi veggio intorno, come ch’io mi mova
6 e ch’io mi volga, e come che io guati.
7 Io sono al terzo cerchio, de la piova
8 etterna, maladetta, fredda e greve;
9 regola e qualità mai non l’è nova.
10 Grandine grossa, acqua tinta e neve
11 per l’aere tenebroso si riversa;
12 pute la terra che questo riceve.
13 Cerbero, fiera crudele e diversa,
14 con tre gole caninamente latra
15 sovra la gente che quivi è sommersa.
16 Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
17 e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
18 graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
19 Urlar li fa la pioggia come cani;
20 de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
21 volgonsi spesso i miseri profani.
22 Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
23 le bocche aperse e mostrocci le sanne;
24 non avea membro che tenesse fermo.
25 E ’l duca mio distese le sue spanne,
26 prese la terra, e con piene le pugna
27 la gittò dentro a le bramose canne.
28 Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
29 e si racqueta poi che ’l pasto morde,
30 ché solo a divorarlo intende e pugna,
31 cotai si fecer quelle facce lorde
32 de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
33 l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
34 Noi passavam su per l’ombre che adona
35 la greve pioggia, e ponavam le piante
36 sovra lor vanità che par persona.
37 Elle giacean per terra tutte quante,
38 fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
39 ch’ella ci vide passarsi davante.
40 «O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
41 mi disse, «riconoscimi, se sai:
42 tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
43 E io a lui: «L’angoscia che tu hai
44 forse ti tira fuor de la mia mente,
45 sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
46 Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
47 loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
48 che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
49 Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
50 d’invidia sì che già trabocca il sacco,
51 seco mi tenne in la vita serena.
52 Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
53 per la dannosa colpa de la gola,
54 come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
55 E io anima trista non son sola,
56 ché tutte queste a simil pena stanno
57 per simil colpa». E più non fé parola.
58 Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
59 mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
60 ma dimmi, se tu sai, a che verranno
61 li cittadin de la città partita;
62 s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
63 per che l’ha tanta discordia assalita».
64 E quelli a me: «Dopo lunga tencione
65 verranno al sangue, e la parte selvaggia
66 caccerà l’altra con molta offensione.
67 Poi appresso convien che questa caggia
68 infra tre soli, e che l’altra sormonti
69 con la forza di tal che testé piaggia.
70 Alte terrà lungo tempo le fronti,
71 tenendo l’altra sotto gravi pesi,
72 come che di ciò pianga o che n’aonti.
73 Giusti son due, e non vi sono intesi;
74 superbia, invidia e avarizia sono
75 le tre faville c’hanno i cuori accesi».
76 Qui puose fine al lagrimabil suono.
77 E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
78 e che di più parlar mi facci dono.
79 Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
80 Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
81 e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
82 dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
83 ché gran disio mi stringe di savere
84 se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
85 E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
86 diverse colpe giù li grava al fondo:
87 se tanto scendi, là i potrai vedere.
88 Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
89 priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
90 più non ti dico e più non ti rispondo».
91 Li diritti occhi torse allora in biechi;
92 guardommi un poco e poi chinò la testa:
93 cadde con essa a par de li altri ciechi.
94 E ’l duca disse a me: «Più non si desta
95 di qua dal suon de l’angelica tromba,
96 quando verrà la nimica podesta:
97 ciascun rivederà la trista tomba,
98 ripiglierà sua carne e sua figura,
99 udirà quel ch’in etterno rimbomba».
100 Sì trapassammo per sozza mistura
101 de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
102 toccando un poco la vita futura;
103 per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
104 crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
105 o fier minori, o saran sì cocenti?».
106 Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
107 che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
108 più senta il bene, e così la doglienza.
109 Tutto che questa gente maladetta
110 in vera perfezion già mai non vada,
111 di là più che di qua essere aspetta».
112 Noi aggirammo a tondo quella strada,
113 parlando più assai ch’i’ non ridico;
114 venimmo al punto dove si digrada:
115 quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

7

1 «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
2 cominciò Pluto con la voce chioccia;
3 e quel savio gentil, che tutto seppe,
4 disse per confortarmi: «Non ti noccia
5 la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
6 non ci torrà lo scender questa roccia».
7 Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
8 e disse: «Taci, maladetto lupo!
9 consuma dentro te con la tua rabbia.
10 Non è sanza cagion l’andare al cupo:
11 vuolsi ne l’alto, là dove Michele
12 fé la vendetta del superbo strupo».
13 Quali dal vento le gonfiate vele
14 caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
15 tal cadde a terra la fiera crudele.
16 Così scendemmo ne la quarta lacca,
17 pigliando più de la dolente ripa
18 che ’l mal de l’universo tutto insacca.
19 Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
20 nove travaglie e pene quant’ io viddi?
21 e perché nostra colpa sì ne scipa?
22 Come fa l’onda là sovra Cariddi,
23 che si frange con quella in cui s’intoppa,
24 così convien che qui la gente riddi.
25 Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
26 e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
27 voltando pesi per forza di poppa.
28 Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
29 si rivolgea ciascun, voltando a retro,
30 gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
31 Così tornavan per lo cerchio tetro
32 da ogne mano a l’opposito punto,
33 gridandosi anche loro ontoso metro;
34 poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
35 per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
36 E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
37 dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
38 che gente è questa, e se tutti fuor cherci
39 questi chercuti a la sinistra nostra».
40 Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
41 sì de la mente in la vita primaia,
42 che con misura nullo spendio ferci.
43 Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
44 quando vegnono a’ due punti del cerchio
45 dove colpa contraria li dispaia.
46 Questi fuor cherci, che non han coperchio
47 piloso al capo, e papi e cardinali,
48 in cui usa avarizia il suo soperchio».
49 E io: «Maestro, tra questi cotali
50 dovre’ io ben riconoscere alcuni
51 che furo immondi di cotesti mali».
52 Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
53 la sconoscente vita che i fé sozzi,
54 ad ogne conoscenza or li fa bruni.
55 In etterno verranno a li due cozzi:
56 questi resurgeranno del sepulcro
57 col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
58 Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
59 ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
60 qual ella sia, parole non ci appulcro.
61 Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
62 d’i ben che son commessi a la fortuna,
63 per che l’umana gente si rabbuffa;
64 ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
65 e che già fu, di quest’ anime stanche
66 non poterebbe farne posare una».
67 «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
68 questa fortuna di che tu mi tocche,
69 che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
70 E quelli a me: «Oh creature sciocche,
71 quanta ignoranza è quella che v’offende!
72 Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
73 Colui lo cui saver tutto trascende,
74 fece li cieli e diè lor chi conduce
75 sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
76 distribuendo igualmente la luce.
77 Similemente a li splendor mondani
78 ordinò general ministra e duce
79 che permutasse a tempo li ben vani
80 di gente in gente e d’uno in altro sangue,
81 oltre la difension d’i senni umani;
82 per ch’una gente impera e l’altra langue,
83 seguendo lo giudicio di costei,
84 che è occulto come in erba l’angue.
85 Vostro saver non ha contasto a lei:
86 questa provede, giudica, e persegue
87 suo regno come il loro li altri dèi.
88 Le sue permutazion non hanno triegue:
89 necessità la fa esser veloce;
90 sì spesso vien chi vicenda consegue.
91 Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
92 pur da color che le dovrien dar lode,
93 dandole biasmo a torto e mala voce;
94 ma ella s’è beata e ciò non ode:
95 con l’altre prime creature lieta
96 volve sua spera e beata si gode.
97 Or discendiamo omai a maggior pieta;
98 già ogne stella cade che saliva
99 quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
100 Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
101 sovr’ una fonte che bolle e riversa
102 per un fossato che da lei deriva.
103 L’acqua era buia assai più che persa;
104 e noi, in compagnia de l’onde bige,
105 intrammo giù per una via diversa.
106 In la palude va c’ha nome Stige
107 questo tristo ruscel, quand’ è disceso
108 al piè de le maligne piagge grige.
109 E io, che di mirare stava inteso,
110 vidi genti fangose in quel pantano,
111 ignude tutte, con sembiante offeso.
112 Queste si percotean non pur con mano,
113 ma con la testa e col petto e coi piedi,
114 troncandosi co’ denti a brano a brano.
115 Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
116 l’anime di color cui vinse l’ira;
117 e anche vo’ che tu per certo credi
118 che sotto l’acqua è gente che sospira,
119 e fanno pullular quest’ acqua al summo,
120 come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
121 Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
122 ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
123 portando dentro accidïoso fummo:
124 or ci attristiam ne la belletta negra”.
125 Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
126 ché dir nol posson con parola integra».
127 Così girammo de la lorda pozza
128 grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
129 con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
130 Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

8

1 Io dico, seguitando, ch’assai prima
2 che noi fossimo al piè de l’alta torre,
3 li occhi nostri n’andar suso a la cima
4 per due fiammette che i vedemmo porre,
5 e un’altra da lungi render cenno,
6 tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
7 E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
8 dissi: «Questo che dice? e che risponde
9 quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
10 Ed elli a me: «Su per le sucide onde
11 già scorgere puoi quello che s’aspetta,
12 se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
13 Corda non pinse mai da sé saetta
14 che sì corresse via per l’aere snella,
15 com’ io vidi una nave piccioletta
16 venir per l’acqua verso noi in quella,
17 sotto ’l governo d’un sol galeoto,
18 che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
19 «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
20 disse lo mio segnore, «a questa volta:
21 più non ci avrai che sol passando il loto».
22 Qual è colui che grande inganno ascolta
23 che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
24 fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
25 Lo duca mio discese ne la barca,
26 e poi mi fece intrare appresso lui;
27 e sol quand’ io fui dentro parve carca.
28 Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
29 segando se ne va l’antica prora
30 de l’acqua più che non suol con altrui.
31 Mentre noi corravam la morta gora,
32 dinanzi mi si fece un pien di fango,
33 e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
34 E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
35 ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
36 Rispuose: «Vedi che son un che piango».
37 E io a lui: «Con piangere e con lutto,
38 spirito maladetto, ti rimani;
39 ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
40 Allor distese al legno ambo le mani;
41 per che ’l maestro accorto lo sospinse,
42 dicendo: «Via costà con li altri cani!».
43 Lo collo poi con le braccia mi cinse;
44 basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
45 benedetta colei che ’n te s’incinse!
46 Quei fu al mondo persona orgogliosa;
47 bontà non è che sua memoria fregi:
48 così s’è l’ombra sua qui furïosa.
49 Quanti si tegnon or là sù gran regi
50 che qui staranno come porci in brago,
51 di sé lasciando orribili dispregi!».
52 E io: «Maestro, molto sarei vago
53 di vederlo attuffare in questa broda
54 prima che noi uscissimo del lago».
55 Ed elli a me: «Avante che la proda
56 ti si lasci veder, tu sarai sazio:
57 di tal disïo convien che tu goda».
58 Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
59 far di costui a le fangose genti,
60 che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
61 Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
62 e ’l fiorentino spirito bizzarro
63 in sé medesmo si volvea co’ denti.
64 Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
65 ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
66 per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
67 Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
68 s’appressa la città c’ha nome Dite,
69 coi gravi cittadin, col grande stuolo».
70 E io: «Maestro, già le sue meschite
71 là entro certe ne la valle cerno,
72 vermiglie come se di foco uscite
73 fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
74 ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
75 come tu vedi in questo basso inferno».
76 Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
77 che vallan quella terra sconsolata:
78 le mura mi parean che ferro fosse.
79 Non sanza prima far grande aggirata,
80 venimmo in parte dove il nocchier forte
81 «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
82 Io vidi più di mille in su le porte
83 da ciel piovuti, che stizzosamente
84 dicean: «Chi è costui che sanza morte
85 va per lo regno de la morta gente?».
86 E ’l savio mio maestro fece segno
87 di voler lor parlar segretamente.
88 Allor chiusero un poco il gran disdegno
89 e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
90 che sì ardito intrò per questo regno.
91 Sol si ritorni per la folle strada:
92 pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
93 che li ha’ iscorta sì buia contrada».
94 Pensa, lettor, se io mi sconfortai
95 nel suon de le parole maladette,
96 ché non credetti ritornarci mai.
97 «O caro duca mio, che più di sette
98 volte m’hai sicurtà renduta e tratto
99 d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
100 non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
101 e se ’l passar più oltre ci è negato,
102 ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
103 E quel segnor che lì m’avea menato,
104 mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
105 non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
106 Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
107 conforta e ciba di speranza buona,
108 ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
109 Così sen va, e quivi m’abbandona
110 lo dolce padre, e io rimagno in forse,
111 che sì e no nel capo mi tenciona.
112 Udir non potti quello ch’a lor porse;
113 ma ei non stette là con essi guari,
114 che ciascun dentro a pruova si ricorse.
115 Chiuser le porte que’ nostri avversari
116 nel petto al mio segnor, che fuor rimase
117 e rivolsesi a me con passi rari.
118 Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
119 d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
120 «Chi m’ha negate le dolenti case!».
121 E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
122 non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
123 qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
124 Questa lor tracotanza non è nova;
125 ché già l’usaro a men segreta porta,
126 la qual sanza serrame ancor si trova.
127 Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
128 e già di qua da lei discende l’erta,
129 passando per li cerchi sanza scorta,
130 tal che per lui ne fia la terra aperta».

9

1 Quel color che viltà di fuor mi pinse
2 veggendo il duca mio tornare in volta,
3 più tosto dentro il suo novo ristrinse.
4 Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
5 ché l’occhio nol potea menare a lunga
6 per l’aere nero e per la nebbia folta.
7 «Pur a noi converrà vincer la punga»,
8 cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
9 Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
10 I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
11 lo cominciar con l’altro che poi venne,
12 che fur parole a le prime diverse;
13 ma nondimen paura il suo dir dienne,
14 perch’ io traeva la parola tronca
15 forse a peggior sentenzia che non tenne.
16 «In questo fondo de la trista conca
17 discende mai alcun del primo grado,
18 che sol per pena ha la speranza cionca?».
19 Questa question fec’ io; e quei «Di rado
20 incontra», mi rispuose, «che di noi
21 faccia il cammino alcun per qual io vado.
22 Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
23 congiurato da quella Eritón cruda
24 che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
25 Di poco era di me la carne nuda,
26 ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
27 per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
28 Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
29 e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
30 ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
31 Questa palude che ’l gran puzzo spira
32 cigne dintorno la città dolente,
33 u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
34 E altro disse, ma non l’ho a mente;
35 però che l’occhio m’avea tutto tratto
36 ver’ l’alta torre a la cima rovente,
37 dove in un punto furon dritte ratto
38 tre furïe infernal di sangue tinte,
39 che membra feminine avieno e atto,
40 e con idre verdissime eran cinte;
41 serpentelli e ceraste avien per crine,
42 onde le fiere tempie erano avvinte.
43 E quei, che ben conobbe le meschine
44 de la regina de l’etterno pianto,
45 «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
46 Quest’ è Megera dal sinistro canto;
47 quella che piange dal destro è Aletto;
48 Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
49 Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
50 battiensi a palme e gridavan sì alto,
51 ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
52 «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
53 dicevan tutte riguardando in giuso;
54 «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
55 «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
56 ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
57 nulla sarebbe di tornar mai suso».
58 Così disse ’l maestro; ed elli stessi
59 mi volse, e non si tenne a le mie mani,
60 che con le sue ancor non mi chiudessi.
61 O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
62 mirate la dottrina che s’asconde
63 sotto ’l velame de li versi strani.
64 E già venìa su per le torbide onde
65 un fracasso d’un suon, pien di spavento,
66 per cui tremavano amendue le sponde,
67 non altrimenti fatto che d’un vento
68 impetüoso per li avversi ardori,
69 che fier la selva e sanz’ alcun rattento
70 li rami schianta, abbatte e porta fori;
71 dinanzi polveroso va superbo,
72 e fa fuggir le fiere e li pastori.
73 Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
74 del viso su per quella schiuma antica
75 per indi ove quel fummo è più acerbo».
76 Come le rane innanzi a la nimica
77 biscia per l’acqua si dileguan tutte,
78 fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
79 vid’ io più di mille anime distrutte
80 fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
81 passava Stige con le piante asciutte.
82 Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
83 menando la sinistra innanzi spesso;
84 e sol di quell’ angoscia parea lasso.
85 Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
86 e volsimi al maestro; e quei fé segno
87 ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
88 Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
89 Venne a la porta e con una verghetta
90 l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
91 «O cacciati del ciel, gente dispetta»,
92 cominciò elli in su l’orribil soglia,
93 «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
94 Perché recalcitrate a quella voglia
95 a cui non puote il fin mai esser mozzo,
96 e che più volte v’ha cresciuta doglia?
97 Che giova ne le fata dar di cozzo?
98 Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
99 ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
100 Poi si rivolse per la strada lorda,
101 e non fé motto a noi, ma fé sembiante
102 d’omo cui altra cura stringa e morda
103 che quella di colui che li è davante;
104 e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
105 sicuri appresso le parole sante.
106 Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;
107 e io, ch’avea di riguardar disio
108 la condizion che tal fortezza serra,
109 com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
110 e veggio ad ogne man grande campagna,
111 piena di duolo e di tormento rio.
112 Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
113 sì com’ a Pola, presso del Carnaro
114 ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
115 fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
116 così facevan quivi d’ogne parte,
117 salvo che ’l modo v’era più amaro;
118 ché tra li avelli fiamme erano sparte,
119 per le quali eran sì del tutto accesi,
120 che ferro più non chiede verun’ arte.
121 Tutti li lor coperchi eran sospesi,
122 e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
123 che ben parean di miseri e d’offesi.
124 E io: «Maestro, quai son quelle genti
125 che, seppellite dentro da quell’ arche,
126 si fan sentir coi sospiri dolenti?».
127 E quelli a me: «Qui son li eresïarche
128 con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
129 più che non credi son le tombe carche.
130 Simile qui con simile è sepolto,
131 e i monimenti son più e men caldi».
132 E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
133 passammo tra i martìri e li alti spaldi.

10

1 Ora sen va per un secreto calle,
2 tra ’l muro de la terra e li martìri,
3 lo mio maestro, e io dopo le spalle.
4 «O virtù somma, che per li empi giri
5 mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
6 parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
7 La gente che per li sepolcri giace
8 potrebbesi veder? già son levati
9 tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
10 E quelli a me: «Tutti saran serrati
11 quando di Iosafàt qui torneranno
12 coi corpi che là sù hanno lasciati.
13 Suo cimitero da questa parte hanno
14 con Epicuro tutti suoi seguaci,
15 che l’anima col corpo morta fanno.
16 Però a la dimanda che mi faci
17 quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
18 e al disio ancor che tu mi taci».
19 E io: «Buon duca, non tegno riposto
20 a te mio cuor se non per dicer poco,
21 e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
22 «O Tosco che per la città del foco
23 vivo ten vai così parlando onesto,
24 piacciati di restare in questo loco.
25 La tua loquela ti fa manifesto
26 di quella nobil patrïa natio,
27 a la qual forse fui troppo molesto».
28 Subitamente questo suono uscìo
29 d’una de l’arche; però m’accostai,
30 temendo, un poco più al duca mio.
31 Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
32 Vedi là Farinata che s’è dritto:
33 da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
34 Io avea già il mio viso nel suo fitto;
35 ed el s’ergea col petto e con la fronte
36 com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
37 E l’animose man del duca e pronte
38 mi pinser tra le sepulture a lui,
39 dicendo: «Le parole tue sien conte».
40 Com’ io al piè de la sua tomba fui,
41 guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
42 mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
43 Io ch’era d’ubidir disideroso,
44 non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
45 ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
46 poi disse: «Fieramente furo avversi
47 a me e a miei primi e a mia parte,
48 sì che per due fïate li dispersi».
49 «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
50 rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
51 ma i vostri non appreser ben quell’ arte».
52 Allor surse a la vista scoperchiata
53 un’ombra, lungo questa, infino al mento:
54 credo che s’era in ginocchie levata.
55 Dintorno mi guardò, come talento
56 avesse di veder s’altri era meco;
57 e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
58 piangendo disse: «Se per questo cieco
59 carcere vai per altezza d’ingegno,
60 mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
61 E io a lui: «Da me stesso non vegno:
62 colui ch’attende là, per qui mi mena
63 forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
64 Le sue parole e ’l modo de la pena
65 m’avean di costui già letto il nome;
66 però fu la risposta così piena.
67 Di sùbito drizzato gridò: «Come?
68 dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
69 non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
70 Quando s’accorse d’alcuna dimora
71 ch’io facëa dinanzi a la risposta,
72 supin ricadde e più non parve fora.
73 Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
74 restato m’era, non mutò aspetto,
75 né mosse collo, né piegò sua costa;
76 e sé continüando al primo detto,
77 «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
78 ciò mi tormenta più che questo letto.
79 Ma non cinquanta volte fia raccesa
80 la faccia de la donna che qui regge,
81 che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
82 E se tu mai nel dolce mondo regge,
83 dimmi: perché quel popolo è sì empio
84 incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
85 Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
86 che fece l’Arbia colorata in rosso,
87 tal orazion fa far nel nostro tempio».
88 Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
89 «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
90 sanza cagion con li altri sarei mosso.
91 Ma fu’ io solo, là dove sofferto
92 fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
93 colui che la difesi a viso aperto».
94 «Deh, se riposi mai vostra semenza»,
95 prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
96 che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
97 El par che voi veggiate, se ben odo,
98 dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
99 e nel presente tenete altro modo».
100 «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
101 le cose», disse, «che ne son lontano;
102 cotanto ancor ne splende il sommo duce.
103 Quando s’appressano o son, tutto è vano
104 nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
105 nulla sapem di vostro stato umano.
106 Però comprender puoi che tutta morta
107 fia nostra conoscenza da quel punto
108 che del futuro fia chiusa la porta».
109 Allor, come di mia colpa compunto,
110 dissi: «Or direte dunque a quel caduto
111 che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
112 e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
113 fate i saper che ’l fei perché pensava
114 già ne l’error che m’avete soluto».
115 E già ’l maestro mio mi richiamava;
116 per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
117 che mi dicesse chi con lu’ istava.
118 Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
119 qua dentro è ’l secondo Federico
120 e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
121 Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
122 poeta volsi i passi, ripensando
123 a quel parlar che mi parea nemico.
124 Elli si mosse; e poi, così andando,
125 mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
126 E io li sodisfeci al suo dimando.
127 «La mente tua conservi quel ch’udito
128 hai contra te», mi comandò quel saggio;
129 «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
130 «quando sarai dinanzi al dolce raggio
131 di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
132 da lei saprai di tua vita il vïaggio».
133 Appresso mosse a man sinistra il piede:
134 lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
135 per un sentier ch’a una valle fiede,
136 che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

11

1 In su l’estremità d’un’alta ripa
2 che facevan gran pietre rotte in cerchio,
3 venimmo sopra più crudele stipa;
4 e quivi, per l’orribile soperchio
5 del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
6 ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
7 d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
8 che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
9 lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
10 «Lo nostro scender conviene esser tardo,
11 sì che s’ausi un poco in prima il senso
12 al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
13 Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,
14 dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
15 perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
16 «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
17 cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
18 di grado in grado, come que’ che lassi.
19 Tutti son pien di spirti maladetti;
20 ma perché poi ti basti pur la vista,
21 intendi come e perché son costretti.
22 D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
23 ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
24 o con forza o con frode altrui contrista.
25 Ma perché frode è de l’uom proprio male,
26 più spiace a Dio; e però stan di sotto
27 li frodolenti, e più dolor li assale.
28 Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
29 ma perché si fa forza a tre persone,
30 in tre gironi è distinto e costrutto.
31 A Dio, a sé, al prossimo si pòne
32 far forza, dico in loro e in lor cose,
33 come udirai con aperta ragione.
34 Morte per forza e ferute dogliose
35 nel prossimo si danno, e nel suo avere
36 ruine, incendi e tollette dannose;
37 onde omicide e ciascun che mal fiere,
38 guastatori e predon, tutti tormenta
39 lo giron primo per diverse schiere.
40 Puote omo avere in sé man vïolenta
41 e ne’ suoi beni; e però nel secondo
42 giron convien che sanza pro si penta
43 qualunque priva sé del vostro mondo,
44 biscazza e fonde la sua facultade,
45 e piange là dov’ esser de’ giocondo.
46 Puossi far forza ne la deïtade,
47 col cor negando e bestemmiando quella,
48 e spregiando natura e sua bontade;
49 e però lo minor giron suggella
50 del segno suo e Soddoma e Caorsa
51 e chi, spregiando Dio col cor, favella.
52 La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
53 può l’omo usare in colui che ’n lui fida
54 e in quel che fidanza non imborsa.
55 Questo modo di retro par ch’incida
56 pur lo vinco d’amor che fa natura;
57 onde nel cerchio secondo s’annida
58 ipocresia, lusinghe e chi affattura,
59 falsità, ladroneccio e simonia,
60 ruffian, baratti e simile lordura.
61 Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
62 che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
63 di che la fede spezïal si cria;
64 onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto
65 de l’universo in su che Dite siede,
66 qualunque trade in etterno è consunto».
67 E io: «Maestro, assai chiara procede
68 la tua ragione, e assai ben distingue
69 questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
70 Ma dimmi: quei de la palude pingue,
71 che mena il vento, e che batte la pioggia,
72 e che s’incontran con sì aspre lingue,
73 perché non dentro da la città roggia
74 sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
75 e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
76 Ed elli a me «Perché tanto delira»,
77 disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
78 o ver la mente dove altrove mira?
79 Non ti rimembra di quelle parole
80 con le quai la tua Etica pertratta
81 le tre disposizion che ’l ciel non vole,
82 incontenenza, malizia e la matta
83 bestialitade? e come incontenenza
84 men Dio offende e men biasimo accatta?
85 Se tu riguardi ben questa sentenza,
86 e rechiti a la mente chi son quelli
87 che sù di fuor sostegnon penitenza,
88 tu vedrai ben perché da questi felli
89 sien dipartiti, e perché men crucciata
90 la divina vendetta li martelli».
91 «O sol che sani ogne vista turbata,
92 tu mi contenti sì quando tu solvi,
93 che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
94 Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
95 diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
96 la divina bontade, e ’l groppo solvi».
97 «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
98 nota, non pure in una sola parte,
99 come natura lo suo corso prende
100 dal divino ’ntelletto e da sua arte;
101 e se tu ben la tua Fisica note,
102 tu troverai, non dopo molte carte,
103 che l’arte vostra quella, quanto pote,
104 segue, come ’l maestro fa ’l discente;
105 sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
106 Da queste due, se tu ti rechi a mente
107 lo Genesì dal principio, convene
108 prender sua vita e avanzar la gente;
109 e perché l’usuriere altra via tene,
110 per sé natura e per la sua seguace
111 dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
112 Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
113 ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
114 e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,
115 e ’l balzo via là oltra si dismonta».

12

1 Era lo loco ov’ a scender la riva
2 venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
3 tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
4 Qual è quella ruina che nel fianco
5 di qua da Trento l’Adice percosse,
6 o per tremoto o per sostegno manco,
7 che da cima del monte, onde si mosse,
8 al piano è sì la roccia discoscesa,
9 ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
10 cotal di quel burrato era la scesa;
11 e ’n su la punta de la rotta lacca
12 l’infamïa di Creti era distesa
13 che fu concetta ne la falsa vacca;
14 e quando vide noi, sé stesso morse,
15 sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
16 Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
17 tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
18 che sù nel mondo la morte ti porse?
19 Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
20 ammaestrato da la tua sorella,
21 ma vassi per veder le vostre pene».
22 Qual è quel toro che si slaccia in quella
23 c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
24 che gir non sa, ma qua e là saltella,
25 vid’ io lo Minotauro far cotale;
26 e quello accorto gridò: «Corri al varco;
27 mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
28 Così prendemmo via giù per lo scarco
29 di quelle pietre, che spesso moviensi
30 sotto i miei piedi per lo novo carco.
31 Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
32 forse a questa ruina, ch’è guardata
33 da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
34 Or vo’ che sappi che l’altra fïata
35 ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
36 questa roccia non era ancor cascata.
37 Ma certo poco pria, se ben discerno,
38 che venisse colui che la gran preda
39 levò a Dite del cerchio superno,
40 da tutte parti l’alta valle feda
41 tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
42 sentisse amor, per lo qual è chi creda
43 più volte il mondo in caòsso converso;
44 e in quel punto questa vecchia roccia,
45 qui e altrove, tal fece riverso.
46 Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
47 la riviera del sangue in la qual bolle
48 qual che per vïolenza in altrui noccia».
49 Oh cieca cupidigia e ira folle,
50 che sì ci sproni ne la vita corta,
51 e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
52 Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
53 come quella che tutto ’l piano abbraccia,
54 secondo ch’avea detto la mia scorta;
55 e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
56 corrien centauri, armati di saette,
57 come solien nel mondo andare a caccia.
58 Veggendoci calar, ciascun ristette,
59 e de la schiera tre si dipartiro
60 con archi e asticciuole prima elette;
61 e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
62 venite voi che scendete la costa?
63 Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
64 Lo mio maestro disse: «La risposta
65 farem noi a Chirón costà di presso:
66 mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
67 Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
68 che morì per la bella Deianira,
69 e fé di sé la vendetta elli stesso.
70 E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
71 è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
72 quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
73 Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
74 saettando qual anima si svelle
75 del sangue più che sua colpa sortille».
76 Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
77 Chirón prese uno strale, e con la cocca
78 fece la barba in dietro a le mascelle.
79 Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
80 disse a’ compagni: «Siete voi accorti
81 che quel di retro move ciò ch’el tocca?
82 Così non soglion far li piè d’i morti».
83 E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
84 dove le due nature son consorti,
85 rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
86 mostrar li mi convien la valle buia;
87 necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
88 Tal si partì da cantare alleluia
89 che mi commise quest’ officio novo:
90 non è ladron, né io anima fuia.
91 Ma per quella virtù per cu’ io movo
92 li passi miei per sì selvaggia strada,
93 danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
94 e che ne mostri là dove si guada,
95 e che porti costui in su la groppa,
96 ché non è spirto che per l’aere vada».
97 Chirón si volse in su la destra poppa,
98 e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
99 e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
100 Or ci movemmo con la scorta fida
101 lungo la proda del bollor vermiglio,
102 dove i bolliti facieno alte strida.
103 Io vidi gente sotto infino al ciglio;
104 e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
105 che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
106 Quivi si piangon li spietati danni;
107 quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
108 che fé Cicilia aver dolorosi anni.
109 E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
110 è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
111 è Opizzo da Esti, il qual per vero
112 fu spento dal figliastro sù nel mondo».
113 Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
114 «Questi ti sia or primo, e io secondo».
115 Poco più oltre il centauro s’affisse
116 sovr’ una gente che ’nfino a la gola
117 parea che di quel bulicame uscisse.
118 Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
119 dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
120 lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
121 Poi vidi gente che di fuor del rio
122 tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
123 e di costoro assai riconobb’ io.
124 Così a più a più si facea basso
125 quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
126 e quindi fu del fosso il nostro passo.
127 «Sì come tu da questa parte vedi
128 lo bulicame che sempre si scema»,
129 disse ’l centauro, «voglio che tu credi
130 che da quest’ altra a più a più giù prema
131 lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
132 ove la tirannia convien che gema.
133 La divina giustizia di qua punge
134 quell’ Attila che fu flagello in terra,
135 e Pirro e Sesto; e in etterno munge
136 le lagrime, che col bollor diserra,
137 a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
138 che fecero a le strade tanta guerra».
139 Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.

13

1 Non era ancor di là Nesso arrivato,
2 quando noi ci mettemmo per un bosco
3 che da neun sentiero era segnato.
4 Non fronda verde, ma di color fosco;
5 non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
6 non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
7 Non han sì aspri sterpi né sì folti
8 quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
9 tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
10 Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
11 che cacciar de le Strofade i Troiani
12 con tristo annunzio di futuro danno.
13 Ali hanno late, e colli e visi umani,
14 piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
15 fanno lamenti in su li alberi strani.
16 E ’l buon maestro «Prima che più entre,
17 sappi che se’ nel secondo girone»,
18 mi cominciò a dire, «e sarai mentre
19 che tu verrai ne l’orribil sabbione.
20 Però riguarda ben; sì vederai
21 cose che torrien fede al mio sermone».
22 Io sentia d’ogne parte trarre guai
23 e non vedea persona che ’l facesse;
24 per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
25 Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
26 che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
27 da gente che per noi si nascondesse.
28 Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
29 qualche fraschetta d’una d’este piante,
30 li pensier c’hai si faran tutti monchi».
31 Allor porsi la mano un poco avante
32 e colsi un ramicel da un gran pruno;
33 e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
34 Da che fatto fu poi di sangue bruno,
35 ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
36 non hai tu spirto di pietade alcuno?
37 Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
38 ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
39 se state fossimo anime di serpi».
40 Come d’un stizzo verde ch’arso sia
41 da l’un de’ capi, che da l’altro geme
42 e cigola per vento che va via,
43 sì de la scheggia rotta usciva insieme
44 parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
45 cadere, e stetti come l’uom che teme.
46 «S’elli avesse potuto creder prima»,
47 rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
48 ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
49 non averebbe in te la man distesa;
50 ma la cosa incredibile mi fece
51 indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
52 Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
53 d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
54 nel mondo sù, dove tornar li lece».
55 E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
56 ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
57 perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
58 Io son colui che tenni ambo le chiavi
59 del cor di Federigo, e che le volsi,
60 serrando e diserrando, sì soavi,
61 che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
62 fede portai al glorïoso offizio,
63 tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
64 La meretrice che mai da l’ospizio
65 di Cesare non torse li occhi putti,
66 morte comune e de le corti vizio,
67 infiammò contra me li animi tutti;
68 e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
69 che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
70 L’animo mio, per disdegnoso gusto,
71 credendo col morir fuggir disdegno,
72 ingiusto fece me contra me giusto.
73 Per le nove radici d’esto legno
74 vi giuro che già mai non ruppi fede
75 al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
76 E se di voi alcun nel mondo riede,
77 conforti la memoria mia, che giace
78 ancor del colpo che ’nvidia le diede».
79 Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
80 disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
81 ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
82 Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
83 di quel che credi ch’a me satisfaccia;
84 ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
85 Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
86 liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
87 spirito incarcerato, ancor ti piaccia
88 di dirne come l’anima si lega
89 in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
90 s’alcuna mai di tai membra si spiega».
91 Allor soffiò il tronco forte, e poi
92 si convertì quel vento in cotal voce:
93 «Brievemente sarà risposto a voi.
94 Quando si parte l’anima feroce
95 dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
96 Minòs la manda a la settima foce.
97 Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
98 ma là dove fortuna la balestra,
99 quivi germoglia come gran di spelta.
100 Surge in vermena e in pianta silvestra:
101 l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
102 fanno dolore, e al dolor fenestra.
103 Come l’altre verrem per nostre spoglie,
104 ma non però ch’alcuna sen rivesta,
105 ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
106 Qui le strascineremo, e per la mesta
107 selva saranno i nostri corpi appesi,
108 ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
109 Noi eravamo ancora al tronco attesi,
110 credendo ch’altro ne volesse dire,
111 quando noi fummo d’un romor sorpresi,
112 similemente a colui che venire
113 sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
114 ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
115 Ed ecco due da la sinistra costa,
116 nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
117 che de la selva rompieno ogne rosta.
118 Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
119 E l’altro, cui pareva tardar troppo,
120 gridava: «Lano, sì non furo accorte
121 le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
122 E poi che forse li fallia la lena,
123 di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
124 Di rietro a loro era la selva piena
125 di nere cagne, bramose e correnti
126 come veltri ch’uscisser di catena.
127 In quel che s’appiattò miser li denti,
128 e quel dilaceraro a brano a brano;
129 poi sen portar quelle membra dolenti.
130 Presemi allor la mia scorta per mano,
131 e menommi al cespuglio che piangea
132 per le rotture sanguinenti in vano.
133 «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
134 che t’è giovato di me fare schermo?
135 che colpa ho io de la tua vita rea?».
136 Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,
137 disse: «Chi fosti, che per tante punte
138 soffi con sangue doloroso sermo?».
139 Ed elli a noi: «O anime che giunte
140 siete a veder lo strazio disonesto
141 c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
142 raccoglietele al piè del tristo cesto.
143 I’ fui de la città che nel Batista
144 mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
145 sempre con l’arte sua la farà trista;
146 e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
147 rimane ancor di lui alcuna vista,
148 que’ cittadin che poi la rifondarno
149 sovra ’l cener che d’Attila rimase,
150 avrebber fatto lavorare indarno.
151 Io fei gibetto a me de le mie case».

14

1 Poi che la carità del natio loco
2 mi strinse, raunai le fronde sparte
3 e rende’le a colui, ch’era già fioco.
4 Indi venimmo al fine ove si parte
5 lo secondo giron dal terzo, e dove
6 si vede di giustizia orribil arte.
7 A ben manifestar le cose nove,
8 dico che arrivammo ad una landa
9 che dal suo letto ogne pianta rimove.
10 La dolorosa selva l’è ghirlanda
11 intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
12 quivi fermammo i passi a randa a randa.
13 Lo spazzo era una rena arida e spessa,
14 non d’altra foggia fatta che colei
15 che fu da’ piè di Caton già soppressa.
16 O vendetta di Dio, quanto tu dei
17 esser temuta da ciascun che legge
18 ciò che fu manifesto a li occhi mei!
19 D’anime nude vidi molte gregge
20 che piangean tutte assai miseramente,
21 e parea posta lor diversa legge.
22 Supin giacea in terra alcuna gente,
23 alcuna si sedea tutta raccolta,
24 e altra andava continüamente.
25 Quella che giva ’ntorno era più molta,
26 e quella men che giacëa al tormento,
27 ma più al duolo avea la lingua sciolta.
28 Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
29 piovean di foco dilatate falde,
30 come di neve in alpe sanza vento.
31 Quali Alessandro in quelle parti calde
32 d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
33 fiamme cadere infino a terra salde,
34 per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
35 con le sue schiere, acciò che lo vapore
36 mei si stingueva mentre ch’era solo:
37 tale scendeva l’etternale ardore;
38 onde la rena s’accendea, com’ esca
39 sotto focile, a doppiar lo dolore.
40 Sanza riposo mai era la tresca
41 de le misere mani, or quindi or quinci
42 escotendo da sé l’arsura fresca.
43 I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
44 tutte le cose, fuor che ’ demon duri
45 ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
46 chi è quel grande che non par che curi
47 lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
48 sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
49 E quel medesmo, che si fu accorto
50 ch’io domandava il mio duca di lui,
51 gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
52 Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
53 crucciato prese la folgore aguta
54 onde l’ultimo dì percosso fui;
55 o s’elli stanchi li altri a muta a muta
56 in Mongibello a la focina negra,
57 chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
58 sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
59 e me saetti con tutta sua forza:
60 non ne potrebbe aver vendetta allegra».
61 Allora il duca mio parlò di forza
62 tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
63 «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
64 la tua superbia, se’ tu più punito;
65 nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
66 sarebbe al tuo furor dolor compito».
67 Poi si rivolse a me con miglior labbia,
68 dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
69 ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
70 Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
71 ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
72 sono al suo petto assai debiti fregi.
73 Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
74 ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
75 ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
76 Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
77 fuor de la selva un picciol fiumicello,
78 lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
79 Quale del Bulicame esce ruscello
80 che parton poi tra lor le peccatrici,
81 tal per la rena giù sen giva quello.
82 Lo fondo suo e ambo le pendici
83 fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
84 per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
85 «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
86 poscia che noi intrammo per la porta
87 lo cui sogliare a nessuno è negato,
88 cosa non fu da li tuoi occhi scorta
89 notabile com’ è ’l presente rio,
90 che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
91 Queste parole fuor del duca mio;
92 per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
93 di cui largito m’avëa il disio.
94 «In mezzo mar siede un paese guasto»,
95 diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
96 sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
97 Una montagna v’è che già fu lieta
98 d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
99 or è diserta come cosa vieta.
100 Rëa la scelse già per cuna fida
101 del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
102 quando piangea, vi facea far le grida.
103 Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
104 che tien volte le spalle inver’ Dammiata
105 e Roma guarda come süo speglio.
106 La sua testa è di fin oro formata,
107 e puro argento son le braccia e ’l petto,
108 poi è di rame infino a la forcata;
109 da indi in giuso è tutto ferro eletto,
110 salvo che ’l destro piede è terra cotta;
111 e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
112 Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
113 d’una fessura che lagrime goccia,
114 le quali, accolte, fóran quella grotta.
115 Lor corso in questa valle si diroccia;
116 fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
117 poi sen van giù per questa stretta doccia,
118 infin, là ove più non si dismonta,
119 fanno Cocito; e qual sia quello stagno
120 tu lo vedrai, però qui non si conta».
121 E io a lui: «Se ’l presente rigagno
122 si diriva così dal nostro mondo,
123 perché ci appar pur a questo vivagno?».
124 Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
125 e tutto che tu sie venuto molto,
126 pur a sinistra, giù calando al fondo,
127 non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
128 per che, se cosa n’apparisce nova,
129 non de’ addur maraviglia al tuo volto».
130 E io ancor: «Maestro, ove si trova
131 Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
132 e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
133 «In tutte tue question certo mi piaci»,
134 rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
135 dovea ben solver l’una che tu faci.
136 Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
137 là dove vanno l’anime a lavarsi
138 quando la colpa pentuta è rimossa».
139 Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
140 dal bosco; fa che di retro a me vegne:
141 li margini fan via, che non son arsi,
142 e sopra loro ogne vapor si spegne».

15

1 Ora cen porta l’un de’ duri margini;
2 e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
3 sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
4 Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
5 temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
6 fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
7 e quali Padoan lungo la Brenta,
8 per difender lor ville e lor castelli,
9 anzi che Carentana il caldo senta:
10 a tale imagine eran fatti quelli,
11 tutto che né sì alti né sì grossi,
12 qual che si fosse, lo maestro félli.
13 Già eravam da la selva rimossi
14 tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
15 perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
16 quando incontrammo d’anime una schiera
17 che venian lungo l’argine, e ciascuna
18 ci riguardava come suol da sera
19 guardare uno altro sotto nuova luna;
20 e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
21 come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
22 Così adocchiato da cotal famiglia,
23 fui conosciuto da un, che mi prese
24 per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
25 E io, quando ’l suo braccio a me distese,
26 ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
27 sì che ’l viso abbrusciato non difese
28 la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
29 e chinando la mano a la sua faccia,
30 rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
31 E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
32 se Brunetto Latino un poco teco
33 ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
34 I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
35 e se volete che con voi m’asseggia,
36 faròl, se piace a costui che vo seco».
37 «O figliuol», disse, «qual di questa greggia
38 s’arresta punto, giace poi cent’ anni
39 sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
40 Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
41 e poi rigiugnerò la mia masnada,
42 che va piangendo i suoi etterni danni».
43 Io non osava scender de la strada
44 per andar par di lui; ma ’l capo chino
45 tenea com’ uom che reverente vada.
46 El cominciò: «Qual fortuna o destino
47 anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
48 e chi è questi che mostra ’l cammino?».
49 «Là sù di sopra, in la vita serena»,
50 rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
51 avanti che l’età mia fosse piena.
52 Pur ier mattina le volsi le spalle:
53 questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
54 e reducemi a ca per questo calle».
55 Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
56 non puoi fallire a glorïoso porto,
57 se ben m’accorsi ne la vita bella;
58 e s’io non fossi sì per tempo morto,
59 veggendo il cielo a te così benigno,
60 dato t’avrei a l’opera conforto.
61 Ma quello ingrato popolo maligno
62 che discese di Fiesole ab antico,
63 e tiene ancor del monte e del macigno,
64 ti si farà, per tuo ben far, nimico;
65 ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
66 si disconvien fruttare al dolce fico.
67 Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
68 gent’ è avara, invidiosa e superba:
69 dai lor costumi fa che tu ti forbi.
70 La tua fortuna tanto onor ti serba,
71 che l’una parte e l’altra avranno fame
72 di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
73 Faccian le bestie fiesolane strame
74 di lor medesme, e non tocchin la pianta,
75 s’alcuna surge ancora in lor letame,
76 in cui riviva la sementa santa
77 di que’ Roman che vi rimaser quando
78 fu fatto il nido di malizia tanta».
79 «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
80 rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
81 de l’umana natura posto in bando;
82 ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
83 la cara e buona imagine paterna
84 di voi quando nel mondo ad ora ad ora
85 m’insegnavate come l’uom s’etterna:
86 e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
87 convien che ne la mia lingua si scerna.
88 Ciò che narrate di mio corso scrivo,
89 e serbolo a chiosar con altro testo
90 a donna che saprà, s’a lei arrivo.
91 Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
92 pur che mia coscïenza non mi garra,
93 ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
94 Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
95 però giri Fortuna la sua rota
96 come le piace, e ’l villan la sua marra».
97 Lo mio maestro allora in su la gota
98 destra si volse in dietro e riguardommi;
99 poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
100 Né per tanto di men parlando vommi
101 con ser Brunetto, e dimando chi sono
102 li suoi compagni più noti e più sommi.
103 Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
104 de li altri fia laudabile tacerci,
105 ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
106 In somma sappi che tutti fur cherci
107 e litterati grandi e di gran fama,
108 d’un peccato medesmo al mondo lerci.
109 Priscian sen va con quella turba grama,
110 e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
111 s’avessi avuto di tal tigna brama,
112 colui potei che dal servo de’ servi
113 fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
114 dove lasciò li mal protesi nervi.
115 Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
116 più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
117 là surger nuovo fummo del sabbione.
118 Gente vien con la quale esser non deggio.
119 Sieti raccomandato il mio Tesoro,
120 nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
121 Poi si rivolse, e parve di coloro
122 che corrono a Verona il drappo verde
123 per la campagna; e parve di costoro
124 quelli che vince, non colui che perde.

16

1 Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
2 de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
3 simile a quel che l’arnie fanno rombo,
4 quando tre ombre insieme si partiro,
5 correndo, d’una torma che passava
6 sotto la pioggia de l’aspro martiro.
7 Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
8 «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
9 esser alcun di nostra terra prava».
10 Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
11 ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
12 Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
13 A le lor grida il mio dottor s’attese;
14 volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
15 disse, «a costor si vuole esser cortese.
16 E se non fosse il foco che saetta
17 la natura del loco, i’ dicerei
18 che meglio stesse a te che a lor la fretta».
19 Ricominciar, come noi restammo, ei
20 l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
21 fenno una rota di sé tutti e trei.
22 Qual sogliono i campion far nudi e unti,
23 avvisando lor presa e lor vantaggio,
24 prima che sien tra lor battuti e punti,
25 così rotando, ciascuno il visaggio
26 drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
27 faceva ai piè continüo vïaggio.
28 E «Se miseria d’esto loco sollo
29 rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
30 cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,
31 la fama nostra il tuo animo pieghi
32 a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
33 così sicuro per lo ’nferno freghi.
34 Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
35 tutto che nudo e dipelato vada,
36 fu di grado maggior che tu non credi:
37 nepote fu de la buona Gualdrada;
38 Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
39 fece col senno assai e con la spada.
40 L’altro, ch’appresso me la rena trita,
41 è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
42 nel mondo sù dovria esser gradita.
43 E io, che posto son con loro in croce,
44 Iacopo Rusticucci fui, e certo
45 la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
46 S’i’ fossi stato dal foco coperto,
47 gittato mi sarei tra lor di sotto,
48 e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
49 ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
50 vinse paura la mia buona voglia
51 che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
52 Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
53 la vostra condizion dentro mi fisse,
54 tanta che tardi tutta si dispoglia,
55 tosto che questo mio segnor mi disse
56 parole per le quali i’ mi pensai
57 che qual voi siete, tal gente venisse.
58 Di vostra terra sono, e sempre mai
59 l’ovra di voi e li onorati nomi
60 con affezion ritrassi e ascoltai.
61 Lascio lo fele e vo per dolci pomi
62 promessi a me per lo verace duca;
63 ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
64 «Se lungamente l’anima conduca
65 le membra tue», rispuose quelli ancora,
66 «e se la fama tua dopo te luca,
67 cortesia e valor dì se dimora
68 ne la nostra città sì come suole,
69 o se del tutto se n’è gita fora;
70 ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
71 con noi per poco e va là coi compagni,
72 assai ne cruccia con le sue parole».
73 «La gente nuova e i sùbiti guadagni
74 orgoglio e dismisura han generata,
75 Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
76 Così gridai con la faccia levata;
77 e i tre, che ciò inteser per risposta,
78 guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
79 «Se l’altre volte sì poco ti costa»,
80 rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
81 felice te se sì parli a tua posta!
82 Però, se campi d’esti luoghi bui
83 e torni a riveder le belle stelle,
84 quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
85 fa che di noi a la gente favelle».
86 Indi rupper la rota, e a fuggirsi
87 ali sembiar le gambe loro isnelle.
88 Un amen non saria possuto dirsi
89 tosto così com’ e’ fuoro spariti;
90 per ch’al maestro parve di partirsi.
91 Io lo seguiva, e poco eravam iti,
92 che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
93 che per parlar saremmo a pena uditi.
94 Come quel fiume c’ha proprio cammino
95 prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
96 da la sinistra costa d’Apennino,
97 che si chiama Acquacheta suso, avante
98 che si divalli giù nel basso letto,
99 e a Forlì di quel nome è vacante,
100 rimbomba là sovra San Benedetto
101 de l’Alpe per cadere ad una scesa
102 ove dovea per mille esser recetto;
103 così, giù d’una ripa discoscesa,
104 trovammo risonar quell’ acqua tinta,
105 sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
106 Io avea una corda intorno cinta,
107 e con essa pensai alcuna volta
108 prender la lonza a la pelle dipinta.
109 Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
110 sì come ’l duca m’avea comandato,
111 porsila a lui aggroppata e ravvolta.
112 Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
113 e alquanto di lunge da la sponda
114 la gittò giuso in quell’ alto burrato.
115 ‘E’ pur convien che novità risponda’,
116 dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
117 che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.
118 Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
119 presso a color che non veggion pur l’ovra,
120 ma per entro i pensier miran col senno!
121 El disse a me: «Tosto verrà di sovra
122 ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
123 tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
124 Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
125 de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
126 però che sanza colpa fa vergogna;
127 ma qui tacer nol posso; e per le note
128 di questa comedìa, lettor, ti giuro,
129 s’elle non sien di lunga grazia vòte,
130 ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
131 venir notando una figura in suso,
132 maravigliosa ad ogne cor sicuro,
133 sì come torna colui che va giuso
134 talora a solver l’àncora ch’aggrappa
135 o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
136 che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.

17

1 «Ecco la fiera con la coda aguzza,
2 che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
3 Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
4 Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
5 e accennolle che venisse a proda,
6 vicino al fin d’i passeggiati marmi.
7 E quella sozza imagine di froda
8 sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
9 ma '’n su la riva non trasse la coda.
10 La faccia sua era faccia d’uom giusto,
11 tanto benigna avea di fuor la pelle,
12 e d’'un serpente tutto l’altro fusto;
13 due branche avea pilose insin l’ascelle;
14 lo dosso e ’'l petto e ambedue le coste
15 dipinti avea di nodi e di rotelle.
16 Con più color, sommesse e sovraposte
17 non fer mai drappi Tartari né Turchi,
18 né fuor tai tele per Aragne imposte.
19 Come talvolta stanno a riva i burchi,
20 che parte sono in acqua e parte in terra,
21 e come là tra li Tedeschi lurchi
22 lo bivero s’assetta a far sua guerra,
23 così la fiera pessima si stava
24 su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
25 Nel vano tutta sua coda guizzava,
26 torcendo in sù la venenosa forca
27 ch’'a guisa di scorpion la punta armava.
28 Lo duca disse: «Or convien che si torca
29 la nostra via un poco insino a quella
30 bestia malvagia che colà si corca».
31 Però scendemmo a la destra mammella,
32 e diece passi femmo in su lo stremo,
33 per ben cessar la rena e la fiammella.
34 E quando noi a lei venuti semo,
35 poco più oltre veggio in su la rena
36 gente seder propinqua al loco scemo.
37 Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
38 esperïenza d’esto giron porti»,
39 mi disse, «va, e vedi la lor mena.
40 Li tuoi ragionamenti sian là corti;
41 mentre che torni, parlerò con questa,
42 che ne conceda i suoi omeri forti».
43 Così ancor su per la strema testa
44 di quel settimo cerchio tutto solo
45 andai, dove sedea la gente mesta.
46 Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
47 di qua, di là soccorrien con le mani
48 quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
49 non altrimenti fan di state i cani
50 or col ceffo or col piè, quando son morsi
51 o da pulci o da mosche o da tafani.
52 Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
53 ne’ quali '’l doloroso foco casca,
54 non ne conobbi alcun; ma io m’'accorsi
55 che dal collo a ciascun pendea una tasca
56 ch'’avea certo colore e certo segno,
57 e quindi par che ’'l loro occhio si pasca.
58 E com’ io riguardando tra lor vegno,
59 in una borsa gialla vidi azzurro
60 che d’'un leone avea faccia e contegno.
61 Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
62 vidine un’'altra come sangue rossa,
63 mostrando un’'oca bianca più che burro.
64 E un che d’'una scrofa azzurra e grossa
65 segnato avea lo suo sacchetto bianco,
66 mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
67 Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
68 sappi che ’l mio vicin Vitalïano
69 sederà qui dal mio sinistro fianco.
70 Con questi Fiorentin son padoano:
71 spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
72 gridando: “Vegna '’l cavalier sovrano,
73 che recherà la tasca con tre becchi!”».
74 Qui distorse la bocca e di fuor trasse
75 la lingua, come bue che ’'l naso lecchi.
76 E io, temendo no ’l più star crucciasse
77 lui che di poco star m’avea ’mmonito,
78 torna’mi in dietro da l’anime lasse.
79 Trova’ il duca mio ch’era salito
80 già su la groppa del fiero animale,
81 e disse a me: «Or sie forte e ardito.
82 Omai si scende per sì fatte scale;
83 monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
84 sì che la coda non possa far male».
85 Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
86 de la quartana, c'’ha già l’unghie smorte,
87 e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
88 tal divenn’ io a le parole porte;
89 ma vergogna mi fé le sue minacce,
90 che innanzi a buon segnor fa servo forte.
91 I’ m’assettai in su quelle spallacce;
92 sì volli dir, ma la voce non venne
93 com’ io credetti: ‘Fa che tu m’'abbracce’.
94 Ma esso, ch’'altra volta mi sovvenne
95 ad altro forse, tosto ch’i’ montai
96 con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
97 e disse: «Gerïon, moviti omai:
98 le rote larghe, e lo scender sia poco;
99 pensa la nova soma che tu hai».
100 Come la navicella esce di loco
101 in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
102 e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
103 là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
104 e quella tesa, come anguilla, mosse,
105 e con le branche l’aere a sé raccolse.
106 Maggior paura non credo che fosse
107 quando Fetonte abbandonò li freni,
108 per che '’l ciel, come pare ancor, si cosse;
109 né quando Icaro misero le reni
110 sentì spennar per la scaldata cera,
111 gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
112 che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
113 ne l'’aere d’'ogne parte, e vidi spenta
114 ogne veduta fuor che de la fera.
115 Ella sen va notando lenta lenta;
116 rota e discende, ma non me n’accorgo
117 se non che al viso e di sotto mi venta.
118 Io sentia già da la man destra il gorgo
119 far sotto noi un orribile scroscio,
120 per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
121 Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
122 però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
123 ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
124 E vidi poi, ché nol vedea davanti,
125 lo scendere e ’l girar per li gran mali
126 che s’'appressavan da diversi canti.
127 Come '’l falcon ch’è stato assai su l'’ali,
128 che sanza veder logoro o uccello
129 fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
130 discende lasso onde si move isnello,
131 per cento rote, e da lunge si pone
132 dal suo maestro, disdegnoso e fello;
133 così ne puose al fondo Gerïone
134 al piè al piè de la stagliata rocca,
135 e, discarcate le nostre persone,
136 si dileguò come da corda cocca.

18

1 Luogo è in inferno detto Malebolge,
2 tutto di pietra di color ferrigno,
3 come la cerchia che dintorno il volge.
4 Nel dritto mezzo del campo maligno
5 vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
6 di cui suo loco dicerò l’ordigno.
7 Quel cinghio che rimane adunque è tondo
8 tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
9 e ha distinto in dieci valli il fondo.
10 Quale, dove per guardia de le mura
11 più e più fossi cingon li castelli,
12 la parte dove son rende figura,
13 tale imagine quivi facean quelli;
14 e come a tai fortezze da’ lor sogli
15 a la ripa di fuor son ponticelli,
16 così da imo de la roccia scogli
17 movien che ricidien li argini e ’ fossi
18 infino al pozzo che i tronca e raccogli.
19 In questo luogo, de la schiena scossi
20 di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
21 tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
22 A la man destra vidi nova pieta,
23 novo tormento e novi frustatori,
24 di che la prima bolgia era repleta.
25 Nel fondo erano ignudi i peccatori;
26 dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
27 di là con noi, ma con passi maggiori,
28 come i Roman per l’essercito molto,
29 l’anno del giubileo, su per lo ponte
30 hanno a passar la gente modo colto,
31 che da l’un lato tutti hanno la fronte
32 verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
33 da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
34 Di qua, di là, su per lo sasso tetro
35 vidi demon cornuti con gran ferze,
36 che li battien crudelmente di retro.
37 Ahi come facean lor levar le berze
38 a le prime percosse! già nessuno
39 le seconde aspettava né le terze.
40 Mentr’ io andava, li occhi miei in uno
41 furo scontrati; e io sì tosto dissi:
42 «Già di veder costui non son digiuno».
43 Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
44 e ’l dolce duca meco si ristette,
45 e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
46 E quel frustato celar si credette
47 bassando ’l viso; ma poco li valse,
48 ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
49 se le fazion che porti non son false,
50 Venedico se’ tu Caccianemico.
51 Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
52 Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;
53 ma sforzami la tua chiara favella,
54 che mi fa sovvenir del mondo antico.
55 I’ fui colui che la Ghisolabella
56 condussi a far la voglia del marchese,
57 come che suoni la sconcia novella.
58 E non pur io qui piango bolognese;
59 anzi n’è questo loco tanto pieno,
60 che tante lingue non son ora apprese
61 a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;
62 e se di ciò vuoi fede o testimonio,
63 rècati a mente il nostro avaro seno».
64 Così parlando il percosse un demonio
65 de la sua scurïada, e disse: «Via,
66 ruffian! qui non son femmine da conio».
67 I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
68 poscia con pochi passi divenimmo
69 là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
70 Assai leggeramente quel salimmo;
71 e vòlti a destra su per la sua scheggia,
72 da quelle cerchie etterne ci partimmo.
73 Quando noi fummo là dov’ el vaneggia
74 di sotto per dar passo a li sferzati,
75 lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
76 lo viso in te di quest’ altri mal nati,
77 ai quali ancor non vedesti la faccia
78 però che son con noi insieme andati».
79 Del vecchio ponte guardavam la traccia
80 che venìa verso noi da l’altra banda,
81 e che la ferza similmente scaccia.
82 E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
83 mi disse: «Guarda quel grande che vene,
84 e per dolor non par lagrime spanda:
85 quanto aspetto reale ancor ritene!
86 Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
87 li Colchi del monton privati féne.
88 Ello passò per l’isola di Lenno
89 poi che l’ardite femmine spietate
90 tutti li maschi loro a morte dienno.
91 Ivi con segni e con parole ornate
92 Isifile ingannò, la giovinetta
93 che prima avea tutte l’altre ingannate.
94 Lasciolla quivi, gravida, soletta;
95 tal colpa a tal martiro lui condanna;
96 e anche di Medea si fa vendetta.
97 Con lui sen va chi da tal parte inganna;
98 e questo basti de la prima valle
99 sapere e di color che ’n sé assanna».
100 Già eravam là ’ve lo stretto calle
101 con l’argine secondo s’incrocicchia,
102 e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
103 Quindi sentimmo gente che si nicchia
104 ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
105 e sé medesma con le palme picchia.
106 Le ripe eran grommate d’una muffa,
107 per l’alito di giù che vi s’appasta,
108 che con li occhi e col naso facea zuffa.
109 Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
110 loco a veder sanza montare al dosso
111 de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
112 Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
113 vidi gente attuffata in uno sterco
114 che da li uman privadi parea mosso.
115 E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
116 vidi un col capo sì di merda lordo,
117 che non parëa s’era laico o cherco.
118 Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo
119 di riguardar più me che li altri brutti?».
120 E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
121 già t’ho veduto coi capelli asciutti,
122 e se’ Alessio Interminei da Lucca:
123 però t’adocchio più che li altri tutti».
124 Ed elli allor, battendosi la zucca:
125 «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
126 ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».
127 Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
128 mi disse, «il viso un poco più avante,
129 sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
130 di quella sozza e scapigliata fante
131 che là si graffia con l’unghie merdose,
132 e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
133 Taïde è, la puttana che rispuose
134 al drudo suo quando disse “Ho io grazie
135 grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.
136 E quinci sian le nostre viste sazie».

19

1 O Simon mago, o miseri seguaci
2 che le cose di Dio, che di bontate
3 deon essere spose, e voi rapaci
4 per oro e per argento avolterate,
5 or convien che per voi suoni la tromba,
6 però che ne la terza bolgia state.
7 Già eravamo, a la seguente tomba,
8 montati de lo scoglio in quella parte
9 ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
10 O somma sapïenza, quanta è l’arte
11 che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
12 e quanto giusto tua virtù comparte!
13 Io vidi per le coste e per lo fondo
14 piena la pietra livida di fóri,
15 d’un largo tutti e ciascun era tondo.
16 Non mi parean men ampi né maggiori
17 che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
18 fatti per loco d’i battezzatori;
19 l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
20 rupp’ io per un che dentro v’annegava:
21 e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
22 Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
23 d’un peccator li piedi e de le gambe
24 infino al grosso, e l’altro dentro stava.
25 Le piante erano a tutti accese intrambe;
26 per che sì forte guizzavan le giunte,
27 che spezzate averien ritorte e strambe.
28 Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
29 muoversi pur su per la strema buccia,
30 tal era lì dai calcagni a le punte.
31 «Chi è colui, maestro, che si cruccia
32 guizzando più che li altri suoi consorti»,
33 diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
34 Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
35 là giù per quella ripa che più giace,
36 da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
37 E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
38 tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
39 dal tuo volere, e sai quel che si tace».
40 Allor venimmo in su l’argine quarto;
41 volgemmo e discendemmo a mano stanca
42 là giù nel fondo foracchiato e arto.
43 Lo buon maestro ancor de la sua anca
44 non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
45 di quel che si piangeva con la zanca.
46 «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
47 anima trista come pal commessa»,
48 comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
49 Io stava come ’l frate che confessa
50 lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
51 richiama lui per che la morte cessa.
52 Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
53 se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
54 Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
55 Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
56 per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
57 la bella donna, e poi di farne strazio?».
58 Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
59 per non intender ciò ch’è lor risposto,
60 quasi scornati, e risponder non sanno.
61 Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
62 “Non son colui, non son colui che credi”»;
63 e io rispuosi come a me fu imposto.
64 Per che lo spirto tutti storse i piedi;
65 poi, sospirando e con voce di pianto,
66 mi disse: «Dunque che a me richiedi?
67 Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
68 che tu abbi però la ripa corsa,
69 sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
70 e veramente fui figliuol de l’orsa,
71 cupido sì per avanzar li orsatti,
72 che sù l’avere e qui me misi in borsa.
73 Di sotto al capo mio son li altri tratti
74 che precedetter me simoneggiando,
75 per le fessure de la pietra piatti.
76 Là giù cascherò io altresì quando
77 verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
78 allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
79 Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
80 e ch’i’ son stato così sottosopra,
81 ch’el non starà piantato coi piè rossi:
82 ché dopo lui verrà di più laida opra,
83 di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
84 tal che convien che lui e me ricuopra.
85 Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
86 ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
87 suo re, così fia lui chi Francia regge».
88 Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
89 ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
90 «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
91 Nostro Segnore in prima da san Pietro
92 ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
93 Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
94 Né Pier né li altri tolsero a Matia
95 oro od argento, quando fu sortito
96 al loco che perdé l’anima ria.
97 Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
98 e guarda ben la mal tolta moneta
99 ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
100 E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
101 la reverenza de le somme chiavi
102 che tu tenesti ne la vita lieta,
103 io userei parole ancor più gravi;
104 ché la vostra avarizia il mondo attrista,
105 calcando i buoni e sollevando i pravi.
106 Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
107 quando colei che siede sopra l’acque
108 puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
109 quella che con le sette teste nacque,
110 e da le diece corna ebbe argomento,
111 fin che virtute al suo marito piacque.
112 Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
113 e che altro è da voi a l’idolatre,
114 se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
115 Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
116 non la tua conversion, ma quella dote
117 che da te prese il primo ricco patre!».
118 E mentr’ io li cantava cotai note,
119 o ira o coscïenza che ’l mordesse,
120 forte spingava con ambo le piote.
121 I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
122 con sì contenta labbia sempre attese
123 lo suon de le parole vere espresse.
124 Però con ambo le braccia mi prese;
125 e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
126 rimontò per la via onde discese.
127 Né si stancò d’avermi a sé distretto,
128 sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
129 che dal quarto al quinto argine è tragetto.
130 Quivi soavemente spuose il carco,
131 soave per lo scoglio sconcio ed erto
132 che sarebbe a le capre duro varco.
133 Indi un altro vallon mi fu scoperto.

20

1 Di nova pena mi conven far versi
2 e dar matera al ventesimo canto
3 de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
4 Io era già disposto tutto quanto
5 a riguardar ne lo scoperto fondo,
6 che si bagnava d’angoscioso pianto;
7 e vidi gente per lo vallon tondo
8 venir, tacendo e lagrimando, al passo
9 che fanno le letane in questo mondo.
10 Come ’l viso mi scese in lor più basso,
11 mirabilmente apparve esser travolto
12 ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
13 ché da le reni era tornato ’l volto,
14 e in dietro venir li convenia,
15 perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
16 Forse per forza già di parlasia
17 si travolse così alcun del tutto;
18 ma io nol vidi, né credo che sia.
19 Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
20 di tua lezione, or pensa per te stesso
21 com’ io potea tener lo viso asciutto,
22 quando la nostra imagine di presso
23 vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
24 le natiche bagnava per lo fesso.
25 Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
26 del duro scoglio, sì che la mia scorta
27 mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
28 Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
29 chi è più scellerato che colui
30 che al giudicio divin passion comporta?
31 Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
32 s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
33 per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
34 Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
35 E non restò di ruinare a valle
36 fino a Minòs che ciascheduno afferra.
37 Mira c’ha fatto petto de le spalle;
38 perché volle veder troppo davante,
39 di retro guarda e fa retroso calle.
40 Vedi Tiresia, che mutò sembiante
41 quando di maschio femmina divenne,
42 cangiandosi le membra tutte quante;
43 e prima, poi, ribatter li convenne
44 li duo serpenti avvolti, con la verga,
45 che rïavesse le maschili penne.
46 Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
47 che ne’ monti di Luni, dove ronca
48 lo Carrarese che di sotto alberga,
49 ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
50 per sua dimora; onde a guardar le stelle
51 e ’l mar non li era la veduta tronca.
52 E quella che ricuopre le mammelle,
53 che tu non vedi, con le trecce sciolte,
54 e ha di là ogne pilosa pelle,
55 Manto fu, che cercò per terre molte;
56 poscia si puose là dove nacqu’ io;
57 onde un poco mi piace che m’ascolte.
58 Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
59 e venne serva la città di Baco,
60 questa gran tempo per lo mondo gio.
61 Suso in Italia bella giace un laco,
62 a piè de l’Alpe che serra Lamagna
63 sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
64 Per mille fonti, credo, e più si bagna
65 tra Garda e Val Camonica e Pennino
66 de l’acqua che nel detto laco stagna.
67 Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
68 pastore e quel di Brescia e ’l veronese
69 segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
70 Siede Peschiera, bello e forte arnese
71 da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
72 ove la riva ’ntorno più discese.
73 Ivi convien che tutto quanto caschi
74 ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
75 e fassi fiume giù per verdi paschi.
76 Tosto che l’acqua a correr mette co,
77 non più Benaco, ma Mencio si chiama
78 fino a Governol, dove cade in Po.
79 Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
80 ne la qual si distende e la ’mpaluda;
81 e suol di state talor essere grama.
82 Quindi passando la vergine cruda
83 vide terra, nel mezzo del pantano,
84 sanza coltura e d’abitanti nuda.
85 Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
86 ristette con suoi servi a far sue arti,
87 e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
88 Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
89 s’accolsero a quel loco, ch’era forte
90 per lo pantan ch’avea da tutte parti.
91 Fer la città sovra quell’ ossa morte;
92 e per colei che ’l loco prima elesse,
93 Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
94 Già fuor le genti sue dentro più spesse,
95 prima che la mattia da Casalodi
96 da Pinamonte inganno ricevesse.
97 Però t’assenno che, se tu mai odi
98 originar la mia terra altrimenti,
99 la verità nulla menzogna frodi».
100 E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
101 mi son sì certi e prendon sì mia fede,
102 che li altri mi sarien carboni spenti.
103 Ma dimmi, de la gente che procede,
104 se tu ne vedi alcun degno di nota;
105 ché solo a ciò la mia mente rifiede».
106 Allor mi disse: «Quel che da la gota
107 porge la barba in su le spalle brune,
108 fu—quando Grecia fu di maschi vòta,
109 sì ch’a pena rimaser per le cune—
110 augure, e diede ’l punto con Calcanta
111 in Aulide a tagliar la prima fune.
112 Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
113 l’alta mia tragedìa in alcun loco:
114 ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
115 Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,
116 Michele Scotto fu, che veramente
117 de le magiche frode seppe ’l gioco.
118 Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
119 ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
120 ora vorrebbe, ma tardi si pente.
121 Vedi le triste che lasciaron l’ago,
122 la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
123 fecer malie con erbe e con imago.
124 Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
125 d’amendue li emisperi e tocca l’onda
126 sotto Sobilia Caino e le spine;
127 e già iernotte fu la luna tonda:
128 ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
129 alcuna volta per la selva fonda».
130 Sì mi parlava, e andavamo introcque.

21

1 Così di ponte in ponte, altro parlando
2 che la mia comedìa cantar non cura,
3 venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
4 restammo per veder l’altra fessura
5 di Malebolge e li altri pianti vani;
6 e vidila mirabilmente oscura.
7 Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
8 bolle l’inverno la tenace pece
9 a rimpalmare i legni lor non sani,
10 ché navicar non ponno—in quella vece
11 chi fa suo legno novo e chi ristoppa
12 le coste a quel che più vïaggi fece;
13 chi ribatte da proda e chi da poppa;
14 altri fa remi e altri volge sarte;
15 chi terzeruolo e artimon rintoppa—:
16 tal, non per foco ma per divin’ arte,
17 bollia là giuso una pegola spessa,
18 che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
19 I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
20 mai che le bolle che ’l bollor levava,
21 e gonfiar tutta, e riseder compressa.
22 Mentr’ io là giù fisamente mirava,
23 lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
24 mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
25 Allor mi volsi come l’uom cui tarda
26 di veder quel che li convien fuggire
27 e cui paura sùbita sgagliarda,
28 che, per veder, non indugia ’l partire:
29 e vidi dietro a noi un diavol nero
30 correndo su per lo scoglio venire.
31 Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
32 e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
33 con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
34 L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
35 carcava un peccator con ambo l’anche,
36 e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
37 Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
38 ecco un de li anzïan di Santa Zita!
39 Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
40 a quella terra, che n’è ben fornita:
41 ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
42 del no, per li denar, vi si fa ita».
43 Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
44 si volse; e mai non fu mastino sciolto
45 con tanta fretta a seguitar lo furo.
46 Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
47 ma i demon che del ponte avean coperchio,
48 gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
49 qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
50 Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
51 non far sopra la pegola soverchio».
52 Poi l’addentar con più di cento raffi,
53 disser: «Coverto convien che qui balli,
54 sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
55 Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
56 fanno attuffare in mezzo la caldaia
57 la carne con li uncin, perché non galli.
58 Lo buon maestro «Acciò che non si paia
59 che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
60 dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
61 e per nulla offension che mi sia fatta,
62 non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
63 perch’ altra volta fui a tal baratta».
64 Poscia passò di là dal co del ponte;
65 e com’ el giunse in su la ripa sesta,
66 mestier li fu d’aver sicura fronte.
67 Con quel furore e con quella tempesta
68 ch’escono i cani a dosso al poverello
69 che di sùbito chiede ove s’arresta,
70 usciron quei di sotto al ponticello,
71 e volser contra lui tutt’ i runcigli;
72 ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
73 Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
74 traggasi avante l’un di voi che m’oda,
75 e poi d’arruncigliarmi si consigli».
76 Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
77 per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—
78 e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
79 «Credi tu, Malacoda, qui vedermi
80 esser venuto», disse ’l mio maestro,
81 «sicuro già da tutti vostri schermi,
82 sanza voler divino e fato destro?
83 Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
84 ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
85 Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
86 ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
87 e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
88 E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
89 tra li scheggion del ponte quatto quatto,
90 sicuramente omai a me ti riedi».
91 Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
92 e i diavoli si fecer tutti avanti,
93 sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
94 così vid’ ïo già temer li fanti
95 ch’uscivan patteggiati di Caprona,
96 veggendo sé tra nemici cotanti.
97 I’ m’accostai con tutta la persona
98 lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
99 da la sembianza lor ch’era non buona.
100 Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
101 diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
102 E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
103 Ma quel demonio che tenea sermone
104 col duca mio, si volse tutto presto
105 e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
106 Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
107 iscoglio non si può, però che giace
108 tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
109 E se l’andare avante pur vi piace,
110 andatevene su per questa grotta;
111 presso è un altro scoglio che via face.
112 Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
113 mille dugento con sessanta sei
114 anni compié che qui la via fu rotta.
115 Io mando verso là di questi miei
116 a riguardar s’alcun se ne sciorina;
117 gite con lor, che non saranno rei».
118 «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
119 cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
120 e Barbariccia guidi la decina.
121 Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
122 Cirïatto sannuto e Graffiacane
123 e Farfarello e Rubicante pazzo.
124 Cercate ’ntorno le boglienti pane;
125 costor sian salvi infino a l’altro scheggio
126 che tutto intero va sovra le tane».
127 «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
128 diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
129 se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
130 Se tu se’ sì accorto come suoli,
131 non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
132 e con le ciglia ne minaccian duoli?».
133 Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
134 lasciali digrignar pur a lor senno,
135 ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
136 Per l’argine sinistro volta dienno;
137 ma prima avea ciascun la lingua stretta
138 coi denti, verso lor duca, per cenno;
139 ed elli avea del cul fatto trombetta.

22

1 Io vidi già cavalier muover campo,
2 e cominciare stormo e far lor mostra,
3 e talvolta partir per loro scampo;
4 corridor vidi per la terra vostra,
5 o Aretini, e vidi gir gualdane,
6 fedir torneamenti e correr giostra;
7 quando con trombe, e quando con campane,
8 con tamburi e con cenni di castella,
9 e con cose nostrali e con istrane;
10 né già con sì diversa cennamella
11 cavalier vidi muover né pedoni,
12 né nave a segno di terra o di stella.
13 Noi andavam con li diece demoni.
14 Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
15 coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
16 Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
17 per veder de la bolgia ogne contegno
18 e de la gente ch’entro v’era incesa.
19 Come i dalfini, quando fanno segno
20 a’ marinar con l’arco de la schiena
21 che s’argomentin di campar lor legno,
22 talor così, ad alleggiar la pena,
23 mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
24 e nascondea in men che non balena.
25 E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
26 stanno i ranocchi pur col muso fuori,
27 sì che celano i piedi e l’altro grosso,
28 sì stavan d’ogne parte i peccatori;
29 ma come s’appressava Barbariccia,
30 così si ritraén sotto i bollori.
31 I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
32 uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
33 ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
34 e Graffiacan, che li era più di contra,
35 li arruncigliò le ’mpegolate chiome
36 e trassel sù, che mi parve una lontra.
37 I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
38 sì li notai quando fuorono eletti,
39 e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
40 «O Rubicante, fa che tu li metti
41 li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
42 gridavan tutti insieme i maladetti.
43 E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
44 che tu sappi chi è lo sciagurato
45 venuto a man de li avversari suoi».
46 Lo duca mio li s’accostò allato;
47 domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
48 «I’ fui del regno di Navarra nato.
49 Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
50 che m’avea generato d’un ribaldo,
51 distruggitor di sé e di sue cose.
52 Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
53 quivi mi misi a far baratteria,
54 di ch’io rendo ragione in questo caldo».
55 E Cirïatto, a cui di bocca uscia
56 d’ogne parte una sanna come a porco,
57 li fé sentir come l’una sdruscia.
58 Tra male gatte era venuto ’l sorco;
59 ma Barbariccia il chiuse con le braccia
60 e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
61 E al maestro mio volse la faccia;
62 «Domanda», disse, «ancor, se più disii
63 saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
64 Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii
65 conosci tu alcun che sia latino
66 sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
67 poco è, da un che fu di là vicino.
68 Così foss’ io ancor con lui coperto,
69 ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
70 E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
71 disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
72 sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
73 Draghignazzo anco i volle dar di piglio
74 giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
75 si volse intorno intorno con mal piglio.
76 Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,
77 a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
78 domandò ’l duca mio sanza dimoro:
79 «Chi fu colui da cui mala partita
80 di’ che facesti per venire a proda?».
81 Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
82 quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
83 ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
84 e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
85 Danar si tolse e lasciolli di piano,
86 sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
87 barattier fu non picciol, ma sovrano.
88 Usa con esso donno Michel Zanche
89 di Logodoro; e a dir di Sardigna
90 le lingue lor non si sentono stanche.
91 Omè, vedete l’altro che digrigna;
92 i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
93 non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
94 E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
95 che stralunava li occhi per fedire,
96 disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
97 «Se voi volete vedere o udire»,
98 ricominciò lo spaürato appresso,
99 «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
100 ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
101 sì ch’ei non teman de le lor vendette;
102 e io, seggendo in questo loco stesso,
103 per un ch’io son, ne farò venir sette
104 quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
105 di fare allor che fori alcun si mette».
106 Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
107 crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
108 ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
109 Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
110 rispuose: «Malizioso son io troppo,
111 quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
112 Alichin non si tenne e, di rintoppo
113 a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
114 io non ti verrò dietro di gualoppo,
115 ma batterò sovra la pece l’ali.
116 Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
117 a veder se tu sol più di noi vali».
118 O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
119 ciascun da l’altra costa li occhi volse,
120 quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
121 Lo Navarrese ben suo tempo colse;
122 fermò le piante a terra, e in un punto
123 saltò e dal proposto lor si sciolse.
124 Di che ciascun di colpa fu compunto,
125 ma quei più che cagion fu del difetto;
126 però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
127 Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
128 non potero avanzar; quelli andò sotto,
129 e quei drizzò volando suso il petto:
130 non altrimenti l’anitra di botto,
131 quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
132 ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
133 Irato Calcabrina de la buffa,
134 volando dietro li tenne, invaghito
135 che quei campasse per aver la zuffa;
136 e come ’l barattier fu disparito,
137 così volse li artigli al suo compagno,
138 e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
139 Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
140 ad artigliar ben lui, e amendue
141 cadder nel mezzo del bogliente stagno.
142 Lo caldo sghermitor sùbito fue;
143 ma però di levarsi era neente,
144 sì avieno inviscate l’ali sue.
145 Barbariccia, con li altri suoi dolente,
146 quattro ne fé volar da l’altra costa
147 con tutt’ i raffi, e assai prestamente
148 di qua, di là discesero a la posta;
149 porser li uncini verso li ’mpaniati,
150 ch’eran già cotti dentro da la crosta.
151 E noi lasciammo lor così ’mpacciati.

23

1 Taciti, soli, sanza compagnia
2 n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
3 come frati minor vanno per via.
4 Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
5 lo mio pensier per la presente rissa,
6 dov’ el parlò de la rana e del topo;
7 ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
8 che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
9 principio e fine con la mente fissa.
10 E come l’un pensier de l’altro scoppia,
11 così nacque di quello un altro poi,
12 che la prima paura mi fé doppia.
13 Io pensava così: ‘Questi per noi
14 sono scherniti con danno e con beffa
15 sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
16 Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
17 ei ne verranno dietro più crudeli
18 che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
19 Già mi sentia tutti arricciar li peli
20 de la paura e stava in dietro intento,
21 quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
22 te e me tostamente, i’ ho pavento
23 d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
24 io li ’magino sì, che già li sento».
25 E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
26 l’imagine di fuor tua non trarrei
27 più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
28 Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
29 con simile atto e con simile faccia,
30 sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
31 S’elli è che sì la destra costa giaccia,
32 che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
33 noi fuggirem l’imaginata caccia».
34 Già non compié di tal consiglio rendere,
35 ch’io li vidi venir con l’ali tese
36 non molto lungi, per volerne prendere.
37 Lo duca mio di sùbito mi prese,
38 come la madre ch’al romore è desta
39 e vede presso a sé le fiamme accese,
40 che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
41 avendo più di lui che di sé cura,
42 tanto che solo una camiscia vesta;
43 e giù dal collo de la ripa dura
44 supin si diede a la pendente roccia,
45 che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
46 Non corse mai sì tosto acqua per doccia
47 a volger ruota di molin terragno,
48 quand’ ella più verso le pale approccia,
49 come ’l maestro mio per quel vivagno,
50 portandosene me sovra ’l suo petto,
51 come suo figlio, non come compagno.
52 A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
53 del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
54 sovresso noi; ma non lì era sospetto:
55 ché l’alta provedenza che lor volle
56 porre ministri de la fossa quinta,
57 poder di partirs’ indi a tutti tolle.
58 Là giù trovammo una gente dipinta
59 che giva intorno assai con lenti passi,
60 piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
61 Elli avean cappe con cappucci bassi
62 dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
63 che in Clugnì per li monaci fassi.
64 Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
65 ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
66 che Federigo le mettea di paglia.
67 Oh in etterno faticoso manto!
68 Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
69 con loro insieme, intenti al tristo pianto;
70 ma per lo peso quella gente stanca
71 venìa sì pian, che noi eravam nuovi
72 di compagnia ad ogne mover d’anca.
73 Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
74 alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
75 e li occhi, sì andando, intorno movi».
76 E un che ’ntese la parola tosca,
77 di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
78 voi che correte sì per l’aura fosca!
79 Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
80 Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
81 e poi secondo il suo passo procedi».
82 Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
83 de l’animo, col viso, d’esser meco;
84 ma tardavali ’l carco e la via stretta.
85 Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
86 mi rimiraron sanza far parola;
87 poi si volsero in sé, e dicean seco:
88 «Costui par vivo a l’atto de la gola;
89 e s’e’ son morti, per qual privilegio
90 vanno scoperti de la grave stola?».
91 Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
92 de l’ipocriti tristi se’ venuto,
93 dir chi tu se’ non avere in dispregio».
94 E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
95 sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
96 e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
97 Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
98 quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
99 e che pena è in voi che sì sfavilla?».
100 E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
101 son di piombo sì grosse, che li pesi
102 fan così cigolar le lor bilance.
103 Frati godenti fummo, e bolognesi;
104 io Catalano e questi Loderingo
105 nomati, e da tua terra insieme presi
106 come suole esser tolto un uom solingo,
107 per conservar sua pace; e fummo tali,
108 ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
109 Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;
110 ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
111 un, crucifisso in terra con tre pali.
112 Quando mi vide, tutto si distorse,
113 soffiando ne la barba con sospiri;
114 e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
115 mi disse: «Quel confitto che tu miri,
116 consigliò i Farisei che convenia
117 porre un uom per lo popolo a’ martìri.
118 Attraversato è, nudo, ne la via,
119 come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
120 qualunque passa, come pesa, pria.
121 E a tal modo il socero si stenta
122 in questa fossa, e li altri dal concilio
123 che fu per li Giudei mala sementa».
124 Allor vid’ io maravigliar Virgilio
125 sovra colui ch’era disteso in croce
126 tanto vilmente ne l’etterno essilio.
127 Poscia drizzò al frate cotal voce:
128 «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
129 s’a la man destra giace alcuna foce
130 onde noi amendue possiamo uscirci,
131 sanza costrigner de li angeli neri
132 che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
133 Rispuose adunque: «Più che tu non speri
134 s’appressa un sasso che da la gran cerchia
135 si move e varca tutt’ i vallon feri,
136 salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
137 montar potrete su per la ruina,
138 che giace in costa e nel fondo soperchia».
139 Lo duca stette un poco a testa china;
140 poi disse: «Mal contava la bisogna
141 colui che i peccator di qua uncina».
142 E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
143 del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
144 ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
145 Appresso il duca a gran passi sen gì,
146 turbato un poco d’ira nel sembiante;
147 ond’ io da li ’ncarcati mi parti’
148 dietro a le poste de le care piante.

24

1 In quella parte del giovanetto anno
2 che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
3 e già le notti al mezzo dì sen vanno,
4 quando la brina in su la terra assempra
5 l’imagine di sua sorella bianca,
6 ma poco dura a la sua penna tempra,
7 lo villanello a cui la roba manca,
8 si leva, e guarda, e vede la campagna
9 biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
10 ritorna in casa, e qua e là si lagna,
11 come ’l tapin che non sa che si faccia;
12 poi riede, e la speranza ringavagna,
13 veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
14 in poco d’ora, e prende suo vincastro
15 e fuor le pecorelle a pascer caccia.
16 Così mi fece sbigottir lo mastro
17 quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
18 e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
19 ché, come noi venimmo al guasto ponte,
20 lo duca a me si volse con quel piglio
21 dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
22 Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
23 eletto seco riguardando prima
24 ben la ruina, e diedemi di piglio.
25 E come quei ch’adopera ed estima,
26 che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
27 così, levando me sù ver’ la cima
28 d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
29 dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
30 ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
31 Non era via da vestito di cappa,
32 ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
33 potavam sù montar di chiappa in chiappa.
34 E se non fosse che da quel precinto
35 più che da l’altro era la costa corta,
36 non so di lui, ma io sarei ben vinto.
37 Ma perché Malebolge inver’ la porta
38 del bassissimo pozzo tutta pende,
39 lo sito di ciascuna valle porta
40 che l’una costa surge e l’altra scende;
41 noi pur venimmo al fine in su la punta
42 onde l’ultima pietra si scoscende.
43 La lena m’era del polmon sì munta
44 quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
45 anzi m’assisi ne la prima giunta.
46 «Omai convien che tu così ti spoltre»,
47 disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
48 in fama non si vien, né sotto coltre;
49 sanza la qual chi sua vita consuma,
50 cotal vestigio in terra di sé lascia,
51 qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
52 E però leva sù; vinci l’ambascia
53 con l’animo che vince ogne battaglia,
54 se col suo grave corpo non s’accascia.
55 Più lunga scala convien che si saglia;
56 non basta da costoro esser partito.
57 Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
58 Leva’mi allor, mostrandomi fornito
59 meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
60 e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
61 Su per lo scoglio prendemmo la via,
62 ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
63 ed erto più assai che quel di pria.
64 Parlando andava per non parer fievole;
65 onde una voce uscì de l’altro fosso,
66 a parole formar disconvenevole.
67 Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
68 fossi de l’arco già che varca quivi;
69 ma chi parlava ad ire parea mosso.
70 Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
71 non poteano ire al fondo per lo scuro;
72 per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
73 da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
74 ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
75 così giù veggio e neente affiguro».
76 «Altra risposta», disse, «non ti rendo
77 se non lo far; ché la dimanda onesta
78 si de’ seguir con l’opera tacendo».
79 Noi discendemmo il ponte da la testa
80 dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
81 e poi mi fu la bolgia manifesta:
82 e vidivi entro terribile stipa
83 di serpenti, e di sì diversa mena
84 che la memoria il sangue ancor mi scipa.
85 Più non si vanti Libia con sua rena;
86 ché se chelidri, iaculi e faree
87 produce, e cencri con anfisibena,
88 né tante pestilenzie né sì ree
89 mostrò già mai con tutta l’Etïopia
90 né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
91 Tra questa cruda e tristissima copia
92 corrëan genti nude e spaventate,
93 sanza sperar pertugio o elitropia:
94 con serpi le man dietro avean legate;
95 quelle ficcavan per le ren la coda
96 e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
97 Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
98 s’avventò un serpente che ’l trafisse
99 là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
100 Né O sì tosto mai né I si scrisse,
101 com’ el s’accese e arse, e cener tutto
102 convenne che cascando divenisse;
103 e poi che fu a terra sì distrutto,
104 la polver si raccolse per sé stessa
105 e ’n quel medesmo ritornò di butto.
106 Così per li gran savi si confessa
107 che la fenice more e poi rinasce,
108 quando al cinquecentesimo anno appressa;
109 erba né biado in sua vita non pasce,
110 ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
111 e nardo e mirra son l’ultime fasce.
112 E qual è quel che cade, e non sa como,
113 per forza di demon ch’a terra il tira,
114 o d’altra oppilazion che lega l’omo,
115 quando si leva, che ’ntorno si mira
116 tutto smarrito de la grande angoscia
117 ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
118 tal era ’l peccator levato poscia.
119 Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
120 che cotai colpi per vendetta croscia!
121 Lo duca il domandò poi chi ello era;
122 per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
123 poco tempo è, in questa gola fiera.
124 Vita bestial mi piacque e non umana,
125 sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
126 bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
127 E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
128 e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
129 ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
130 E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
131 ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
132 e di trista vergogna si dipinse;
133 poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
134 ne la miseria dove tu mi vedi,
135 che quando fui de l’altra vita tolto.
136 Io non posso negar quel che tu chiedi;
137 in giù son messo tanto perch’ io fui
138 ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
139 e falsamente già fu apposto altrui.
140 Ma perché di tal vista tu non godi,
141 se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
142 apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
143 Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
144 poi Fiorenza rinova gente e modi.
145 Tragge Marte vapor di Val di Magra
146 ch’è di torbidi nuvoli involuto;
147 e con tempesta impetüosa e agra
148 sovra Campo Picen fia combattuto;
149 ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
150 sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
151 E detto l’ho perché doler ti debbia!».

25

1 Al fine de le sue parole il ladro
2 le mani alzò con amendue le fiche,
3 gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
4 Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
5 perch’ una li s’avvolse allora al collo,
6 come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
7 e un’altra a le braccia, e rilegollo,
8 ribadendo sé stessa sì dinanzi,
9 che non potea con esse dare un crollo.
10 Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
11 d’incenerarti sì che più non duri,
12 poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
13 Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
14 non vidi spirto in Dio tanto superbo,
15 non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
16 El si fuggì che non parlò più verbo;
17 e io vidi un centauro pien di rabbia
18 venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
19 Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
20 quante bisce elli avea su per la groppa
21 infin ove comincia nostra labbia.
22 Sovra le spalle, dietro da la coppa,
23 con l’ali aperte li giacea un draco;
24 e quello affuoca qualunque s’intoppa.
25 Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
26 che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
27 di sangue fece spesse volte laco.
28 Non va co’ suoi fratei per un cammino,
29 per lo furto che frodolente fece
30 del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
31 onde cessar le sue opere biece
32 sotto la mazza d’Ercule, che forse
33 gliene diè cento, e non sentì le diece».
34 Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
35 e tre spiriti venner sotto noi,
36 de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
37 se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
38 per che nostra novella si ristette,
39 e intendemmo pur ad essi poi.
40 Io non li conoscea; ma ei seguette,
41 come suol seguitar per alcun caso,
42 che l’un nomar un altro convenette,
43 dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
44 per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
45 mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
46 Se tu se’ or, lettore, a creder lento
47 ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
48 ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
49 Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
50 e un serpente con sei piè si lancia
51 dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
52 Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
53 e con li anterïor le braccia prese;
54 poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
55 li diretani a le cosce distese,
56 e miseli la coda tra ’mbedue
57 e dietro per le ren sù la ritese.
58 Ellera abbarbicata mai non fue
59 ad alber sì, come l’orribil fiera
60 per l’altrui membra avviticchiò le sue.
61 Poi s’appiccar, come di calda cera
62 fossero stati, e mischiar lor colore,
63 né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
64 come procede innanzi da l’ardore,
65 per lo papiro suso, un color bruno
66 che non è nero ancora e ’l bianco more.
67 Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
68 gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
69 Vedi che già non se’ né due né uno».
70 Già eran li due capi un divenuti,
71 quando n’apparver due figure miste
72 in una faccia, ov’ eran due perduti.
73 Fersi le braccia due di quattro liste;
74 le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
75 divenner membra che non fuor mai viste.
76 Ogne primaio aspetto ivi era casso:
77 due e nessun l’imagine perversa
78 parea; e tal sen gio con lento passo.
79 Come ’l ramarro sotto la gran fersa
80 dei dì canicular, cangiando sepe,
81 folgore par se la via attraversa,
82 sì pareva, venendo verso l’epe
83 de li altri due, un serpentello acceso,
84 livido e nero come gran di pepe;
85 e quella parte onde prima è preso
86 nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
87 poi cadde giuso innanzi lui disteso.
88 Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
89 anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
90 pur come sonno o febbre l’assalisse.
91 Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
92 l’un per la piaga e l’altro per la bocca
93 fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
94 Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca
95 del misero Sabello e di Nasidio,
96 e attenda a udir quel ch’or si scocca.
97 Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
98 ché se quello in serpente e quella in fonte
99 converte poetando, io non lo ’nvidio;
100 ché due nature mai a fronte a fronte
101 non trasmutò sì ch’amendue le forme
102 a cambiar lor matera fosser pronte.
103 Insieme si rispuosero a tai norme,
104 che ’l serpente la coda in forca fesse,
105 e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
106 Le gambe con le cosce seco stesse
107 s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
108 non facea segno alcun che si paresse.
109 Togliea la coda fessa la figura
110 che si perdeva là, e la sua pelle
111 si facea molle, e quella di là dura.
112 Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
113 e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
114 tanto allungar quanto accorciavan quelle.
115 Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
116 diventaron lo membro che l’uom cela,
117 e ’l misero del suo n’avea due porti.
118 Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
119 di color novo, e genera ’l pel suso
120 per l’una parte e da l’altra il dipela,
121 l’un si levò e l’altro cadde giuso,
122 non torcendo però le lucerne empie,
123 sotto le quai ciascun cambiava muso.
124 Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
125 e di troppa matera ch’in là venne
126 uscir li orecchi de le gote scempie;
127 ciò che non corse in dietro e si ritenne
128 di quel soverchio, fé naso a la faccia
129 e le labbra ingrossò quanto convenne.
130 Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
131 e li orecchi ritira per la testa
132 come face le corna la lumaccia;
133 e la lingua, ch’avëa unita e presta
134 prima a parlar, si fende, e la forcuta
135 ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
136 L’anima ch’era fiera divenuta,
137 suffolando si fugge per la valle,
138 e l’altro dietro a lui parlando sputa.
139 Poscia li volse le novelle spalle,
140 e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
141 com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
142 Così vid’ io la settima zavorra
143 mutare e trasmutare; e qui mi scusi
144 la novità se fior la penna abborra.
145 E avvegna che li occhi miei confusi
146 fossero alquanto e l’animo smagato,
147 non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
148 ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
149 ed era quel che sol, di tre compagni
150 che venner prima, non era mutato;
151 l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.

26

1 Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
2 che per mare e per terra batti l’ali,
3 e per lo ’nferno tuo nome si spande!
4 Tra li ladron trovai cinque cotali
5 tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
6 e tu in grande orranza non ne sali.
7 Ma se presso al mattin del ver si sogna,
8 tu sentirai, di qua da picciol tempo,
9 di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
10 E se già fosse, non saria per tempo.
11 Così foss’ ei, da che pur esser dee!
12 ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
13 Noi ci partimmo, e su per le scalee
14 che n’avea fatto iborni a scender pria,
15 rimontò ’l duca mio e trasse mee;
16 e proseguendo la solinga via,
17 tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
18 lo piè sanza la man non si spedia.
19 Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
20 quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
21 e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
22 perché non corra che virtù nol guidi;
23 sì che, se stella bona o miglior cosa
24 m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
25 Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
26 nel tempo che colui che ’l mondo schiara
27 la faccia sua a noi tien meno ascosa,
28 come la mosca cede a la zanzara,
29 vede lucciole giù per la vallea,
30 forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
31 di tante fiamme tutta risplendea
32 l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
33 tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
34 E qual colui che si vengiò con li orsi
35 vide ’l carro d’Elia al dipartire,
36 quando i cavalli al cielo erti levorsi,
37 che nol potea sì con li occhi seguire,
38 ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
39 sì come nuvoletta, in sù salire:
40 tal si move ciascuna per la gola
41 del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
42 e ogne fiamma un peccatore invola.
43 Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
44 sì che s’io non avessi un ronchion preso,
45 caduto sarei giù sanz’ esser urto.
46 E ’l duca che mi vide tanto atteso,
47 disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
48 catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
49 «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti
50 son io più certo; ma già m’era avviso
51 che così fosse, e già voleva dirti:
52 chi è ’n quel foco che vien sì diviso
53 di sopra, che par surger de la pira
54 dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
55 Rispuose a me: «Là dentro si martira
56 Ulisse e Dïomede, e così insieme
57 a la vendetta vanno come a l’ira;
58 e dentro da la lor fiamma si geme
59 l’agguato del caval che fé la porta
60 onde uscì de’ Romani il gentil seme.
61 Piangevisi entro l’arte per che, morta,
62 Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
63 e del Palladio pena vi si porta».
64 «S’ei posson dentro da quelle faville
65 parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
66 e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
67 che non mi facci de l’attender niego
68 fin che la fiamma cornuta qua vegna;
69 vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
70 Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
71 di molta loda, e io però l’accetto;
72 ma fa che la tua lingua si sostegna.
73 Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
74 ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
75 perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
76 Poi che la fiamma fu venuta quivi
77 dove parve al mio duca tempo e loco,
78 in questa forma lui parlare audivi:
79 «O voi che siete due dentro ad un foco,
80 s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
81 s’io meritai di voi assai o poco
82 quando nel mondo li alti versi scrissi,
83 non vi movete; ma l’un di voi dica
84 dove, per lui, perduto a morir gissi».
85 Lo maggior corno de la fiamma antica
86 cominciò a crollarsi mormorando,
87 pur come quella cui vento affatica;
88 indi la cima qua e là menando,
89 come fosse la lingua che parlasse,
90 gittò voce di fuori e disse: «Quando
91 mi diparti’ da Circe, che sottrasse
92 me più d’un anno là presso a Gaeta,
93 prima che sì Enëa la nomasse,
94 né dolcezza di figlio, né la pieta
95 del vecchio padre, né ’l debito amore
96 lo qual dovea Penelopè far lieta,
97 vincer potero dentro a me l’ardore
98 ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
99 e de li vizi umani e del valore;
100 ma misi me per l’alto mare aperto
101 sol con un legno e con quella compagna
102 picciola da la qual non fui diserto.
103 L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
104 fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
105 e l’altre che quel mare intorno bagna.
106 Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
107 quando venimmo a quella foce stretta
108 dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
109 acciò che l’uom più oltre non si metta;
110 da la man destra mi lasciai Sibilia,
111 da l’altra già m’avea lasciata Setta.
112 “O frati”, dissi “che per cento milia
113 perigli siete giunti a l’occidente,
114 a questa tanto picciola vigilia
115 d’i nostri sensi ch’è del rimanente
116 non vogliate negar l’esperïenza,
117 di retro al sol, del mondo sanza gente.
118 Considerate la vostra semenza:
119 fatti non foste a viver come bruti,
120 ma per seguir virtute e canoscenza”.
121 Li miei compagni fec’ io sì aguti,
122 con questa orazion picciola, al cammino,
123 che a pena poscia li avrei ritenuti;
124 e volta nostra poppa nel mattino,
125 de’ remi facemmo ali al folle volo,
126 sempre acquistando dal lato mancino.
127 Tutte le stelle già de l’altro polo
128 vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
129 che non surgëa fuor del marin suolo.
130 Cinque volte racceso e tante casso
131 lo lume era di sotto da la luna,
132 poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
133 quando n’apparve una montagna, bruna
134 per la distanza, e parvemi alta tanto
135 quanto veduta non avëa alcuna.
136 Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
137 ché de la nova terra un turbo nacque
138 e percosse del legno il primo canto.
139 Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
140 a la quarta levar la poppa in suso
141 e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
142 infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

27

1 Già era dritta in sù la fiamma e queta
2 per non dir più, e già da noi sen gia
3 con la licenza del dolce poeta,
4 quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,
5 ne fece volger li occhi a la sua cima
6 per un confuso suon che fuor n’uscia.
7 Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
8 col pianto di colui, e ciò fu dritto,
9 che l’avea temperato con sua lima,
10 mugghiava con la voce de l’afflitto,
11 sì che, con tutto che fosse di rame,
12 pur el pareva dal dolor trafitto;
13 così, per non aver via né forame
14 dal principio nel foco, in suo linguaggio
15 si convertïan le parole grame.
16 Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
17 su per la punta, dandole quel guizzo
18 che dato avea la lingua in lor passaggio,
19 udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
20 la voce e che parlavi mo lombardo,
21 dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
22 perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,
23 non t’incresca restare a parlar meco;
24 vedi che non incresce a me, e ardo!
25 Se tu pur mo in questo mondo cieco
26 caduto se’ di quella dolce terra
27 latina ond’ io mia colpa tutta reco,
28 dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
29 ch’io fui d’i monti là intra Orbino
30 e ’l giogo di che Tever si diserra».
31 Io era in giuso ancora attento e chino,
32 quando il mio duca mi tentò di costa,
33 dicendo: «Parla tu; questi è latino».
34 E io, ch’avea già pronta la risposta,
35 sanza indugio a parlare incominciai:
36 «O anima che se’ là giù nascosta,
37 Romagna tua non è, e non fu mai,
38 sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
39 ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
40 Ravenna sta come stata è molt’ anni:
41 l’aguglia da Polenta la si cova,
42 sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
43 La terra che fé già la lunga prova
44 e di Franceschi sanguinoso mucchio,
45 sotto le branche verdi si ritrova.
46 E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
47 che fecer di Montagna il mal governo,
48 là dove soglion fan d’i denti succhio.
49 Le città di Lamone e di Santerno
50 conduce il lïoncel dal nido bianco,
51 che muta parte da la state al verno.
52 E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
53 così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
54 tra tirannia si vive e stato franco.
55 Ora chi se’, ti priego che ne conte;
56 non esser duro più ch’altri sia stato,
57 se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
58 Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
59 al modo suo, l’aguta punta mosse
60 di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
61 «S’i’ credesse che mia risposta fosse
62 a persona che mai tornasse al mondo,
63 questa fiamma staria sanza più scosse;
64 ma però che già mai di questo fondo
65 non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
66 sanza tema d’infamia ti rispondo.
67 Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
68 credendomi, sì cinto, fare ammenda;
69 e certo il creder mio venìa intero,
70 se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
71 che mi rimise ne le prime colpe;
72 e come e quare, voglio che m’intenda.
73 Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
74 che la madre mi diè, l’opere mie
75 non furon leonine, ma di volpe.
76 Li accorgimenti e le coperte vie
77 io seppi tutte, e sì menai lor arte,
78 ch’al fine de la terra il suono uscie.
79 Quando mi vidi giunto in quella parte
80 di mia etade ove ciascun dovrebbe
81 calar le vele e raccoglier le sarte,
82 ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
83 e pentuto e confesso mi rendei;
84 ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
85 Lo principe d’i novi Farisei,
86 avendo guerra presso a Laterano,
87 e non con Saracin né con Giudei,
88 ché ciascun suo nimico era cristiano,
89 e nessun era stato a vincer Acri
90 né mercatante in terra di Soldano,
91 né sommo officio né ordini sacri
92 guardò in sé, né in me quel capestro
93 che solea fare i suoi cinti più macri.
94 Ma come Costantin chiese Silvestro
95 d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
96 così mi chiese questi per maestro
97 a guerir de la sua superba febbre;
98 domandommi consiglio, e io tacetti
99 perché le sue parole parver ebbre.
100 E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
101 finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
102 sì come Penestrino in terra getti.
103 Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,
104 come tu sai; però son due le chiavi
105 che ’l mio antecessor non ebbe care”.
106 Allor mi pinser li argomenti gravi
107 là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
108 e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
109 di quel peccato ov’ io mo cader deggio,
110 lunga promessa con l’attender corto
111 ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
112 Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,
113 per me; ma un d’i neri cherubini
114 li disse: “Non portar: non mi far torto.
115 Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
116 perché diede ’l consiglio frodolente,
117 dal quale in qua stato li sono a’ crini;
118 ch’assolver non si può chi non si pente,
119 né pentere e volere insieme puossi
120 per la contradizion che nol consente”.
121 Oh me dolente! come mi riscossi
122 quando mi prese dicendomi: “Forse
123 tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
124 A Minòs mi portò; e quelli attorse
125 otto volte la coda al dosso duro;
126 e poi che per gran rabbia la si morse,
127 disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
128 per ch’io là dove vedi son perduto,
129 e sì vestito, andando, mi rancuro».
130 Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
131 la fiamma dolorando si partio,
132 torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
133 Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,
134 su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
135 che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
136 a quei che scommettendo acquistan carco.

28

1 Chi poria mai pur con parole sciolte
2 dicer del sangue e de le piaghe a pieno
3 ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
4 Ogne lingua per certo verria meno
5 per lo nostro sermone e per la mente
6 c’hanno a tanto comprender poco seno.
7 S’el s’aunasse ancor tutta la gente
8 che già, in su la fortunata terra
9 di Puglia, fu del suo sangue dolente
10 per li Troiani e per la lunga guerra
11 che de l’anella fé sì alte spoglie,
12 come Livïo scrive, che non erra,
13 con quella che sentio di colpi doglie
14 per contastare a Ruberto Guiscardo;
15 e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
16 a Ceperan, là dove fu bugiardo
17 ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
18 dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
19 e qual forato suo membro e qual mozzo
20 mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
21 il modo de la nona bolgia sozzo.
22 Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
23 com’ io vidi un, così non si pertugia,
24 rotto dal mento infin dove si trulla.
25 Tra le gambe pendevan le minugia;
26 la corata pareva e ’l tristo sacco
27 che merda fa di quel che si trangugia.
28 Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
29 guardommi e con le man s’aperse il petto,
30 dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
31 vedi come storpiato è Mäometto!
32 Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
33 fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
34 E tutti li altri che tu vedi qui,
35 seminator di scandalo e di scisma
36 fuor vivi, e però son fessi così.
37 Un diavolo è qua dietro che n’accisma
38 sì crudelmente, al taglio de la spada
39 rimettendo ciascun di questa risma,
40 quand’ avem volta la dolente strada;
41 però che le ferite son richiuse
42 prima ch’altri dinanzi li rivada.
43 Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
44 forse per indugiar d’ire a la pena
45 ch’è giudicata in su le tue accuse?».
46 «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
47 rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
48 ma per dar lui esperïenza piena,
49 a me, che morto son, convien menarlo
50 per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
51 e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
52 Più fuor di cento che, quando l’udiro,
53 s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
54 per maraviglia, oblïando il martiro.
55 «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
56 tu che forse vedra’ il sole in breve,
57 s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
58 sì di vivanda, che stretta di neve
59 non rechi la vittoria al Noarese,
60 ch’altrimenti acquistar non saria leve».
61 Poi che l’un piè per girsene sospese,
62 Mäometto mi disse esta parola;
63 indi a partirsi in terra lo distese.
64 Un altro, che forata avea la gola
65 e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
66 e non avea mai ch’una orecchia sola,
67 ristato a riguardar per maraviglia
68 con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
69 ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
70 e disse: «O tu cui colpa non condanna
71 e cu’ io vidi su in terra latina,
72 se troppa simiglianza non m’inganna,
73 rimembriti di Pier da Medicina,
74 se mai torni a veder lo dolce piano
75 che da Vercelli a Marcabò dichina.
76 E fa saper a’ due miglior da Fano,
77 a messer Guido e anco ad Angiolello,
78 che, se l’antiveder qui non è vano,
79 gittati saran fuor di lor vasello
80 e mazzerati presso a la Cattolica
81 per tradimento d’un tiranno fello.
82 Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
83 non vide mai sì gran fallo Nettuno,
84 non da pirate, non da gente argolica.
85 Quel traditor che vede pur con l’uno,
86 e tien la terra che tale qui meco
87 vorrebbe di vedere esser digiuno,
88 farà venirli a parlamento seco;
89 poi farà sì, ch’al vento di Focara
90 non sarà lor mestier voto né preco».
91 E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
92 se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
93 chi è colui da la veduta amara».
94 Allor puose la mano a la mascella
95 d’un suo compagno e la bocca li aperse,
96 gridando: «Questi è desso, e non favella.
97 Questi, scacciato, il dubitar sommerse
98 in Cesare, affermando che ’l fornito
99 sempre con danno l’attender sofferse».
100 Oh quanto mi pareva sbigottito
101 con la lingua tagliata ne la strozza
102 Curïo, ch’a dir fu così ardito!
103 E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
104 levando i moncherin per l’aura fosca,
105 sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
106 gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,
107 che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
108 che fu mal seme per la gente tosca».
109 E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
110 per ch’elli, accumulando duol con duolo,
111 sen gio come persona trista e matta.
112 Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
113 e vidi cosa ch’io avrei paura,
114 sanza più prova, di contarla solo;
115 se non che coscïenza m’assicura,
116 la buona compagnia che l’uom francheggia
117 sotto l’asbergo del sentirsi pura.
118 Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
119 un busto sanza capo andar sì come
120 andavan li altri de la trista greggia;
121 e ’l capo tronco tenea per le chiome,
122 pesol con mano a guisa di lanterna:
123 e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
124 Di sé facea a sé stesso lucerna,
125 ed eran due in uno e uno in due;
126 com’ esser può, quei sa che sì governa.
127 Quando diritto al piè del ponte fue,
128 levò ’l braccio alto con tutta la testa
129 per appressarne le parole sue,
130 che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
131 tu che, spirando, vai veggendo i morti:
132 vedi s’alcuna è grande come questa.
133 E perché tu di me novella porti,
134 sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
135 che diedi al re giovane i ma’ conforti.
136 Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
137 Achitofèl non fé più d’Absalone
138 e di Davìd coi malvagi punzelli.
139 Perch’ io parti’ così giunte persone,
140 partito porto il mio cerebro, lasso!,
141 dal suo principio ch’è in questo troncone.
142 Così s’osserva in me lo contrapasso».

29

1 La molta gente e le diverse piaghe
2 avean le luci mie sì inebrïate,
3 che de lo stare a piangere eran vaghe.
4 Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
5 perché la vista tua pur si soffolge
6 là giù tra l’ombre triste smozzicate?
7 Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
8 pensa, se tu annoverar le credi,
9 che miglia ventidue la valle volge.
10 E già la luna è sotto i nostri piedi;
11 lo tempo è poco omai che n’è concesso,
12 e altro è da veder che tu non vedi».
13 «Se tu avessi», rispuos’ io appresso,
14 «atteso a la cagion per ch’io guardava,
15 forse m’avresti ancor lo star dimesso».
16 Parte sen giva, e io retro li andava,
17 lo duca, già faccendo la risposta,
18 e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
19 dov’ io tenea or li occhi sì a posta,
20 credo ch’un spirto del mio sangue pianga
21 la colpa che là giù cotanto costa».
22 Allor disse ’l maestro: «Non si franga
23 lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
24 Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
25 ch’io vidi lui a piè del ponticello
26 mostrarti e minacciar forte col dito,
27 e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
28 Tu eri allor sì del tutto impedito
29 sovra colui che già tenne Altaforte,
30 che non guardasti in là, sì fu partito».
31 «O duca mio, la vïolenta morte
32 che non li è vendicata ancor», diss’ io,
33 «per alcun che de l’onta sia consorte,
34 fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio
35 sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
36 e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
37 Così parlammo infino al loco primo
38 che de lo scoglio l’altra valle mostra,
39 se più lume vi fosse, tutto ad imo.
40 Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
41 di Malebolge, sì che i suoi conversi
42 potean parere a la veduta nostra,
43 lamenti saettaron me diversi,
44 che di pietà ferrati avean li strali;
45 ond’ io li orecchi con le man copersi.
46 Qual dolor fora, se de li spedali
47 di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
48 e di Maremma e di Sardigna i mali
49 fossero in una fossa tutti ’nsembre,
50 tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
51 qual suol venir de le marcite membre.
52 Noi discendemmo in su l’ultima riva
53 del lungo scoglio, pur da man sinistra;
54 e allor fu la mia vista più viva
55 giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra
56 de l’alto Sire infallibil giustizia
57 punisce i falsador che qui registra.
58 Non credo ch’a veder maggior tristizia
59 fosse in Egina il popol tutto infermo,
60 quando fu l’aere sì pien di malizia,
61 che li animali, infino al picciol vermo,
62 cascaron tutti, e poi le genti antiche,
63 secondo che i poeti hanno per fermo,
64 si ristorar di seme di formiche;
65 ch’era a veder per quella oscura valle
66 languir li spirti per diverse biche.
67 Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
68 l’un de l’altro giacea, e qual carpone
69 si trasmutava per lo tristo calle.
70 Passo passo andavam sanza sermone,
71 guardando e ascoltando li ammalati,
72 che non potean levar le lor persone.
73 Io vidi due sedere a sé poggiati,
74 com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
75 dal capo al piè di schianze macolati;
76 e non vidi già mai menare stregghia
77 a ragazzo aspettato dal segnorso,
78 né a colui che mal volontier vegghia,
79 come ciascun menava spesso il morso
80 de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
81 del pizzicor, che non ha più soccorso;
82 e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
83 come coltel di scardova le scaglie
84 o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
85 «O tu che con le dita ti dismaglie»,
86 cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
87 «e che fai d’esse talvolta tanaglie,
88 dinne s’alcun Latino è tra costoro
89 che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
90 etternalmente a cotesto lavoro».
91 «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
92 qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
93 «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
94 E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
95 con questo vivo giù di balzo in balzo,
96 e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
97 Allor si ruppe lo comun rincalzo;
98 e tremando ciascuno a me si volse
99 con altri che l’udiron di rimbalzo.
100 Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
101 dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
102 e io incominciai, poscia ch’ei volse:
103 «Se la vostra memoria non s’imboli
104 nel primo mondo da l’umane menti,
105 ma s’ella viva sotto molti soli,
106 ditemi chi voi siete e di che genti;
107 la vostra sconcia e fastidiosa pena
108 di palesarvi a me non vi spaventi».
109 «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
110 rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
111 ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
112 Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
113 “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
114 e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
115 volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
116 perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
117 ardere a tal che l’avea per figliuolo.
118 Ma ne l’ultima bolgia de le diece
119 me per l’alchìmia che nel mondo usai
120 dannò Minòs, a cui fallar non lece».
121 E io dissi al poeta: «Or fu già mai
122 gente sì vana come la sanese?
123 Certo non la francesca sì d’assai!».
124 Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
125 rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
126 che seppe far le temperate spese,
127 e Niccolò che la costuma ricca
128 del garofano prima discoverse
129 ne l’orto dove tal seme s’appicca;
130 e tra’ne la brigata in che disperse
131 Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
132 e l’Abbagliato suo senno proferse.
133 Ma perché sappi chi sì ti seconda
134 contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
135 sì che la faccia mia ben ti risponda:
136 sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
137 che falsai li metalli con l’alchìmia;
138 e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
139 com’ io fui di natura buona scimia».

30

1 Nel tempo che Iunone era crucciata
2 per Semelè contra ’l sangue tebano,
3 come mostrò una e altra fïata,
4 Atamante divenne tanto insano,
5 che veggendo la moglie con due figli
6 andar carcata da ciascuna mano,
7 gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
8 la leonessa e ’ leoncini al varco»;
9 e poi distese i dispietati artigli,
10 prendendo l’un ch’avea nome Learco,
11 e rotollo e percosselo ad un sasso;
12 e quella s’annegò con l’altro carco.
13 E quando la fortuna volse in basso
14 l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
15 sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
16 Ecuba trista, misera e cattiva,
17 poscia che vide Polissena morta,
18 e del suo Polidoro in su la riva
19 del mar si fu la dolorosa accorta,
20 forsennata latrò sì come cane;
21 tanto il dolor le fé la mente torta.
22 Ma né di Tebe furie né troiane
23 si vider mäi in alcun tanto crude,
24 non punger bestie, nonché membra umane,
25 quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
26 che mordendo correvan di quel modo
27 che ’l porco quando del porcil si schiude.
28 L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
29 del collo l’assannò, sì che, tirando,
30 grattar li fece il ventre al fondo sodo.
31 E l’Aretin che rimase, tremando
32 mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
33 e va rabbioso altrui così conciando».
34 «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi
35 li denti a dosso, non ti sia fatica
36 a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
37 Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica
38 di Mirra scellerata, che divenne
39 al padre, fuor del dritto amore, amica.
40 Questa a peccar con esso così venne,
41 falsificando sé in altrui forma,
42 come l’altro che là sen va, sostenne,
43 per guadagnar la donna de la torma,
44 falsificare in sé Buoso Donati,
45 testando e dando al testamento norma».
46 E poi che i due rabbiosi fuor passati
47 sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
48 rivolsilo a guardar li altri mal nati.
49 Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
50 pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
51 tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
52 La grave idropesì, che sì dispaia
53 le membra con l’omor che mal converte,
54 che ’l viso non risponde a la ventraia,
55 faceva lui tener le labbra aperte
56 come l’etico fa, che per la sete
57 l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
58 «O voi che sanz’ alcuna pena siete,
59 e non so io perché, nel mondo gramo»,
60 diss’ elli a noi, «guardate e attendete
61 a la miseria del maestro Adamo;
62 io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
63 e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
64 Li ruscelletti che d’i verdi colli
65 del Casentin discendon giuso in Arno,
66 faccendo i lor canali freddi e molli,
67 sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
68 ché l’imagine lor vie più m’asciuga
69 che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
70 La rigida giustizia che mi fruga
71 tragge cagion del loco ov’ io peccai
72 a metter più li miei sospiri in fuga.
73 Ivi è Romena, là dov’ io falsai
74 la lega suggellata del Batista;
75 per ch’io il corpo sù arso lasciai.
76 Ma s’io vedessi qui l’anima trista
77 di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
78 per Fonte Branda non darei la vista.
79 Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
80 ombre che vanno intorno dicon vero;
81 ma che mi val, c’ho le membra legate?
82 S’io fossi pur di tanto ancor leggero
83 ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
84 io sarei messo già per lo sentiero,
85 cercando lui tra questa gente sconcia,
86 con tutto ch’ella volge undici miglia,
87 e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
88 Io son per lor tra sì fatta famiglia;
89 e’ m’indussero a batter li fiorini
90 ch’avevan tre carati di mondiglia».
91 E io a lui: «Chi son li due tapini
92 che fumman come man bagnate ’l verno,
93 giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
94 «Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,
95 rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
96 e non credo che dieno in sempiterno.
97 L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
98 l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
99 per febbre aguta gittan tanto leppo».
100 E l’un di lor, che si recò a noia
101 forse d’esser nomato sì oscuro,
102 col pugno li percosse l’epa croia.
103 Quella sonò come fosse un tamburo;
104 e mastro Adamo li percosse il volto
105 col braccio suo, che non parve men duro,
106 dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
107 lo muover per le membra che son gravi,
108 ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
109 Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi
110 al fuoco, non l’avei tu così presto;
111 ma sì e più l’avei quando coniavi».
112 E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
113 ma tu non fosti sì ver testimonio
114 là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
115 «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
116 disse Sinon; «e son qui per un fallo,
117 e tu per più ch’alcun altro demonio!».
118 «Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
119 rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
120 «e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
121 «E te sia rea la sete onde ti crepa»,
122 disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
123 che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
124 Allora il monetier: «Così si squarcia
125 la bocca tua per tuo mal come suole;
126 ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
127 tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
128 e per leccar lo specchio di Narcisso,
129 non vorresti a ’nvitar molte parole».
130 Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,
131 quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
132 che per poco che teco non mi risso!».
133 Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,
134 volsimi verso lui con tal vergogna,
135 ch’ancor per la memoria mi si gira.
136 Qual è colui che suo dannaggio sogna,
137 che sognando desidera sognare,
138 sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
139 tal mi fec’ io, non possendo parlare,
140 che disïava scusarmi, e scusava
141 me tuttavia, e nol mi credea fare.
142 «Maggior difetto men vergogna lava»,
143 disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
144 però d’ogne trestizia ti disgrava.
145 E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
146 se più avvien che fortuna t’accoglia
147 dove sien genti in simigliante piato:
148 ché voler ciò udire è bassa voglia».

31

1 Una medesma lingua pria mi morse,
2 sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
3 e poi la medicina mi riporse;
4 così od’ io che solea far la lancia
5 d’Achille e del suo padre esser cagione
6 prima di trista e poi di buona mancia.
7 Noi demmo il dosso al misero vallone
8 su per la ripa che ’l cinge dintorno,
9 attraversando sanza alcun sermone.
10 Quiv’ era men che notte e men che giorno,
11 sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
12 ma io senti’ sonare un alto corno,
13 tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
14 che, contra sé la sua via seguitando,
15 dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
16 Dopo la dolorosa rotta, quando
17 Carlo Magno perdé la santa gesta,
18 non sonò sì terribilmente Orlando.
19 Poco portäi in là volta la testa,
20 che me parve veder molte alte torri;
21 ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
22 Ed elli a me: «Però che tu trascorri
23 per le tenebre troppo da la lungi,
24 avvien che poi nel maginare abborri.
25 Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
26 quanto ’l senso s’inganna di lontano;
27 però alquanto più te stesso pungi».
28 Poi caramente mi prese per mano
29 e disse: «Pria che noi siam più avanti,
30 acciò che ’l fatto men ti paia strano,
31 sappi che non son torri, ma giganti,
32 e son nel pozzo intorno da la ripa
33 da l’umbilico in giuso tutti quanti».
34 Come quando la nebbia si dissipa,
35 lo sguardo a poco a poco raffigura
36 ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
37 così forando l’aura grossa e scura,
38 più e più appressando ver’ la sponda,
39 fuggiemi errore e cresciemi paura;
40 però che, come su la cerchia tonda
41 Montereggion di torri si corona,
42 così la proda che ’l pozzo circonda
43 torreggiavan di mezza la persona
44 li orribili giganti, cui minaccia
45 Giove del cielo ancora quando tuona.
46 E io scorgeva già d’alcun la faccia,
47 le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
48 e per le coste giù ambo le braccia.
49 Natura certo, quando lasciò l’arte
50 di sì fatti animali, assai fé bene
51 per tòrre tali essecutori a Marte.
52 E s’ella d’elefanti e di balene
53 non si pente, chi guarda sottilmente,
54 più giusta e più discreta la ne tene;
55 ché dove l’argomento de la mente
56 s’aggiugne al mal volere e a la possa,
57 nessun riparo vi può far la gente.
58 La faccia sua mi parea lunga e grossa
59 come la pina di San Pietro a Roma,
60 e a sua proporzione eran l’altre ossa;
61 sì che la ripa, ch’era perizoma
62 dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
63 di sovra, che di giugnere a la chioma
64 tre Frison s’averien dato mal vanto;
65 però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
66 dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
67 «Raphèl maì amècche zabì almi»,
68 cominciò a gridar la fiera bocca,
69 cui non si convenia più dolci salmi.
70 E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,
71 tienti col corno, e con quel ti disfoga
72 quand’ ira o altra passïon ti tocca!
73 Cércati al collo, e troverai la soga
74 che ’l tien legato, o anima confusa,
75 e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
76 Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
77 questi è Nembrotto per lo cui mal coto
78 pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
79 Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
80 ché così è a lui ciascun linguaggio
81 come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
82 Facemmo adunque più lungo vïaggio,
83 vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
84 trovammo l’altro assai più fero e maggio.
85 A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
86 non so io dir, ma el tenea soccinto
87 dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
88 d’una catena che ’l tenea avvinto
89 dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
90 si ravvolgëa infino al giro quinto.
91 «Questo superbo volle esser esperto
92 di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
93 disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
94 Fïalte ha nome, e fece le gran prove
95 quando i giganti fer paura a’ dèi;
96 le braccia ch’el menò, già mai non move».
97 E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
98 che de lo smisurato Brïareo
99 esperïenza avesser li occhi mei».
100 Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
101 presso di qui che parla ed è disciolto,
102 che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
103 Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
104 ed è legato e fatto come questo,
105 salvo che più feroce par nel volto».
106 Non fu tremoto già tanto rubesto,
107 che scotesse una torre così forte,
108 come Fïalte a scuotersi fu presto.
109 Allor temett’ io più che mai la morte,
110 e non v’era mestier più che la dotta,
111 s’io non avessi viste le ritorte.
112 Noi procedemmo più avante allotta,
113 e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
114 sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
115 «O tu che ne la fortunata valle
116 che fece Scipïon di gloria reda,
117 quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
118 recasti già mille leon per preda,
119 e che, se fossi stato a l’alta guerra
120 de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
121 ch’avrebber vinto i figli de la terra:
122 mettine giù, e non ten vegna schifo,
123 dove Cocito la freddura serra.
124 Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
125 questi può dar di quel che qui si brama;
126 però ti china e non torcer lo grifo.
127 Ancor ti può nel mondo render fama,
128 ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
129 se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
130 Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
131 le man distese, e prese ’l duca mio,
132 ond’ Ercule sentì già grande stretta.
133 Virgilio, quando prender si sentio,
134 disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
135 poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
136 Qual pare a riguardar la Carisenda
137 sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
138 sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
139 tal parve Antëo a me che stava a bada
140 di vederlo chinare, e fu tal ora
141 ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
142 Ma lievemente al fondo che divora
143 Lucifero con Giuda, ci sposò;
144 né, sì chinato, lì fece dimora,
145 e come albero in nave si levò.

32

1 S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
2 come si converrebbe al tristo buco
3 sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
4 io premerei di mio concetto il suco
5 più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
6 non sanza tema a dicer mi conduco;
7 ché non è impresa da pigliare a gabbo
8 discriver fondo a tutto l’universo,
9 né da lingua che chiami mamma o babbo.
10 Ma quelle donne aiutino il mio verso
11 ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
12 sì che dal fatto il dir non sia diverso.
13 Oh sovra tutte mal creata plebe
14 che stai nel loco onde parlare è duro,
15 mei foste state qui pecore o zebe!
16 Come noi fummo giù nel pozzo scuro
17 sotto i piè del gigante assai più bassi,
18 e io mirava ancora a l’alto muro,
19 dicere udi’mi: «Guarda come passi:
20 va sì, che tu non calchi con le piante
21 le teste de’ fratei miseri lassi».
22 Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
23 e sotto i piedi un lago che per gelo
24 avea di vetro e non d’acqua sembiante.
25 Non fece al corso suo sì grosso velo
26 di verno la Danoia in Osterlicchi,
27 né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
28 com’ era quivi; che se Tambernicchi
29 vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
30 non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
31 E come a gracidar si sta la rana
32 col muso fuor de l’acqua, quando sogna
33 di spigolar sovente la villana,
34 livide, insin là dove appar vergogna
35 eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
36 mettendo i denti in nota di cicogna.
37 Ognuna in giù tenea volta la faccia;
38 da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
39 tra lor testimonianza si procaccia.
40 Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,
41 volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
42 che ’l pel del capo avieno insieme misto.
43 «Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
44 diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
45 e poi ch’ebber li visi a me eretti,
46 li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
47 gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
48 le lagrime tra essi e riserrolli.
49 Con legno legno spranga mai non cinse
50 forte così; ond’ ei come due becchi
51 cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
52 E un ch’avea perduti ambo li orecchi
53 per la freddura, pur col viso in giùe,
54 disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
55 Se vuoi saper chi son cotesti due,
56 la valle onde Bisenzo si dichina
57 del padre loro Alberto e di lor fue.
58 D’un corpo usciro; e tutta la Caina
59 potrai cercare, e non troverai ombra
60 degna più d’esser fitta in gelatina:
61 non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
62 con esso un colpo per la man d’Artù;
63 non Focaccia; non questi che m’ingombra
64 col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
65 e fu nomato Sassol Mascheroni;
66 se tosco se’, ben sai omai chi fu.
67 E perché non mi metti in più sermoni,
68 sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
69 e aspetto Carlin che mi scagioni».
70 Poscia vid’ io mille visi cagnazzi
71 fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
72 e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
73 E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
74 al quale ogne gravezza si rauna,
75 e io tremava ne l’etterno rezzo;
76 se voler fu o destino o fortuna,
77 non so; ma, passeggiando tra le teste,
78 forte percossi ’l piè nel viso ad una.
79 Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?
80 se tu non vieni a crescer la vendetta
81 di Montaperti, perché mi moleste?».
82 E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,
83 sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
84 poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
85 Lo duca stette, e io dissi a colui
86 che bestemmiava duramente ancora:
87 «Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
88 «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
89 percotendo», rispuose, «altrui le gote,
90 sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
91 «Vivo son io, e caro esser ti puote»,
92 fu mia risposta, «se dimandi fama,
93 ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
94 Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.
95 Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
96 ché mal sai lusingar per questa lama!».
97 Allor lo presi per la cuticagna
98 e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
99 o che capel qui sù non ti rimagna».
100 Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,
101 né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
102 se mille fiate in sul capo mi tomi».
103 Io avea già i capelli in mano avvolti,
104 e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
105 latrando lui con li occhi in giù raccolti,
106 quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?
107 non ti basta sonar con le mascelle,
108 se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
109 «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,
110 malvagio traditor; ch’a la tua onta
111 io porterò di te vere novelle».
112 «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;
113 ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
114 di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
115 El piange qui l’argento de’ Franceschi:
116 “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
117 là dove i peccatori stanno freschi”.
118 Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
119 tu hai dallato quel di Beccheria
120 di cui segò Fiorenza la gorgiera.
121 Gianni de’ Soldanier credo che sia
122 più là con Ganellone e Tebaldello,
123 ch’aprì Faenza quando si dormia».
124 Noi eravam partiti già da ello,
125 ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
126 sì che l’un capo a l’altro era cappello;
127 e come ’l pan per fame si manduca,
128 così ’l sovran li denti a l’altro pose
129 là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
130 non altrimenti Tidëo si rose
131 le tempie a Menalippo per disdegno,
132 che quei faceva il teschio e l’altre cose.
133 «O tu che mostri per sì bestial segno
134 odio sovra colui che tu ti mangi,
135 dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
136 che se tu a ragion di lui ti piangi,
137 sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
138 nel mondo suso ancora io te ne cangi,
139 se quella con ch’io parlo non si secca».

33

1 La bocca sollevò dal fiero pasto
2 quel peccator, forbendola a’ capelli
3 del capo ch’elli avea di retro guasto.
4 Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
5 disperato dolor che ’l cor mi preme
6 già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
7 Ma se le mie parole esser dien seme
8 che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
9 parlar e lagrimar vedrai insieme.
10 Io non so chi tu se’ né per che modo
11 venuto se’ qua giù; ma fiorentino
12 mi sembri veramente quand’ io t’odo.
13 Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
14 e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
15 or ti dirò perché i son tal vicino.
16 Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
17 fidandomi di lui, io fossi preso
18 e poscia morto, dir non è mestieri;
19 però quel che non puoi avere inteso,
20 cioè come la morte mia fu cruda,
21 udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
22 Breve pertugio dentro da la Muda,
23 la qual per me ha ’l titol de la fame,
24 e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
25 m’avea mostrato per lo suo forame
26 più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
27 che del futuro mi squarciò ’l velame.
28 Questi pareva a me maestro e donno,
29 cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
30 per che i Pisan veder Lucca non ponno.
31 Con cagne magre, studïose e conte
32 Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
33 s’avea messi dinanzi da la fronte.
34 In picciol corso mi parieno stanchi
35 lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
36 mi parea lor veder fender li fianchi.
37 Quando fui desto innanzi la dimane,
38 pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
39 ch’eran con meco, e dimandar del pane.
40 Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
41 pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
42 e se non piangi, di che pianger suoli?
43 Già eran desti, e l’ora s’appressava
44 che ’l cibo ne solëa essere addotto,
45 e per suo sogno ciascun dubitava;
46 e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
47 a l’orribile torre; ond’ io guardai
48 nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
49 Io non piangëa, sì dentro impetrai:
50 piangevan elli; e Anselmuccio mio
51 disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
52 Perciò non lagrimai né rispuos’ io
53 tutto quel giorno né la notte appresso,
54 infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
55 Come un poco di raggio si fu messo
56 nel doloroso carcere, e io scorsi
57 per quattro visi il mio aspetto stesso,
58 ambo le man per lo dolor mi morsi;
59 ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
60 di manicar, di sùbito levorsi
61 e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
62 se tu mangi di noi: tu ne vestisti
63 queste misere carni, e tu le spoglia”.
64 Queta’mi allor per non farli più tristi;
65 lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
66 ahi dura terra, perché non t’apristi?
67 Poscia che fummo al quarto dì venuti,
68 Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
69 dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
70 Quivi morì; e come tu mi vedi,
71 vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
72 tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
73 già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
74 e due dì li chiamai, poi che fur morti.
75 Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
76 Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
77 riprese ’l teschio misero co’ denti,
78 che furo a l’osso, come d’un can, forti.
79 Ahi Pisa, vituperio de le genti
80 del bel paese là dove ’l sì suona,
81 poi che i vicini a te punir son lenti,
82 muovasi la Capraia e la Gorgona,
83 e faccian siepe ad Arno in su la foce,
84 sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
85 Che se ’l conte Ugolino aveva voce
86 d’aver tradita te de le castella,
87 non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
88 Innocenti facea l’età novella,
89 novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
90 e li altri due che ’l canto suso appella.
91 Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
92 ruvidamente un’altra gente fascia,
93 non volta in giù, ma tutta riversata.
94 Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
95 e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
96 si volge in entro a far crescer l’ambascia;
97 ché le lagrime prime fanno groppo,
98 e sì come visiere di cristallo,
99 rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
100 E avvegna che, sì come d’un callo,
101 per la freddura ciascun sentimento
102 cessato avesse del mio viso stallo,
103 già mi parea sentire alquanto vento;
104 per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
105 non è qua giù ogne vapore spento?».
106 Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove
107 di ciò ti farà l’occhio la risposta,
108 veggendo la cagion che ’l fiato piove».
109 E un de’ tristi de la fredda crosta
110 gridò a noi: «O anime crudeli
111 tanto che data v’è l’ultima posta,
112 levatemi dal viso i duri veli,
113 sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
114 un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
115 Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
116 dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
117 al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
118 Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
119 i’ son quel da le frutta del mal orto,
120 che qui riprendo dattero per figo».
121 «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».
122 Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
123 nel mondo sù, nulla scïenza porto.
124 Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
125 che spesse volte l’anima ci cade
126 innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
127 E perché tu più volentier mi rade
128 le ’nvetrïate lagrime dal volto,
129 sappie che, tosto che l’anima trade
130 come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto
131 da un demonio, che poscia il governa
132 mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
133 Ella ruina in sì fatta cisterna;
134 e forse pare ancor lo corpo suso
135 de l’ombra che di qua dietro mi verna.
136 Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
137 elli è ser Branca Doria, e son più anni
138 poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
139 «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;
140 ché Branca Doria non morì unquanche,
141 e mangia e bee e dorme e veste panni».
142 «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,
143 là dove bolle la tenace pece,
144 non era ancora giunto Michel Zanche,
145 che questi lasciò il diavolo in sua vece
146 nel corpo suo, ed un suo prossimano
147 che ’l tradimento insieme con lui fece.
148 Ma distendi oggimai in qua la mano;
149 aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
150 e cortesia fu lui esser villano.
151 Ahi Genovesi, uomini diversi
152 d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
153 perché non siete voi del mondo spersi?
154 Ché col peggiore spirto di Romagna
155 trovai di voi un tal, che per sua opra
156 in anima in Cocito già si bagna,
157 e in corpo par vivo ancor di sopra.

34

1 «Vexilla regis prodeunt inferni
2 verso di noi; però dinanzi mira»,
3 disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
4 Come quando una grossa nebbia spira,
5 o quando l’emisperio nostro annotta,
6 par di lungi un molin che ’l vento gira,
7 veder mi parve un tal dificio allotta;
8 poi per lo vento mi ristrinsi retro
9 al duca mio, ché non lì era altra grotta.
10 Già era, e con paura il metto in metro,
11 là dove l’ombre tutte eran coperte,
12 e trasparien come festuca in vetro.
13 Altre sono a giacere; altre stanno erte,
14 quella col capo e quella con le piante;
15 altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
16 Quando noi fummo fatti tanto avante,
17 ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
18 la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
19 d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
20 «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
21 ove convien che di fortezza t’armi».
22 Com’ io divenni allor gelato e fioco,
23 nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
24 però ch’ogne parlar sarebbe poco.
25 Io non mori’ e non rimasi vivo;
26 pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
27 qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
28 Lo ’mperador del doloroso regno
29 da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
30 e più con un gigante io mi convegno,
31 che i giganti non fan con le sue braccia:
32 vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
33 ch’a così fatta parte si confaccia.
34 S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
35 e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
36 ben dee da lui procedere ogne lutto.
37 Oh quanto parve a me gran maraviglia
38 quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
39 L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
40 l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
41 sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
42 e sé giugnieno al loco de la cresta:
43 e la destra parea tra bianca e gialla;
44 la sinistra a vedere era tal, quali
45 vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
46 Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
47 quanto si convenia a tanto uccello:
48 vele di mar non vid’ io mai cotali.
49 Non avean penne, ma di vispistrello
50 era lor modo; e quelle svolazzava,
51 sì che tre venti si movean da ello:
52 quindi Cocito tutto s’aggelava.
53 Con sei occhi piangëa, e per tre menti
54 gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
55 Da ogne bocca dirompea co’ denti
56 un peccatore, a guisa di maciulla,
57 sì che tre ne facea così dolenti.
58 A quel dinanzi il mordere era nulla
59 verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
60 rimanea de la pelle tutta brulla.
61 «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
62 disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
63 che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
64 De li altri due c’hanno il capo di sotto,
65 quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
66 vedi come si storce, e non fa motto!;
67 e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
68 Ma la notte risurge, e oramai
69 è da partir, ché tutto avem veduto».
70 Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
71 ed el prese di tempo e loco poste,
72 e quando l’ali fuoro aperte assai,
73 appigliò sé a le vellute coste;
74 di vello in vello giù discese poscia
75 tra ’l folto pelo e le gelate croste.
76 Quando noi fummo là dove la coscia
77 si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
78 lo duca, con fatica e con angoscia,
79 volse la testa ov’ elli avea le zanche,
80 e aggrappossi al pel com’ om che sale,
81 sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
82 «Attienti ben, ché per cotali scale»,
83 disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
84 «conviensi dipartir da tanto male».
85 Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
86 e puose me in su l’orlo a sedere;
87 appresso porse a me l’accorto passo.
88 Io levai li occhi e credetti vedere
89 Lucifero com’ io l’avea lasciato,
90 e vidili le gambe in sù tenere;
91 e s’io divenni allora travagliato,
92 la gente grossa il pensi, che non vede
93 qual è quel punto ch’io avea passato.
94 «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
95 la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
96 e già il sole a mezza terza riede».
97 Non era camminata di palagio
98 là ’v’ eravam, ma natural burella
99 ch’avea mal suolo e di lume disagio.
100 «Prima ch’io de l’abisso mi divella,
101 maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
102 «a trarmi d’erro un poco mi favella:
103 ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
104 sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
105 da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
106 Ed elli a me: «Tu imagini ancora
107 d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
108 al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
109 Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
110 quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
111 al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
112 E se’ or sotto l’emisperio giunto
113 ch’è contraposto a quel che la gran secca
114 coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
115 fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
116 tu haï i piedi in su picciola spera
117 che l’altra faccia fa de la Giudecca.
118 Qui è da man, quando di là è sera;
119 e questi, che ne fé scala col pelo,
120 fitto è ancora sì come prim’ era.
121 Da questa parte cadde giù dal cielo;
122 e la terra, che pria di qua si sporse,
123 per paura di lui fé del mar velo,
124 e venne a l’emisperio nostro; e forse
125 per fuggir lui lasciò qui loco vòto
126 quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
127 Luogo è là giù da Belzebù remoto
128 tanto quanto la tomba si distende,
129 che non per vista, ma per suono è noto
130 d’un ruscelletto che quivi discende
131 per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
132 col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
133 Lo duca e io per quel cammino ascoso
134 intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
135 e sanza cura aver d’alcun riposo,
136 salimmo sù, el primo e io secondo,
137 tanto ch’i’ vidi de le cose belle
138 che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
139 E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Purgatorio

1

1 Per correr miglior acque alza le vele
2 omai la navicella del mio ingegno,
3 che lascia dietro a sé mar sì crudele;
4 e canterò di quel secondo regno
5 dove l’umano spirito si purga
6 e di salire al ciel diventa degno.
7 Ma qui la morta poesì resurga,
8 o sante Muse, poi che vostro sono;
9 e qui Calïopè alquanto surga,
10 seguitando il mio canto con quel suono
11 di cui le Piche misere sentiro
12 lo colpo tal, che disperar perdono.
13 Dolce color d’orïental zaffiro,
14 che s’accoglieva nel sereno aspetto
15 del mezzo, puro infino al primo giro,
16 a li occhi miei ricominciò diletto,
17 tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
18 che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
19 Lo bel pianeto che d’amar conforta
20 faceva tutto rider l’orïente,
21 velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
22 I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
23 a l’altro polo, e vidi quattro stelle
24 non viste mai fuor ch’a la prima gente.
25 Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
26 oh settentrïonal vedovo sito,
27 poi che privato se’ di mirar quelle!
28 Com’ io da loro sguardo fui partito,
29 un poco me volgendo a l ’altro polo,
30 là onde ’l Carro già era sparito,
31 vidi presso di me un veglio solo,
32 degno di tanta reverenza in vista,
33 che più non dee a padre alcun figliuolo.
34 Lunga la barba e di pel bianco mista
35 portava, a’ suoi capelli simigliante,
36 de’ quai cadeva al petto doppia lista.
37 Li raggi de le quattro luci sante
38 fregiavan sì la sua faccia di lume,
39 ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
40 «Chi siete voi che contro al cieco fiume
41 fuggita avete la pregione etterna?»,
42 diss’ el, movendo quelle oneste piume.
43 «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
44 uscendo fuor de la profonda notte
45 che sempre nera fa la valle inferna?
46 Son le leggi d’abisso così rotte?
47 o è mutato in ciel novo consiglio,
48 che, dannati, venite a le mie grotte?».
49 Lo duca mio allor mi diè di piglio,
50 e con parole e con mani e con cenni
51 reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
52 Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
53 donna scese del ciel, per li cui prieghi
54 de la mia compagnia costui sovvenni.
55 Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
56 di nostra condizion com’ ell’ è vera,
57 esser non puote il mio che a te si nieghi.
58 Questi non vide mai l’ultima sera;
59 ma per la sua follia le fu sì presso,
60 che molto poco tempo a volger era.
61 Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
62 per lui campare; e non lì era altra via
63 che questa per la quale i’ mi son messo.
64 Mostrata ho lui tutta la gente ria;
65 e ora intendo mostrar quelli spirti
66 che purgan sé sotto la tua balìa.
67 Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
68 de l’alto scende virtù che m’aiuta
69 conducerlo a vederti e a udirti.
70 Or ti piaccia gradir la sua venuta:
71 libertà va cercando, ch’è sì cara,
72 come sa chi per lei vita rifiuta.
73 Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
74 in Utica la morte, ove lasciasti
75 la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
76 Non son li editti etterni per noi guasti,
77 ché questi vive e Minòs me non lega;
78 ma son del cerchio ove son li occhi casti
79 di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
80 o santo petto, che per tua la tegni:
81 per lo suo amore adunque a noi ti piega.
82 Lasciane andar per li tuoi sette regni;
83 grazie riporterò di te a lei,
84 se d’esser mentovato là giù degni».
85 «Marzïa piacque tanto a li occhi miei
86 mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
87 «che quante grazie volse da me, fei.
88 Or che di là dal mal fiume dimora,
89 più muover non mi può, per quella legge
90 che fatta fu quando me n’usci’ fora.
91 Ma se donna del ciel ti move e regge,
92 come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
93 bastisi ben che per lei mi richegge.
94 Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
95 d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
96 sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
97 ché non si converria, l’occhio sorpriso
98 d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
99 ministro, ch’è di quei di paradiso.
100 Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
101 là giù colà dove la batte l’onda,
102 porta di giunchi sovra ’l molle limo:
103 null’ altra pianta che facesse fronda
104 o indurasse, vi puote aver vita,
105 però ch’a le percosse non seconda.
106 Poscia non sia di qua vostra reddita;
107 lo sol vi mosterrà, che surge omai,
108 prendere il monte a più lieve salita».
109 Così sparì; e io sù mi levai
110 sanza parlare, e tutto mi ritrassi
111 al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
112 El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
113 volgianci in dietro, ché di qua dichina
114 questa pianura a’ suoi termini bassi».
115 L’alba vinceva l’ora mattutina
116 che fuggia innanzi, sì che di lontano
117 conobbi il tremolar de la marina.
118 Noi andavam per lo solingo piano
119 com’ om che torna a la perduta strada,
120 che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
121 Quando noi fummo là ’ve la rugiada
122 pugna col sole, per essere in parte
123 dove, ad orezza, poco si dirada,
124 ambo le mani in su l’erbetta sparte
125 soavemente ’l mio maestro pose:
126 ond’ io, che fui accorto di sua arte,
127 porsi ver’ lui le guance lagrimose;
128 ivi mi fece tutto discoverto
129 quel color che l’inferno mi nascose.
130 Venimmo poi in sul lito diserto,
131 che mai non vide navicar sue acque
132 omo, che di tornar sia poscia esperto.
133 Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
134 oh maraviglia! ché qual elli scelse
135 l’umile pianta, cotal si rinacque
136 subitamente là onde l’avelse.

2

1 Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
2 lo cui meridïan cerchio coverchia
3 Ierusalèm col suo più alto punto;
4 e la notte, che opposita a lui cerchia,
5 uscia di Gange fuor con le Bilance,
6 che le caggion di man quando soverchia;
7 sì che le bianche e le vermiglie guance,
8 là dov’ i’ era, de la bella Aurora
9 per troppa etate divenivan rance.
10 Noi eravam lunghesso mare ancora,
11 come gente che pensa a suo cammino,
12 che va col cuore e col corpo dimora.
13 Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
14 per li grossi vapor Marte rosseggia
15 giù nel ponente sovra ’l suol marino,
16 cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
17 un lume per lo mar venir sì ratto,
18 che ’l muover suo nessun volar pareggia.
19 Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
20 l’occhio per domandar lo duca mio,
21 rividil più lucente e maggior fatto.
22 Poi d’ogne lato ad esso m’appario
23 un non sapeva che bianco, e di sotto
24 a poco a poco un altro a lui uscìo.
25 Lo mio maestro ancor non facea motto,
26 mentre che i primi bianchi apparver ali;
27 allor che ben conobbe il galeotto,
28 gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
29 Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
30 omai vedrai di sì fatti officiali.
31 Vedi che sdegna li argomenti umani,
32 sì che remo non vuol, né altro velo
33 che l’ali sue, tra liti sì lontani.
34 Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
35 trattando l’aere con l’etterne penne,
36 che non si mutan come mortal pelo».
37 Poi, come più e più verso noi venne
38 l’uccel divino, più chiaro appariva:
39 per che l’occhio da presso nol sostenne,
40 ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
41 con un vasello snelletto e leggero,
42 tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
43 Da poppa stava il celestial nocchiero,
44 tal che faria beato pur descripto;
45 e più di cento spirti entro sediero.
46 ‘In exitu Isräel de Aegypto’
47 cantavan tutti insieme ad una voce
48 con quanto di quel salmo è poscia scripto.
49 Poi fece il segno lor di santa croce;
50 ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
51 ed el sen gì, come venne, veloce.
52 La turba che rimase lì, selvaggia
53 parea del loco, rimirando intorno
54 come colui che nove cose assaggia.
55 Da tutte parti saettava il giorno
56 lo sol, ch’avea con le saette conte
57 di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
58 quando la nova gente alzò la fronte
59 ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
60 mostratene la via di gire al monte».
61 E Virgilio rispuose: «Voi credete
62 forse che siamo esperti d’esto loco;
63 ma noi siam peregrin come voi siete.
64 Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
65 per altra via, che fu sì aspra e forte,
66 che lo salire omai ne parrà gioco».
67 L’anime, che si fuor di me accorte,
68 per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
69 maravigliando diventaro smorte.
70 E come a messagger che porta ulivo
71 tragge la gente per udir novelle,
72 e di calcar nessun si mostra schivo,
73 così al viso mio s’affisar quelle
74 anime fortunate tutte quante,
75 quasi oblïando d’ire a farsi belle.
76 Io vidi una di lor trarresi avante
77 per abbracciarmi con sì grande affetto,
78 che mosse me a far lo somigliante.
79 Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
80 tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
81 e tante mi tornai con esse al petto.
82 Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
83 per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
84 e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
85 Soavemente disse ch’io posasse;
86 allor conobbi chi era, e pregai
87 che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
88 Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
89 nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
90 però m’arresto; ma tu perché vai?».
91 «Casella mio, per tornar altra volta
92 là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
93 diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
94 Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
95 se quei che leva quando e cui li piace,
96 più volte m’ha negato esto passaggio;
97 ché di giusto voler lo suo si face:
98 veramente da tre mesi elli ha tolto
99 chi ha voluto intrar, con tutta pace.
100 Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
101 dove l’acqua di Tevero s’insala,
102 benignamente fu’ da lui ricolto.
103 A quella foce ha elli or dritta l’ala,
104 però che sempre quivi si ricoglie
105 qual verso Acheronte non si cala».
106 E io: «Se nuova legge non ti toglie
107 memoria o uso a l’amoroso canto
108 che mi solea quetar tutte mie doglie,
109 di ciò ti piaccia consolare alquanto
110 l’anima mia, che, con la sua persona
111 venendo qui, è affannata tanto!».
112 ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
113 cominciò elli allor sì dolcemente,
114 che la dolcezza ancor dentro mi suona.
115 Lo mio maestro e io e quella gente
116 ch’eran con lui parevan sì contenti,
117 come a nessun toccasse altro la mente.
118 Noi eravam tutti fissi e attenti
119 a le sue note; ed ecco il veglio onesto
120 gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
121 qual negligenza, quale stare è questo?
122 Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
123 ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
124 Come quando, cogliendo biado o loglio,
125 li colombi adunati a la pastura,
126 queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
127 se cosa appare ond’ elli abbian paura,
128 subitamente lasciano star l’esca,
129 perch’ assaliti son da maggior cura;
130 così vid’ io quella masnada fresca
131 lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
132 com’ om che va, né sa dove rïesca;
133 né la nostra partita fu men tosta.

3

1 Avvegna che la subitana fuga
2 dispergesse color per la campagna,
3 rivolti al monte ove ragion ne fruga,
4 i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
5 e come sare’ io sanza lui corso?
6 chi m’avria tratto su per la montagna?
7 El mi parea da sé stesso rimorso:
8 o dignitosa coscïenza e netta,
9 come t’è picciol fallo amaro morso!
10 Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
11 che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
12 la mente mia, che prima era ristretta,
13 lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
14 e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
15 che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
16 Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
17 rotto m’era dinanzi a la figura,
18 ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
19 Io mi volsi dallato con paura
20 d’essere abbandonato, quand’ io vidi
21 solo dinanzi a me la terra oscura;
22 e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
23 a dir mi cominciò tutto rivolto;
24 «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
25 Vespero è già colà dov’ è sepolto
26 lo corpo dentro al quale io facea ombra;
27 Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
28 Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
29 non ti maravigliar più che d’i cieli
30 che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
31 A sofferir tormenti, caldi e geli
32 simili corpi la Virtù dispone
33 che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
34 Matto è chi spera che nostra ragione
35 possa trascorrer la infinita via
36 che tiene una sustanza in tre persone.
37 State contenti, umana gente, al quia;
38 ché, se potuto aveste veder tutto,
39 mestier non era parturir Maria;
40 e disïar vedeste sanza frutto
41 tai che sarebbe lor disio quetato,
42 ch’etternalmente è dato lor per lutto:
43 io dico d’Aristotile e di Plato
44 e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
45 e più non disse, e rimase turbato.
46 Noi divenimmo intanto a piè del monte;
47 quivi trovammo la roccia sì erta,
48 che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
49 Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
50 la più rotta ruina è una scala,
51 verso di quella, agevole e aperta.
52 «Or chi sa da qual man la costa cala»,
53 disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
54 «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
55 E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
56 essaminava del cammin la mente,
57 e io mirava suso intorno al sasso,
58 da man sinistra m’apparì una gente
59 d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
60 e non pareva, sì venïan lente.
61 «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
62 ecco di qua chi ne darà consiglio,
63 se tu da te medesmo aver nol puoi».
64 Guardò allora, e con libero piglio
65 rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
66 e tu ferma la spene, dolce figlio».
67 Ancora era quel popol di lontano,
68 i’ dico dopo i nostri mille passi,
69 quanto un buon gittator trarria con mano,
70 quando si strinser tutti ai duri massi
71 de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
72 com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
73 «O ben finiti, o già spiriti eletti»,
74 Virgilio incominciò, «per quella pace
75 ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
76 ditene dove la montagna giace,
77 sì che possibil sia l’andare in suso;
78 ché perder tempo a chi più sa più spiace».
79 Come le pecorelle escon del chiuso
80 a una, a due, a tre, e l’altre stanno
81 timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
82 e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
83 addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
84 semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
85 sì vid’ io muovere a venir la testa
86 di quella mandra fortunata allotta,
87 pudica in faccia e ne l’andare onesta.
88 Come color dinanzi vider rotta
89 la luce in terra dal mio destro canto,
90 sì che l’ombra era da me a la grotta,
91 restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
92 e tutti li altri che venieno appresso,
93 non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
94 «Sanza vostra domanda io vi confesso
95 che questo è corpo uman che voi vedete;
96 per che ’l lume del sole in terra è fesso.
97 Non vi maravigliate, ma credete
98 che non sanza virtù che da ciel vegna
99 cerchi di soverchiar questa parete».
100 Così ’l maestro; e quella gente degna
101 «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
102 coi dossi de le man faccendo insegna.
103 E un di loro incominciò: «Chiunque
104 tu se’, così andando, volgi ’l viso:
105 pon mente se di là mi vedesti unque».
106 Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
107 biondo era e bello e di gentile aspetto,
108 ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
109 Quand’ io mi fui umilmente disdetto
110 d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
111 e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
112 Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
113 nepote di Costanza imperadrice;
114 ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
115 vadi a mia bella figlia, genitrice
116 de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
117 e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
118 Poscia ch’io ebbi rotta la persona
119 di due punte mortali, io mi rendei,
120 piangendo, a quei che volontier perdona.
121 Orribil furon li peccati miei;
122 ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
123 che prende ciò che si rivolge a lei.
124 Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
125 di me fu messo per Clemente allora,
126 avesse in Dio ben letta questa faccia,
127 l’ossa del corpo mio sarieno ancora
128 in co del ponte presso a Benevento,
129 sotto la guardia de la grave mora.
130 Or le bagna la pioggia e move il vento
131 di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
132 dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
133 Per lor maladizion sì non si perde,
134 che non possa tornar, l’etterno amore,
135 mentre che la speranza ha fior del verde.
136 Vero è che quale in contumacia more
137 di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
138 star li convien da questa ripa in fore,
139 per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
140 in sua presunzïon, se tal decreto
141 più corto per buon prieghi non diventa.
142 Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
143 revelando a la mia buona Costanza
144 come m’hai visto, e anco esto divieto;
145 ché qui per quei di là molto s’avanza».

4

1 Quando per dilettanze o ver per doglie,
2 che alcuna virtù nostra comprenda,
3 l’anima bene ad essa si raccoglie,
4 par ch’a nulla potenza più intenda;
5 e questo è contra quello error che crede
6 ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
7 E però, quando s’ode cosa o vede
8 che tegna forte a sé l’anima volta,
9 vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
10 ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
11 e altra è quella c’ha l’anima intera:
12 questa è quasi legata e quella è sciolta.
13 Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
14 udendo quello spirto e ammirando;
15 ché ben cinquanta gradi salito era
16 lo sole, e io non m’era accorto, quando
17 venimmo ove quell’ anime ad una
18 gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
19 Maggiore aperta molte volte impruna
20 con una forcatella di sue spine
21 l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
22 che non era la calla onde salìne
23 lo duca mio, e io appresso, soli,
24 come da noi la schiera si partìne.
25 Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
26 montasi su in Bismantova e ’n Cacume
27 con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
28 dico con l’ale snelle e con le piume
29 del gran disio, di retro a quel condotto
30 che speranza mi dava e facea lume.
31 Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
32 e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
33 e piedi e man volea il suol di sotto.
34 Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
35 de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
36 «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
37 Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
38 pur su al monte dietro a me acquista,
39 fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
40 Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
41 e la costa superba più assai
42 che da mezzo quadrante a centro lista.
43 Io era lasso, quando cominciai:
44 «O dolce padre, volgiti, e rimira
45 com’ io rimango sol, se non restai».
46 «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
47 additandomi un balzo poco in sùe
48 che da quel lato il poggio tutto gira.
49 Sì mi spronaron le parole sue,
50 ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
51 tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
52 A seder ci ponemmo ivi ambedui
53 vòlti a levante ond’ eravam saliti,
54 che suole a riguardar giovare altrui.
55 Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
56 poscia li alzai al sole, e ammirava
57 che da sinistra n’eravam feriti.
58 Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
59 stupido tutto al carro de la luce,
60 ove tra noi e Aquilone intrava.
61 Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
62 fossero in compagnia di quello specchio
63 che sù e giù del suo lume conduce,
64 tu vedresti il Zodïaco rubecchio
65 ancora a l’Orse più stretto rotare,
66 se non uscisse fuor del cammin vecchio.
67 Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
68 dentro raccolto, imagina Sïòn
69 con questo monte in su la terra stare
70 sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
71 e diversi emisperi; onde la strada
72 che mal non seppe carreggiar Fetòn,
73 vedrai come a costui convien che vada
74 da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
75 se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
76 «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
77 non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
78 là dove mio ingegno parea manco,
79 che ’l mezzo cerchio del moto superno,
80 che si chiama Equatore in alcun’ arte,
81 e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
82 per la ragion che di’, quinci si parte
83 verso settentrïon, quanto li Ebrei
84 vedevan lui verso la calda parte.
85 Ma se a te piace, volontier saprei
86 quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
87 più che salir non posson li occhi miei».
88 Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
89 che sempre al cominciar di sotto è grave;
90 e quant’ om più va sù, e men fa male.
91 Però, quand’ ella ti parrà soave
92 tanto, che sù andar ti fia leggero
93 com’ a seconda giù andar per nave,
94 allor sarai al fin d’esto sentiero;
95 quivi di riposar l’affanno aspetta.
96 Più non rispondo, e questo so per vero».
97 E com’ elli ebbe sua parola detta,
98 una voce di presso sonò: «Forse
99 che di sedere in pria avrai distretta!».
100 Al suon di lei ciascun di noi si torse,
101 e vedemmo a mancina un gran petrone,
102 del qual né io né ei prima s’accorse.
103 Là ci traemmo; e ivi eran persone
104 che si stavano a l’ombra dietro al sasso
105 come l’uom per negghienza a star si pone.
106 E un di lor, che mi sembiava lasso,
107 sedeva e abbracciava le ginocchia,
108 tenendo ’l viso giù tra esse basso.
109 «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
110 colui che mostra sé più negligente
111 che se pigrizia fosse sua serocchia».
112 Allor si volse a noi e puose mente,
113 movendo ’l viso pur su per la coscia,
114 e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
115 Conobbi allor chi era, e quella angoscia
116 che m’avacciava un poco ancor la lena,
117 non m’impedì l’andare a lui; e poscia
118 ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
119 dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
120 da l’omero sinistro il carro mena?».
121 Li atti suoi pigri e le corte parole
122 mosser le labbra mie un poco a riso;
123 poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
124 di te omai; ma dimmi: perché assiso
125 quiritto se’? attendi tu iscorta,
126 o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
127 Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
128 ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
129 l’angel di Dio che siede in su la porta.
130 Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
131 di fuor da essa, quanto fece in vita,
132 per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
133 se orazïone in prima non m’aita
134 che surga sù di cuor che in grazia viva;
135 l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
136 E già il poeta innanzi mi saliva,
137 e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
138 meridïan dal sole e a la riva
139 cuopre la notte già col piè Morrocco».

5

1 Io era già da quell’ ombre partito,
2 e seguitava l’orme del mio duca,
3 quando di retro a me, drizzando ’l dito,
4 una gridò: «Ve’ che non par che luca
5 lo raggio da sinistra a quel di sotto,
6 e come vivo par che si conduca!».
7 Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
8 e vidile guardar per maraviglia
9 pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
10 «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
11 disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
12 che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
13 Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
14 sta come torre ferma, che non crolla
15 già mai la cima per soffiar di venti;
16 ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
17 sovra pensier, da sé dilunga il segno,
18 perché la foga l’un de l’altro insolla».
19 Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
20 Dissilo, alquanto del color consperso
21 che fa l’uom di perdon talvolta degno.
22 E ’ntanto per la costa di traverso
23 venivan genti innanzi a noi un poco,
24 cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
25 Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
26 per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
27 mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
28 e due di loro, in forma di messaggi,
29 corsero incontr’ a noi e dimandarne:
30 «Di vostra condizion fatene saggi».
31 E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
32 e ritrarre a color che vi mandaro
33 che ’l corpo di costui è vera carne.
34 Se per veder la sua ombra restaro,
35 com’ io avviso, assai è lor risposto:
36 fàccianli onore, ed esser può lor caro».
37 Vapori accesi non vid’ io sì tosto
38 di prima notte mai fender sereno,
39 né, sol calando, nuvole d’agosto,
40 che color non tornasser suso in meno;
41 e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
42 come schiera che scorre sanza freno.
43 «Questa gente che preme a noi è molta,
44 e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
45 «però pur va, e in andando ascolta».
46 «O anima che vai per esser lieta
47 con quelle membra con le quai nascesti»,
48 venian gridando, «un poco il passo queta.
49 Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
50 sì che di lui di là novella porti:
51 deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
52 Noi fummo tutti già per forza morti,
53 e peccatori infino a l’ultima ora;
54 quivi lume del ciel ne fece accorti,
55 sì che, pentendo e perdonando, fora
56 di vita uscimmo a Dio pacificati,
57 che del disio di sé veder n’accora».
58 E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
59 non riconosco alcun; ma s’a voi piace
60 cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
61 voi dite, e io farò per quella pace
62 che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
63 di mondo in mondo cercar mi si face».
64 E uno incominciò: «Ciascun si fida
65 del beneficio tuo sanza giurarlo,
66 pur che ’l voler nonpossa non ricida.
67 Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
68 ti priego, se mai vedi quel paese
69 che siede tra Romagna e quel di Carlo,
70 che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
71 in Fano, sì che ben per me s’adori
72 pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
73 Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
74 ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
75 fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
76 là dov’ io più sicuro esser credea:
77 quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
78 assai più là che dritto non volea.
79 Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
80 quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
81 ancor sarei di là dove si spira.
82 Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
83 m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
84 de le mie vene farsi in terra laco».
85 Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
86 si compia che ti tragge a l’alto monte,
87 con buona pïetate aiuta il mio!
88 Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
89 Giovanna o altri non ha di me cura;
90 per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
91 E io a lui: «Qual forza o qual ventura
92 ti travïò sì fuor di Campaldino,
93 che non si seppe mai tua sepultura?».
94 «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
95 traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
96 che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
97 Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
98 arriva’ io forato ne la gola,
99 fuggendo a piede e sanguinando il piano.
100 Quivi perdei la vista e la parola;
101 nel nome di Maria fini’, e quivi
102 caddi, e rimase la mia carne sola.
103 Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
104 l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
105 gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
106 Tu te ne porti di costui l’etterno
107 per una lagrimetta che ’l mi toglie;
108 ma io farò de l’altro altro governo!”.
109 Ben sai come ne l’aere si raccoglie
110 quell’ umido vapor che in acqua riede,
111 tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
112 Giunse quel mal voler che pur mal chiede
113 con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
114 per la virtù che sua natura diede.
115 Indi la valle, come ’l dì fu spento,
116 da Pratomagno al gran giogo coperse
117 di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
118 sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
119 la pioggia cadde, e a’ fossati venne
120 di lei ciò che la terra non sofferse;
121 e come ai rivi grandi si convenne,
122 ver’ lo fiume real tanto veloce
123 si ruinò, che nulla la ritenne.
124 Lo corpo mio gelato in su la foce
125 trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
126 ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
127 ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
128 voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
129 poi di sua preda mi coperse e cinse».
130 «Deh, quando tu sarai tornato al mondo
131 e riposato de la lunga via»,
132 seguitò ’l terzo spirito al secondo,
133 «ricorditi di me, che son la Pia;
134 Siena mi fé, disfecemi Maremma:
135 salsi colui che ’nnanellata pria
136 disposando m’avea con la sua gemma».

6

1 Quando si parte il gioco de la zara,
2 colui che perde si riman dolente,
3 repetendo le volte, e tristo impara;
4 con l’altro se ne va tutta la gente;
5 qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
6 e qual dallato li si reca a mente;
7 el non s’arresta, e questo e quello intende;
8 a cui porge la man, più non fa pressa;
9 e così da la calca si difende.
10 Tal era io in quella turba spessa,
11 volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
12 e promettendo mi sciogliea da essa.
13 Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
14 fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
15 e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
16 Quivi pregava con le mani sporte
17 Federigo Novello, e quel da Pisa
18 che fé parer lo buon Marzucco forte.
19 Vidi conte Orso e l’anima divisa
20 dal corpo suo per astio e per inveggia,
21 com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
22 Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
23 mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
24 sì che però non sia di peggior greggia.
25 Come libero fui da tutte quante
26 quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
27 sì che s’avacci lor divenir sante,
28 io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
29 o luce mia, espresso in alcun testo
30 che decreto del cielo orazion pieghi;
31 e questa gente prega pur di questo:
32 sarebbe dunque loro speme vana,
33 o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
34 Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
35 e la speranza di costor non falla,
36 se ben si guarda con la mente sana;
37 ché cima di giudicio non s’avvalla
38 perché foco d’amor compia in un punto
39 ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
40 e là dov’ io fermai cotesto punto,
41 non s’ammendava, per pregar, difetto,
42 perché ’l priego da Dio era disgiunto.
43 Veramente a così alto sospetto
44 non ti fermar, se quella nol ti dice
45 che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
46 Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
47 tu la vedrai di sopra, in su la vetta
48 di questo monte, ridere e felice».
49 E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
50 ché già non m’affatico come dianzi,
51 e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
52 «Noi anderem con questo giorno innanzi»,
53 rispuose, «quanto più potremo omai;
54 ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
55 Prima che sie là sù, tornar vedrai
56 colui che già si cuopre de la costa,
57 sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
58 Ma vedi là un’anima che, posta
59 sola soletta, inverso noi riguarda:
60 quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
61 Venimmo a lei: o anima lombarda,
62 come ti stavi altera e disdegnosa
63 e nel mover de li occhi onesta e tarda!
64 Ella non ci dicëa alcuna cosa,
65 ma lasciavane gir, solo sguardando
66 a guisa di leon quando si posa.
67 Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
68 che ne mostrasse la miglior salita;
69 e quella non rispuose al suo dimando,
70 ma di nostro paese e de la vita
71 ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
72 «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
73 surse ver’ lui del loco ove pria stava,
74 dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
75 de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
76 Ahi serva Italia, di dolore ostello,
77 nave sanza nocchiere in gran tempesta,
78 non donna di province, ma bordello!
79 Quell’ anima gentil fu così presta,
80 sol per lo dolce suon de la sua terra,
81 di fare al cittadin suo quivi festa;
82 e ora in te non stanno sanza guerra
83 li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
84 di quei ch’un muro e una fossa serra.
85 Cerca, misera, intorno da le prode
86 le tue marine, e poi ti guarda in seno,
87 s’alcuna parte in te di pace gode.
88 Che val perché ti racconciasse il freno
89 Iustinïano, se la sella è vòta?
90 Sanz’ esso fora la vergogna meno.
91 Ahi gente che dovresti esser devota,
92 e lasciar seder Cesare in la sella,
93 se bene intendi ciò che Dio ti nota,
94 guarda come esta fiera è fatta fella
95 per non esser corretta da li sproni,
96 poi che ponesti mano a la predella.
97 O Alberto tedesco ch’abbandoni
98 costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
99 e dovresti inforcar li suoi arcioni,
100 giusto giudicio da le stelle caggia
101 sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
102 tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
103 Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
104 per cupidigia di costà distretti,
105 che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
106 Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
107 Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
108 color già tristi, e questi con sospetti!
109 Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
110 d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
111 e vedrai Santafior com’ è oscura!
112 Vieni a veder la tua Roma che piagne
113 vedova e sola, e dì e notte chiama:
114 «Cesare mio, perché non m’accompagne?».
115 Vieni a veder la gente quanto s’ama!
116 e se nulla di noi pietà ti move,
117 a vergognar ti vien de la tua fama.
118 E se licito m’è, o sommo Giove
119 che fosti in terra per noi crucifisso,
120 son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
121 O è preparazion che ne l’abisso
122 del tuo consiglio fai per alcun bene
123 in tutto de l’accorger nostro scisso?
124 Ché le città d’Italia tutte piene
125 son di tiranni, e un Marcel diventa
126 ogne villan che parteggiando viene.
127 Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
128 di questa digression che non ti tocca,
129 mercé del popol tuo che si argomenta.
130 Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
131 per non venir sanza consiglio a l’arco;
132 ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
133 Molti rifiutan lo comune incarco;
134 ma il popol tuo solicito risponde
135 sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
136 Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
137 tu ricca, tu con pace e tu con senno!
138 S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
139 Atene e Lacedemona, che fenno
140 l’antiche leggi e furon sì civili,
141 fecero al viver bene un picciol cenno
142 verso di te, che fai tanto sottili
143 provedimenti, ch’a mezzo novembre
144 non giugne quel che tu d’ottobre fili.
145 Quante volte, del tempo che rimembre,
146 legge, moneta, officio e costume
147 hai tu mutato, e rinovate membre!
148 E se ben ti ricordi e vedi lume,
149 vedrai te somigliante a quella inferma
150 che non può trovar posa in su le piume,
151 ma con dar volta suo dolore scherma.

7

1 Poscia che l’accoglienze oneste e liete
2 furo iterate tre e quattro volte,
3 Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
4 «Anzi che a questo monte fosser volte
5 l’anime degne di salire a Dio,
6 fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
7 Io son Virgilio; e per null’ altro rio
8 lo ciel perdei che per non aver fé».
9 Così rispuose allora il duca mio.
10 Qual è colui che cosa innanzi sé
11 sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
12 che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
13 tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
14 e umilmente ritornò ver’ lui,
15 e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
16 «O gloria di Latin», disse, «per cui
17 mostrò ciò che potea la lingua nostra,
18 o pregio etterno del loco ond’ io fui,
19 qual merito o qual grazia mi ti mostra?
20 S’io son d’udir le tue parole degno,
21 dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
22 «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
23 rispuose lui, «son io di qua venuto;
24 virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
25 Non per far, ma per non fare ho perduto
26 a veder l’alto Sol che tu disiri
27 e che fu tardi per me conosciuto.
28 Luogo è là giù non tristo di martìri,
29 ma di tenebre solo, ove i lamenti
30 non suonan come guai, ma son sospiri.
31 Quivi sto io coi pargoli innocenti
32 dai denti morsi de la morte avante
33 che fosser da l’umana colpa essenti;
34 quivi sto io con quei che le tre sante
35 virtù non si vestiro, e sanza vizio
36 conobber l’altre e seguir tutte quante.
37 Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
38 dà noi per che venir possiam più tosto
39 là dove purgatorio ha dritto inizio».
40 Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
41 licito m’è andar suso e intorno;
42 per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
43 Ma vedi già come dichina il giorno,
44 e andar sù di notte non si puote;
45 però è buon pensar di bel soggiorno.
46 Anime sono a destra qua remote;
47 se mi consenti, io ti merrò ad esse,
48 e non sanza diletto ti fier note».
49 «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
50 salir di notte, fora elli impedito
51 d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
52 E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
53 dicendo: «Vedi? sola questa riga
54 non varcheresti dopo ’l sol partito:
55 non però ch’altra cosa desse briga,
56 che la notturna tenebra, ad ir suso;
57 quella col nonpoder la voglia intriga.
58 Ben si poria con lei tornare in giuso
59 e passeggiar la costa intorno errando,
60 mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
61 Allora il mio segnor, quasi ammirando,
62 «Menane», disse, «dunque là ’ve dici
63 ch’aver si può diletto dimorando».
64 Poco allungati c’eravam di lici,
65 quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
66 a guisa che i vallon li sceman quici.
67 «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
68 dove la costa face di sé grembo;
69 e là il novo giorno attenderemo».
70 Tra erto e piano era un sentiero schembo,
71 che ne condusse in fianco de la lacca,
72 là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
73 Oro e argento fine, cocco e biacca,
74 indaco, legno lucido e sereno,
75 fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
76 da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
77 posti, ciascun saria di color vinto,
78 come dal suo maggiore è vinto il meno.
79 Non avea pur natura ivi dipinto,
80 ma di soavità di mille odori
81 vi facea uno incognito e indistinto.
82 ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
83 quindi seder cantando anime vidi,
84 che per la valle non parean di fuori.
85 «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
86 cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
87 «tra color non vogliate ch’io vi guidi.
88 Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
89 conoscerete voi di tutti quanti,
90 che ne la lama giù tra essi accolti.
91 Colui che più siede alto e fa sembianti
92 d’aver negletto ciò che far dovea,
93 e che non move bocca a li altrui canti,
94 Rodolfo imperador fu, che potea
95 sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
96 sì che tardi per altri si ricrea.
97 L’altro che ne la vista lui conforta,
98 resse la terra dove l’acqua nasce
99 che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
100 Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
101 fu meglio assai che Vincislao suo figlio
102 barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
103 E quel nasetto che stretto a consiglio
104 par con colui c’ha sì benigno aspetto,
105 morì fuggendo e disfiorando il giglio:
106 guardate là come si batte il petto!
107 L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
108 de la sua palma, sospirando, letto.
109 Padre e suocero son del mal di Francia:
110 sanno la vita sua viziata e lorda,
111 e quindi viene il duol che sì li lancia.
112 Quel che par sì membruto e che s’accorda,
113 cantando, con colui dal maschio naso,
114 d’ogne valor portò cinta la corda;
115 e se re dopo lui fosse rimaso
116 lo giovanetto che retro a lui siede,
117 ben andava il valor di vaso in vaso,
118 che non si puote dir de l’altre rede;
119 Iacomo e Federigo hanno i reami;
120 del retaggio miglior nessun possiede.
121 Rade volte risurge per li rami
122 l’umana probitate; e questo vole
123 quei che la dà, perché da lui si chiami.
124 Anche al nasuto vanno mie parole
125 non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
126 onde Puglia e Proenza già si dole.
127 Tant’ è del seme suo minor la pianta,
128 quanto, più che Beatrice e Margherita,
129 Costanza di marito ancor si vanta.
130 Vedete il re de la semplice vita
131 seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
132 questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
133 Quel che più basso tra costor s’atterra,
134 guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
135 per cui e Alessandria e la sua guerra
136 fa pianger Monferrato e Canavese».

8

1 Era già l’ora che volge il disio
2 ai navicanti e ’ntenerisce il core
3 lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
4 e che lo novo peregrin d’amore
5 punge, se ode squilla di lontano
6 che paia il giorno pianger che si more;
7 quand’ io incominciai a render vano
8 l’udire e a mirare una de l’alme
9 surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
10 Ella giunse e levò ambo le palme,
11 ficcando li occhi verso l’orïente,
12 come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
13 ‘Te lucis ante’ sì devotamente
14 le uscìo di bocca e con sì dolci note,
15 che fece me a me uscir di mente;
16 e l’altre poi dolcemente e devote
17 seguitar lei per tutto l’inno intero,
18 avendo li occhi a le superne rote.
19 Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
20 ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
21 certo che ’l trapassar dentro è leggero.
22 Io vidi quello essercito gentile
23 tacito poscia riguardare in sùe,
24 quasi aspettando, palido e umìle;
25 e vidi uscir de l’alto e scender giùe
26 due angeli con due spade affocate,
27 tronche e private de le punte sue.
28 Verdi come fogliette pur mo nate
29 erano in veste, che da verdi penne
30 percosse traean dietro e ventilate.
31 L’un poco sovra noi a star si venne,
32 e l’altro scese in l’opposita sponda,
33 sì che la gente in mezzo si contenne.
34 Ben discernëa in lor la testa bionda;
35 ma ne la faccia l’occhio si smarria,
36 come virtù ch’a troppo si confonda.
37 «Ambo vegnon del grembo di Maria»,
38 disse Sordello, «a guardia de la valle,
39 per lo serpente che verrà vie via».
40 Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
41 mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
42 tutto gelato, a le fidate spalle.
43 E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
44 tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
45 grazïoso fia lor vedervi assai».
46 Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
47 e fui di sotto, e vidi un che mirava
48 pur me, come conoscer mi volesse.
49 Temp’ era già che l’aere s’annerava,
50 ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
51 non dichiarisse ciò che pria serrava.
52 Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
53 giudice Nin gentil, quanto mi piacque
54 quando ti vidi non esser tra ’ rei!
55 Nullo bel salutar tra noi si tacque;
56 poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
57 a piè del monte per le lontane acque?».
58 «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
59 venni stamane, e sono in prima vita,
60 ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
61 E come fu la mia risposta udita,
62 Sordello ed elli in dietro si raccolse
63 come gente di sùbito smarrita.
64 L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
65 che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
66 vieni a veder che Dio per grazia volse».
67 Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
68 che tu dei a colui che sì nasconde
69 lo suo primo perché, che non lì è guado,
70 quando sarai di là da le larghe onde,
71 dì a Giovanna mia che per me chiami
72 là dove a li ’nnocenti si risponde.
73 Non credo che la sua madre più m’ami,
74 poscia che trasmutò le bianche bende,
75 le quai convien che, misera!, ancor brami.
76 Per lei assai di lieve si comprende
77 quanto in femmina foco d’amor dura,
78 se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
79 Non le farà sì bella sepultura
80 la vipera che Melanesi accampa,
81 com’ avria fatto il gallo di Gallura».
82 Così dicea, segnato de la stampa,
83 nel suo aspetto, di quel dritto zelo
84 che misuratamente in core avvampa.
85 Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
86 pur là dove le stelle son più tarde,
87 sì come rota più presso a lo stelo.
88 E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
89 E io a lui: «A quelle tre facelle
90 di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
91 Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
92 che vedevi staman, son di là basse,
93 e queste son salite ov’ eran quelle».
94 Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
95 dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
96 e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
97 Da quella parte onde non ha riparo
98 la picciola vallea, era una biscia,
99 forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
100 Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
101 volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
102 leccando come bestia che si liscia.
103 Io non vidi, e però dicer non posso,
104 come mosser li astor celestïali;
105 ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
106 Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
107 fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
108 suso a le poste rivolando iguali.
109 L’ombra che s’era al giudice raccolta
110 quando chiamò, per tutto quello assalto
111 punto non fu da me guardare sciolta.
112 «Se la lucerna che ti mena in alto
113 truovi nel tuo arbitrio tanta cera
114 quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
115 cominciò ella, «se novella vera
116 di Val di Magra o di parte vicina
117 sai, dillo a me, che già grande là era.
118 Fui chiamato Currado Malaspina;
119 non son l’antico, ma di lui discesi;
120 a’ miei portai l’amor che qui raffina».
121 «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
122 già mai non fui; ma dove si dimora
123 per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
124 La fama che la vostra casa onora,
125 grida i segnori e grida la contrada,
126 sì che ne sa chi non vi fu ancora;
127 e io vi giuro, s’io di sopra vada,
128 che vostra gente onrata non si sfregia
129 del pregio de la borsa e de la spada.
130 Uso e natura sì la privilegia,
131 che, perché il capo reo il mondo torca,
132 sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
133 Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
134 sette volte nel letto che ’l Montone
135 con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
136 che cotesta cortese oppinïone
137 ti fia chiavata in mezzo de la testa
138 con maggior chiovi che d’altrui sermone,
139 se corso di giudicio non s’arresta».

9

1 La concubina di Titone antico
2 già s’imbiancava al balco d’orïente,
3 fuor de le braccia del suo dolce amico;
4 di gemme la sua fronte era lucente,
5 poste in figura del freddo animale
6 che con la coda percuote la gente;
7 e la notte, de’ passi con che sale,
8 fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
9 e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
10 quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
11 vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
12 là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
13 Ne l’ora che comincia i tristi lai
14 la rondinella presso a la mattina,
15 forse a memoria de’ suo’ primi guai,
16 e che la mente nostra, peregrina
17 più da la carne e men da’ pensier presa,
18 a le sue visïon quasi è divina,
19 in sogno mi parea veder sospesa
20 un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
21 con l’ali aperte e a calare intesa;
22 ed esser mi parea là dove fuoro
23 abbandonati i suoi da Ganimede,
24 quando fu ratto al sommo consistoro.
25 Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
26 pur qui per uso, e forse d’altro loco
27 disdegna di portarne suso in piede’.
28 Poi mi parea che, poi rotata un poco,
29 terribil come folgor discendesse,
30 e me rapisse suso infino al foco.
31 Ivi parea che ella e io ardesse;
32 e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
33 che convenne che ’l sonno si rompesse.
34 Non altrimenti Achille si riscosse,
35 li occhi svegliati rivolgendo in giro
36 e non sappiendo là dove si fosse,
37 quando la madre da Chirón a Schiro
38 trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
39 là onde poi li Greci il dipartiro;
40 che mi scoss’ io, sì come da la faccia
41 mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
42 come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
43 Dallato m’era solo il mio conforto,
44 e ’l sole er’ alto già più che due ore,
45 e ’l viso m’era a la marina torto.
46 «Non aver tema», disse il mio segnore;
47 «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
48 non stringer, ma rallarga ogne vigore.
49 Tu se’ omai al purgatorio giunto:
50 vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
51 vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
52 Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
53 quando l’anima tua dentro dormia,
54 sovra li fiori ond’ è là giù addorno
55 venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
56 lasciatemi pigliar costui che dorme;
57 sì l’agevolerò per la sua via”.
58 Sordel rimase e l’altre genti forme;
59 ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
60 sen venne suso; e io per le sue orme.
61 Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
62 li occhi suoi belli quella intrata aperta;
63 poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
64 A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
65 e che muta in conforto sua paura,
66 poi che la verità li è discoperta,
67 mi cambia’ io; e come sanza cura
68 vide me ’l duca mio, su per lo balzo
69 si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
70 Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
71 la mia matera, e però con più arte
72 non ti maravigliar s’io la rincalzo.
73 Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
74 che là dove pareami prima rotto,
75 pur come un fesso che muro diparte,
76 vidi una porta, e tre gradi di sotto
77 per gire ad essa, di color diversi,
78 e un portier ch’ancor non facea motto.
79 E come l’occhio più e più v’apersi,
80 vidil seder sovra ’l grado sovrano,
81 tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
82 e una spada nuda avëa in mano,
83 che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
84 ch’io drizzava spesso il viso in vano.
85 «Dite costinci: che volete voi?»,
86 cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
87 Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
88 «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
89 rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
90 ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
91 «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
92 ricominciò il cortese portinaio:
93 «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
94 Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
95 bianco marmo era sì pulito e terso,
96 ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
97 Era il secondo tinto più che perso,
98 d’una petrina ruvida e arsiccia,
99 crepata per lo lungo e per traverso.
100 Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
101 porfido mi parea, sì fiammeggiante
102 come sangue che fuor di vena spiccia.
103 Sovra questo tenëa ambo le piante
104 l’angel di Dio sedendo in su la soglia
105 che mi sembiava pietra di diamante.
106 Per li tre gradi sù di buona voglia
107 mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
108 umilemente che ’l serrame scioglia».
109 Divoto mi gittai a’ santi piedi;
110 misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
111 ma tre volte nel petto pria mi diedi.
112 Sette P ne la fronte mi descrisse
113 col punton de la spada, e «Fa che lavi,
114 quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
115 Cenere, o terra che secca si cavi,
116 d’un color fora col suo vestimento;
117 e di sotto da quel trasse due chiavi.
118 L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
119 pria con la bianca e poscia con la gialla
120 fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
121 «Quandunque l’una d’este chiavi falla,
122 che non si volga dritta per la toppa»,
123 diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
124 Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
125 d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
126 perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
127 Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
128 anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
129 pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
130 Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
131 dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
132 che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
133 E quando fuor ne’ cardini distorti
134 li spigoli di quella regge sacra,
135 che di metallo son sonanti e forti,
136 non rugghiò sì né si mostrò sì acra
137 Tarpëa, come tolto le fu il buono
138 Metello, per che poi rimase macra.
139 Io mi rivolsi attento al primo tuono,
140 e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
141 udire in voce mista al dolce suono.
142 Tale imagine a punto mi rendea
143 ciò ch’io udiva, qual prender si suole
144 quando a cantar con organi si stea;
145 ch’or sì or no s’intendon le parole.

10

1 Poi fummo dentro al soglio de la porta
2 che ’l mal amor de l’anime disusa,
3 perché fa parer dritta la via torta,
4 sonando la senti’ esser richiusa;
5 e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
6 qual fora stata al fallo degna scusa?
7 Noi salavam per una pietra fessa,
8 che si moveva e d’una e d’altra parte,
9 sì come l’onda che fugge e s’appressa.
10 «Qui si conviene usare un poco d’arte»,
11 cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
12 or quinci, or quindi al lato che si parte».
13 E questo fece i nostri passi scarsi,
14 tanto che pria lo scemo de la luna
15 rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
16 che noi fossimo fuor di quella cruna;
17 ma quando fummo liberi e aperti
18 sù dove il monte in dietro si rauna,
19 ïo stancato e amendue incerti
20 di nostra via, restammo in su un piano
21 solingo più che strade per diserti.
22 Da la sua sponda, ove confina il vano,
23 al piè de l’alta ripa che pur sale,
24 misurrebbe in tre volte un corpo umano;
25 e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
26 or dal sinistro e or dal destro fianco,
27 questa cornice mi parea cotale.
28 Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
29 quand’ io conobbi quella ripa intorno
30 che dritto di salita aveva manco,
31 esser di marmo candido e addorno
32 d’intagli sì, che non pur Policleto,
33 ma la natura lì avrebbe scorno.
34 L’angel che venne in terra col decreto
35 de la molt’ anni lagrimata pace,
36 ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
37 dinanzi a noi pareva sì verace
38 quivi intagliato in un atto soave,
39 che non sembiava imagine che tace.
40 Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
41 perché iv’ era imaginata quella
42 ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
43 e avea in atto impressa esta favella
44 ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
45 come figura in cera si suggella.
46 «Non tener pur ad un loco la mente»,
47 disse ’l dolce maestro, che m’avea
48 da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
49 Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
50 di retro da Maria, da quella costa
51 onde m’era colui che mi movea,
52 un’altra storia ne la roccia imposta;
53 per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
54 acciò che fosse a li occhi miei disposta.
55 Era intagliato lì nel marmo stesso
56 lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
57 per che si teme officio non commesso.
58 Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
59 partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
60 faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
61 Similemente al fummo de li ’ncensi
62 che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
63 e al sì e al no discordi fensi.
64 Lì precedeva al benedetto vaso,
65 trescando alzato, l’umile salmista,
66 e più e men che re era in quel caso.
67 Di contra, effigïata ad una vista
68 d’un gran palazzo, Micòl ammirava
69 sì come donna dispettosa e trista.
70 I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
71 per avvisar da presso un’altra istoria,
72 che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
73 Quiv’ era storïata l’alta gloria
74 del roman principato, il cui valore
75 mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
76 i’ dico di Traiano imperadore;
77 e una vedovella li era al freno,
78 di lagrime atteggiata e di dolore.
79 Intorno a lui parea calcato e pieno
80 di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
81 sovr’ essi in vista al vento si movieno.
82 La miserella intra tutti costoro
83 pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
84 di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
85 ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
86 tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
87 come persona in cui dolor s’affretta,
88 «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
89 la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
90 a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
91 ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
92 ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
93 giustizia vuole e pietà mi ritene».
94 Colui che mai non vide cosa nova
95 produsse esto visibile parlare,
96 novello a noi perché qui non si trova.
97 Mentr’ io mi dilettava di guardare
98 l’imagini di tante umilitadi,
99 e per lo fabbro loro a veder care,
100 «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
101 mormorava il poeta, «molte genti:
102 questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
103 Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
104 per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
105 volgendosi ver’ lui non furon lenti.
106 Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
107 di buon proponimento per udire
108 come Dio vuol che ’l debito si paghi.
109 Non attender la forma del martìre:
110 pensa la succession; pensa ch’al peggio
111 oltre la gran sentenza non può ire.
112 Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
113 muovere a noi, non mi sembian persone,
114 e non so che, sì nel veder vaneggio».
115 Ed elli a me: «La grave condizione
116 di lor tormento a terra li rannicchia,
117 sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
118 Ma guarda fiso là, e disviticchia
119 col viso quel che vien sotto a quei sassi:
120 già scorger puoi come ciascun si picchia».
121 O superbi cristian, miseri lassi,
122 che, de la vista de la mente infermi,
123 fidanza avete ne’ retrosi passi,
124 non v’accorgete voi che noi siam vermi
125 nati a formar l’angelica farfalla,
126 che vola a la giustizia sanza schermi?
127 Di che l’animo vostro in alto galla,
128 poi siete quasi antomata in difetto,
129 sì come vermo in cui formazion falla?
130 Come per sostentar solaio o tetto,
131 per mensola talvolta una figura
132 si vede giugner le ginocchia al petto,
133 la qual fa del non ver vera rancura
134 nascere ’n chi la vede; così fatti
135 vid’ io color, quando puosi ben cura.
136 Vero è che più e meno eran contratti
137 secondo ch’avien più e meno a dosso;
138 e qual più pazïenza avea ne li atti,
139 piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.

11

1 «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
2 non circunscritto, ma per più amore
3 ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
4 laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
5 da ogne creatura, com’ è degno
6 di render grazie al tuo dolce vapore.
7 Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
8 ché noi ad essa non potem da noi,
9 s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
10 Come del suo voler li angeli tuoi
11 fan sacrificio a te, cantando osanna,
12 così facciano li uomini de’ suoi.
13 Dà oggi a noi la cotidiana manna,
14 sanza la qual per questo aspro diserto
15 a retro va chi più di gir s’affanna.
16 E come noi lo mal ch’avem sofferto
17 perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
18 benigno, e non guardar lo nostro merto.
19 Nostra virtù che di legger s’adona,
20 non spermentar con l’antico avversaro,
21 ma libera da lui che sì la sprona.
22 Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
23 già non si fa per noi, ché non bisogna,
24 ma per color che dietro a noi restaro».
25 Così a sé e noi buona ramogna
26 quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
27 simile a quel che talvolta si sogna,
28 disparmente angosciate tutte a tondo
29 e lasse su per la prima cornice,
30 purgando la caligine del mondo.
31 Se di là sempre ben per noi si dice,
32 di qua che dire e far per lor si puote
33 da quei c’hanno al voler buona radice?
34 Ben si de’ loro atar lavar le note
35 che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
36 possano uscire a le stellate ruote.
37 «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
38 tosto, sì che possiate muover l’ala,
39 che secondo il disio vostro vi lievi,
40 mostrate da qual mano inver’ la scala
41 si va più corto; e se c’è più d’un varco,
42 quel ne ’nsegnate che men erto cala;
43 ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
44 de la carne d’Adamo onde si veste,
45 al montar sù, contra sua voglia, è parco».
46 Le lor parole, che rendero a queste
47 che dette avea colui cu’ io seguiva,
48 non fur da cui venisser manifeste;
49 ma fu detto: «A man destra per la riva
50 con noi venite, e troverete il passo
51 possibile a salir persona viva.
52 E s’io non fossi impedito dal sasso
53 che la cervice mia superba doma,
54 onde portar convienmi il viso basso,
55 cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
56 guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
57 e per farlo pietoso a questa soma.
58 Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
59 Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
60 non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
61 L’antico sangue e l’opere leggiadre
62 d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
63 che, non pensando a la comune madre,
64 ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
65 ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
66 e sallo in Campagnatico ogne fante.
67 Io sono Omberto; e non pur a me danno
68 superbia fa, ché tutti miei consorti
69 ha ella tratti seco nel malanno.
70 E qui convien ch’io questo peso porti
71 per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
72 poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
73 Ascoltando chinai in giù la faccia;
74 e un di lor, non questi che parlava,
75 si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
76 e videmi e conobbemi e chiamava,
77 tenendo li occhi con fatica fisi
78 a me che tutto chin con loro andava.
79 «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
80 l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
81 ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
82 «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
83 che pennelleggia Franco Bolognese;
84 l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
85 Ben non sare’ io stato sì cortese
86 mentre ch’io vissi, per lo gran disio
87 de l’eccellenza ove mio core intese.
88 Di tal superbia qui si paga il fio;
89 e ancor non sarei qui, se non fosse
90 che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
91 Oh vana gloria de l’umane posse!
92 com’ poco verde in su la cima dura,
93 se non è giunta da l’etati grosse!
94 Credette Cimabue ne la pittura
95 tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
96 sì che la fama di colui è scura.
97 Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
98 la gloria de la lingua; e forse è nato
99 chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
100 Non è il mondan romore altro ch’un fiato
101 di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
102 e muta nome perché muta lato.
103 Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
104 da te la carne, che se fossi morto
105 anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
106 pria che passin mill’ anni? ch’è più corto
107 spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
108 al cerchio che più tardi in cielo è torto.
109 Colui che del cammin sì poco piglia
110 dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
111 e ora a pena in Siena sen pispiglia,
112 ond’ era sire quando fu distrutta
113 la rabbia fiorentina, che superba
114 fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
115 La vostra nominanza è color d’erba,
116 che viene e va, e quei la discolora
117 per cui ella esce de la terra acerba».
118 E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
119 bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
120 ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
121 «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
122 ed è qui perché fu presuntüoso
123 a recar Siena tutta a le sue mani.
124 Ito è così e va, sanza riposo,
125 poi che morì; cotal moneta rende
126 a sodisfar chi è di là troppo oso».
127 E io: «Se quello spirito ch’attende,
128 pria che si penta, l’orlo de la vita,
129 qua giù dimora e qua sù non ascende,
130 se buona orazïon lui non aita,
131 prima che passi tempo quanto visse,
132 come fu la venuta lui largita?».
133 «Quando vivea più glorïoso», disse,
134 «liberamente nel Campo di Siena,
135 ogne vergogna diposta, s’affisse;
136 e lì, per trar l’amico suo di pena,
137 ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
138 si condusse a tremar per ogne vena.
139 Più non dirò, e scuro so che parlo;
140 ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
141 faranno sì che tu potrai chiosarlo.
142 Quest’ opera li tolse quei confini».

12

1 Di pari, come buoi che vanno a giogo,
2 m’andava io con quell’ anima carca,
3 fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
4 Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
5 ché qui è buono con l’ali e coi remi,
6 quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
7 dritto sì come andar vuolsi rife’mi
8 con la persona, avvegna che i pensieri
9 mi rimanessero e chinati e scemi.
10 Io m’era mosso, e seguia volontieri
11 del mio maestro i passi, e amendue
12 già mostravam com’ eravam leggeri;
13 ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
14 buon ti sarà, per tranquillar la via,
15 veder lo letto de le piante tue».
16 Come, perché di lor memoria sia,
17 sovra i sepolti le tombe terragne
18 portan segnato quel ch’elli eran pria,
19 onde lì molte volte si ripiagne
20 per la puntura de la rimembranza,
21 che solo a’ pïi dà de le calcagne;
22 sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
23 secondo l’artificio, figurato
24 quanto per via di fuor del monte avanza.
25 Vedea colui che fu nobil creato
26 più ch’altra creatura, giù dal cielo
27 folgoreggiando scender, da l’un lato.
28 Vedëa Brïareo fitto dal telo
29 celestïal giacer, da l’altra parte,
30 grave a la terra per lo mortal gelo.
31 Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
32 armati ancora, intorno al padre loro,
33 mirar le membra d’i Giganti sparte.
34 Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
35 quasi smarrito, e riguardar le genti
36 che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
37 O Nïobè, con che occhi dolenti
38 vedea io te segnata in su la strada,
39 tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
40 O Saùl, come in su la propria spada
41 quivi parevi morto in Gelboè,
42 che poi non sentì pioggia né rugiada!
43 O folle Aragne, sì vedea io te
44 già mezza ragna, trista in su li stracci
45 de l’opera che mal per te si fé.
46 O Roboàm, già non par che minacci
47 quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
48 nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
49 Mostrava ancor lo duro pavimento
50 come Almeon a sua madre fé caro
51 parer lo sventurato addornamento.
52 Mostrava come i figli si gittaro
53 sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
54 e come, morto lui, quivi il lasciaro.
55 Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
56 che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
57 «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
58 Mostrava come in rotta si fuggiro
59 li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
60 e anche le reliquie del martiro.
61 Vedeva Troia in cenere e in caverne;
62 o Ilïón, come te basso e vile
63 mostrava il segno che lì si discerne!
64 Qual di pennel fu maestro o di stile
65 che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
66 mirar farieno uno ingegno sottile?
67 Morti li morti e i vivi parean vivi:
68 non vide mei di me chi vide il vero,
69 quant’ io calcai, fin che chinato givi.
70 Or superbite, e via col viso altero,
71 figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
72 sì che veggiate il vostro mal sentero!
73 Più era già per noi del monte vòlto
74 e del cammin del sole assai più speso
75 che non stimava l’animo non sciolto,
76 quando colui che sempre innanzi atteso
77 andava, cominciò: «Drizza la testa;
78 non è più tempo di gir sì sospeso.
79 Vedi colà un angel che s’appresta
80 per venir verso noi; vedi che torna
81 dal servigio del dì l’ancella sesta.
82 Di reverenza il viso e li atti addorna,
83 sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
84 pensa che questo dì mai non raggiorna!».
85 Io era ben del suo ammonir uso
86 pur di non perder tempo, sì che ’n quella
87 materia non potea parlarmi chiuso.
88 A noi venìa la creatura bella,
89 biancovestito e ne la faccia quale
90 par tremolando mattutina stella.
91 Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
92 disse: «Venite: qui son presso i gradi,
93 e agevolemente omai si sale.
94 A questo invito vegnon molto radi:
95 o gente umana, per volar sù nata,
96 perché a poco vento così cadi?».
97 Menocci ove la roccia era tagliata;
98 quivi mi batté l’ali per la fronte;
99 poi mi promise sicura l’andata.
100 Come a man destra, per salire al monte
101 dove siede la chiesa che soggioga
102 la ben guidata sopra Rubaconte,
103 si rompe del montar l’ardita foga
104 per le scalee che si fero ad etade
105 ch’era sicuro il quaderno e la doga;
106 così s’allenta la ripa che cade
107 quivi ben ratta da l’altro girone;
108 ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
109 Noi volgendo ivi le nostre persone,
110 ‘Beati pauperes spiritu!’ voci
111 cantaron sì, che nol diria sermone.
112 Ahi quanto son diverse quelle foci
113 da l’infernali! ché quivi per canti
114 s’entra, e là giù per lamenti feroci.
115 Già montavam su per li scaglion santi,
116 ed esser mi parea troppo più lieve
117 che per lo pian non mi parea davanti.
118 Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
119 levata s’è da me, che nulla quasi
120 per me fatica, andando, si riceve?».
121 Rispuose: «Quando i P che son rimasi
122 ancor nel volto tuo presso che stinti,
123 saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
124 fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
125 che non pur non fatica sentiranno,
126 ma fia diletto loro esser sù pinti».
127 Allor fec’ io come color che vanno
128 con cosa in capo non da lor saputa,
129 se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
130 per che la mano ad accertar s’aiuta,
131 e cerca e truova e quello officio adempie
132 che non si può fornir per la veduta;
133 e con le dita de la destra scempie
134 trovai pur sei le lettere che ’ncise
135 quel da le chiavi a me sovra le tempie:
136 a che guardando, il mio duca sorrise.

13

1 Noi eravamo al sommo de la scala,
2 dove secondamente si risega
3 lo monte che salendo altrui dismala.
4 Ivi così una cornice lega
5 dintorno il poggio, come la primaia;
6 se non che l’arco suo più tosto piega.
7 Ombra non lì è né segno che si paia:
8 parsi la ripa e parsi la via schietta
9 col livido color de la petraia.
10 «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
11 ragionava il poeta, «io temo forse
12 che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
13 Poi fisamente al sole li occhi porse;
14 fece del destro lato a muover centro,
15 e la sinistra parte di sé torse.
16 «O dolce lume a cui fidanza i’ entro
17 per lo novo cammin, tu ne conduci»,
18 dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
19 Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
20 s’altra ragione in contrario non ponta,
21 esser dien sempre li tuoi raggi duci».
22 Quanto di qua per un migliaio si conta,
23 tanto di là eravam noi già iti,
24 con poco tempo, per la voglia pronta;
25 e verso noi volar furon sentiti,
26 non però visti, spiriti parlando
27 a la mensa d’amor cortesi inviti.
28 La prima voce che passò volando
29 ‘Vinum non habent’ altamente disse,
30 e dietro a noi l’andò reïterando.
31 E prima che del tutto non si udisse
32 per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
33 passò gridando, e anco non s’affisse.
34 «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
35 E com’ io domandai, ecco la terza
36 dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
37 E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
38 la colpa de la invidia, e però sono
39 tratte d’amor le corde de la ferza.
40 Lo fren vuol esser del contrario suono;
41 credo che l’udirai, per mio avviso,
42 prima che giunghi al passo del perdono.
43 Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
44 e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
45 e ciascun è lungo la grotta assiso».
46 Allora più che prima li occhi apersi;
47 guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
48 al color de la pietra non diversi.
49 E poi che fummo un poco più avanti,
50 udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
51 gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
52 Non credo che per terra vada ancoi
53 omo sì duro, che non fosse punto
54 per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
55 ché, quando fui sì presso di lor giunto,
56 che li atti loro a me venivan certi,
57 per li occhi fui di grave dolor munto.
58 Di vil ciliccio mi parean coperti,
59 e l’un sofferia l’altro con la spalla,
60 e tutti da la ripa eran sofferti.
61 Così li ciechi a cui la roba falla,
62 stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
63 e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
64 perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
65 non pur per lo sonar de le parole,
66 ma per la vista che non meno agogna.
67 E come a li orbi non approda il sole,
68 così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
69 luce del ciel di sé largir non vole;
70 ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
71 e cusce sì, come a sparvier selvaggio
72 si fa però che queto non dimora.
73 A me pareva, andando, fare oltraggio,
74 veggendo altrui, non essendo veduto:
75 per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
76 Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
77 e però non attese mia dimanda,
78 ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
79 Virgilio mi venìa da quella banda
80 de la cornice onde cader si puote,
81 perché da nulla sponda s’inghirlanda;
82 da l’altra parte m’eran le divote
83 ombre, che per l’orribile costura
84 premevan sì, che bagnavan le gote.
85 Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
86 incominciai, «di veder l’alto lume
87 che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
88 se tosto grazia resolva le schiume
89 di vostra coscïenza sì che chiaro
90 per essa scenda de la mente il fiume,
91 ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
92 s’anima è qui tra voi che sia latina;
93 e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
94 «O frate mio, ciascuna è cittadina
95 d’una vera città; ma tu vuo’ dire
96 che vivesse in Italia peregrina».
97 Questo mi parve per risposta udire
98 più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
99 ond’ io mi feci ancor più là sentire.
100 Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
101 in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
102 lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
103 «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
104 se tu se’ quelli che mi rispondesti,
105 fammiti conto o per luogo o per nome».
106 «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
107 altri rimendo qui la vita ria,
108 lagrimando a colui che sé ne presti.
109 Savia non fui, avvegna che Sapìa
110 fossi chiamata, e fui de li altrui danni
111 più lieta assai che di ventura mia.
112 E perché tu non creda ch’io t’inganni,
113 odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
114 già discendendo l’arco d’i miei anni.
115 Eran li cittadin miei presso a Colle
116 in campo giunti co’ loro avversari,
117 e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
118 Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
119 passi di fuga; e veggendo la caccia,
120 letizia presi a tutte altre dispari,
121 tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
122 gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
123 come fé ’l merlo per poca bonaccia.
124 Pace volli con Dio in su lo stremo
125 de la mia vita; e ancor non sarebbe
126 lo mio dover per penitenza scemo,
127 se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
128 Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
129 a cui di me per caritate increbbe.
130 Ma tu chi se’, che nostre condizioni
131 vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
132 sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
133 «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
134 ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
135 fatta per esser con invidia vòlti.
136 Troppa è più la paura ond’ è sospesa
137 l’anima mia del tormento di sotto,
138 che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
139 Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
140 qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
141 E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
142 E vivo sono; e però mi richiedi,
143 spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
144 di là per te ancor li mortai piedi».
145 «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
146 rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
147 però col priego tuo talor mi giova.
148 E cheggioti, per quel che tu più brami,
149 se mai calchi la terra di Toscana,
150 che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
151 Tu li vedrai tra quella gente vana
152 che spera in Talamone, e perderagli
153 più di speranza ch’a trovar la Diana;
154 ma più vi perderanno li ammiragli».

14

1 «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
2 prima che morte li abbia dato il volo,
3 e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
4 «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
5 domandal tu che più li t’avvicini,
6 e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
7 Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
8 ragionavan di me ivi a man dritta;
9 poi fer li visi, per dirmi, supini;
10 e disse l’uno: «O anima che fitta
11 nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
12 per carità ne consola e ne ditta
13 onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
14 tanto maravigliar de la tua grazia,
15 quanto vuol cosa che non fu più mai».
16 E io: «Per mezza Toscana si spazia
17 un fiumicel che nasce in Falterona,
18 e cento miglia di corso nol sazia.
19 Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
20 dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
21 ché ’l nome mio ancor molto non suona».
22 «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
23 con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
24 quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
25 E l’altro disse lui: «Perché nascose
26 questi il vocabol di quella riviera,
27 pur com’ om fa de l’orribili cose?».
28 E l’ombra che di ciò domandata era,
29 si sdebitò così: «Non so; ma degno
30 ben è che ’l nome di tal valle pèra;
31 ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
32 l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
33 che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
34 infin là ’ve si rende per ristoro
35 di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
36 ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
37 vertù così per nimica si fuga
38 da tutti come biscia, o per sventura
39 del luogo, o per mal uso che li fruga:
40 ond’ hanno sì mutata lor natura
41 li abitator de la misera valle,
42 che par che Circe li avesse in pastura.
43 Tra brutti porci, più degni di galle
44 che d’altro cibo fatto in uman uso,
45 dirizza prima il suo povero calle.
46 Botoli trova poi, venendo giuso,
47 ringhiosi più che non chiede lor possa,
48 e da lor disdegnosa torce il muso.
49 Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
50 tanto più trova di can farsi lupi
51 la maladetta e sventurata fossa.
52 Discesa poi per più pelaghi cupi,
53 trova le volpi sì piene di froda,
54 che non temono ingegno che le occùpi.
55 Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
56 e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
57 di ciò che vero spirto mi disnoda.
58 Io veggio tuo nepote che diventa
59 cacciator di quei lupi in su la riva
60 del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
61 Vende la carne loro essendo viva;
62 poscia li ancide come antica belva;
63 molti di vita e sé di pregio priva.
64 Sanguinoso esce de la trista selva;
65 lasciala tal, che di qui a mille anni
66 ne lo stato primaio non si rinselva».
67 Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
68 si turba il viso di colui ch’ascolta,
69 da qual che parte il periglio l’assanni,
70 così vid’ io l’altr’ anima, che volta
71 stava a udir, turbarsi e farsi trista,
72 poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
73 Lo dir de l’una e de l’altra la vista
74 mi fer voglioso di saper lor nomi,
75 e dimanda ne fei con prieghi mista;
76 per che lo spirto che di pria parlòmi
77 ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
78 nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
79 Ma da che Dio in te vuol che traluca
80 tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
81 però sappi ch’io fui Guido del Duca.
82 Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
83 che se veduto avesse uom farsi lieto,
84 visto m’avresti di livore sparso.
85 Di mia semente cotal paglia mieto;
86 o gente umana, perché poni ’l core
87 là ’v’ è mestier di consorte divieto?
88 Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
89 de la casa da Calboli, ove nullo
90 fatto s’è reda poi del suo valore.
91 E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
92 tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
93 del ben richesto al vero e al trastullo;
94 ché dentro a questi termini è ripieno
95 di venenosi sterpi, sì che tardi
96 per coltivare omai verrebber meno.
97 Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
98 Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
99 Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
100 Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
101 quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
102 verga gentil di picciola gramigna?
103 Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
104 quando rimembro, con Guido da Prata,
105 Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
106 Federigo Tignoso e sua brigata,
107 la casa Traversara e li Anastagi
108 (e l’una gente e l’altra è diretata),
109 le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
110 che ne ’nvogliava amore e cortesia
111 là dove i cuor son fatti sì malvagi.
112 O Bretinoro, ché non fuggi via,
113 poi che gita se n’è la tua famiglia
114 e molta gente per non esser ria?
115 Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
116 e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
117 che di figliar tai conti più s’impiglia.
118 Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
119 lor sen girà; ma non però che puro
120 già mai rimagna d’essi testimonio.
121 O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
122 è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
123 chi far lo possa, tralignando, scuro.
124 Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
125 troppo di pianger più che di parlare,
126 sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
127 Noi sapavam che quell’ anime care
128 ci sentivano andar; però, tacendo,
129 facëan noi del cammin confidare.
130 Poi fummo fatti soli procedendo,
131 folgore parve quando l’aere fende,
132 voce che giunse di contra dicendo:
133 ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
134 e fuggì come tuon che si dilegua,
135 se sùbito la nuvola scoscende.
136 Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
137 ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
138 che somigliò tonar che tosto segua:
139 «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
140 e allor, per ristrignermi al poeta,
141 in destro feci, e non innanzi, il passo.
142 Già era l’aura d’ogne parte queta;
143 ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
144 che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
145 Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
146 de l’antico avversaro a sé vi tira;
147 e però poco val freno o richiamo.
148 Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
149 mostrandovi le sue bellezze etterne,
150 e l’occhio vostro pur a terra mira;
151 onde vi batte chi tutto discerne».

15

1 Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
2 e ’l principio del dì par de la spera
3 che sempre a guisa di fanciullo scherza,
4 tanto pareva già inver’ la sera
5 essere al sol del suo corso rimaso;
6 vespero là, e qui mezza notte era.
7 E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
8 perché per noi girato era sì ’l monte,
9 che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
10 quand’ io senti’ a me gravar la fronte
11 a lo splendore assai più che di prima,
12 e stupor m’eran le cose non conte;
13 ond’ io levai le mani inver’ la cima
14 de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
15 che del soverchio visibile lima.
16 Come quando da l’acqua o da lo specchio
17 salta lo raggio a l’opposita parte,
18 salendo su per lo modo parecchio
19 a quel che scende, e tanto si diparte
20 dal cader de la pietra in igual tratta,
21 sì come mostra esperïenza e arte;
22 così mi parve da luce rifratta
23 quivi dinanzi a me esser percosso;
24 per che a fuggir la mia vista fu ratta.
25 «Che è quel, dolce padre, a che non posso
26 schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
27 diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
28 «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
29 la famiglia del cielo», a me rispuose:
30 «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
31 Tosto sarà ch’a veder queste cose
32 non ti fia grave, ma fieti diletto
33 quanto natura a sentir ti dispuose».
34 Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
35 con lieta voce disse: «Intrate quinci
36 ad un scaleo vie men che li altri eretto».
37 Noi montavam, già partiti di linci,
38 e ‘Beati misericordes!’ fue
39 cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
40 Lo mio maestro e io soli amendue
41 suso andavamo; e io pensai, andando,
42 prode acquistar ne le parole sue;
43 e dirizza’mi a lui sì dimandando:
44 «Che volse dir lo spirto di Romagna,
45 e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
46 Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
47 conosce il danno; e però non s’ammiri
48 se ne riprende perché men si piagna.
49 Perché s’appuntano i vostri disiri
50 dove per compagnia parte si scema,
51 invidia move il mantaco a’ sospiri.
52 Ma se l’amor de la spera supprema
53 torcesse in suso il disiderio vostro,
54 non vi sarebbe al petto quella tema;
55 ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
56 tanto possiede più di ben ciascuno,
57 e più di caritate arde in quel chiostro».
58 «Io son d’esser contento più digiuno»,
59 diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
60 e più di dubbio ne la mente aduno.
61 Com’ esser puote ch’un ben, distributo
62 in più posseditor, faccia più ricchi
63 di sé che se da pochi è posseduto?».
64 Ed elli a me: «Però che tu rificchi
65 la mente pur a le cose terrene,
66 di vera luce tenebre dispicchi.
67 Quello infinito e ineffabil bene
68 che là sù è, così corre ad amore
69 com’ a lucido corpo raggio vene.
70 Tanto si dà quanto trova d’ardore;
71 sì che, quantunque carità si stende,
72 cresce sovr’ essa l’etterno valore.
73 E quanta gente più là sù s’intende,
74 più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
75 e come specchio l’uno a l’altro rende.
76 E se la mia ragion non ti disfama,
77 vedrai Beatrice, ed ella pienamente
78 ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
79 Procaccia pur che tosto sieno spente,
80 come son già le due, le cinque piaghe,
81 che si richiudon per esser dolente».
82 Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
83 vidimi giunto in su l’altro girone,
84 sì che tacer mi fer le luci vaghe.
85 Ivi mi parve in una visïone
86 estatica di sùbito esser tratto,
87 e vedere in un tempio più persone;
88 e una donna, in su l’entrar, con atto
89 dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
90 perché hai tu così verso noi fatto?
91 Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
92 ti cercavamo». E come qui si tacque,
93 ciò che pareva prima, dispario.
94 Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
95 giù per le gote che ’l dolor distilla
96 quando di gran dispetto in altrui nacque,
97 e dir: «Se tu se’ sire de la villa
98 del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
99 e onde ogne scïenza disfavilla,
100 vendica te di quelle braccia ardite
101 ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
102 E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
103 risponder lei con viso temperato:
104 «Che farem noi a chi mal ne disira,
105 se quei che ci ama è per noi condannato?»,
106 Poi vidi genti accese in foco d’ira
107 con pietre un giovinetto ancider, forte
108 gridando a sé pur: «Martira, martira!».
109 E lui vedea chinarsi, per la morte
110 che l’aggravava già, inver’ la terra,
111 ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
112 orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
113 che perdonasse a’ suoi persecutori,
114 con quello aspetto che pietà diserra.
115 Quando l’anima mia tornò di fori
116 a le cose che son fuor di lei vere,
117 io riconobbi i miei non falsi errori.
118 Lo duca mio, che mi potea vedere
119 far sì com’ om che dal sonno si slega,
120 disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
121 ma se’ venuto più che mezza lega
122 velando li occhi e con le gambe avvolte,
123 a guisa di cui vino o sonno piega?».
124 «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
125 io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
126 quando le gambe mi furon sì tolte».
127 Ed ei: «Se tu avessi cento larve
128 sovra la faccia, non mi sarian chiuse
129 le tue cogitazion, quantunque parve.
130 Ciò che vedesti fu perché non scuse
131 d’aprir lo core a l’acque de la pace
132 che da l’etterno fonte son diffuse.
133 Non dimandai “Che hai?” per quel che face
134 chi guarda pur con l’occhio che non vede,
135 quando disanimato il corpo giace;
136 ma dimandai per darti forza al piede:
137 così frugar conviensi i pigri, lenti
138 ad usar lor vigilia quando riede».
139 Noi andavam per lo vespero, attenti
140 oltre quanto potean li occhi allungarsi
141 contra i raggi serotini e lucenti.
142 Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
143 verso di noi come la notte oscuro;
144 né da quello era loco da cansarsi.
145 Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

16

1 Buio d’inferno e di notte privata
2 d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
3 quant’ esser può di nuvol tenebrata,
4 non fece al viso mio sì grosso velo
5 come quel fummo ch’ivi ci coperse,
6 né a sentir di così aspro pelo,
7 che l’occhio stare aperto non sofferse;
8 onde la scorta mia saputa e fida
9 mi s’accostò e l’omero m’offerse.
10 Sì come cieco va dietro a sua guida
11 per non smarrirsi e per non dar di cozzo
12 in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
13 m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
14 ascoltando il mio duca che diceva
15 pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
16 Io sentia voci, e ciascuna pareva
17 pregar per pace e per misericordia
18 l’Agnel di Dio che le peccata leva.
19 Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
20 una parola in tutte era e un modo,
21 sì che parea tra esse ogne concordia.
22 «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
23 diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
24 e d’iracundia van solvendo il nodo».
25 «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
26 e di noi parli pur come se tue
27 partissi ancor lo tempo per calendi?».
28 Così per una voce detto fue;
29 onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
30 e domanda se quinci si va sùe».
31 E io: «O creatura che ti mondi
32 per tornar bella a colui che ti fece,
33 maraviglia udirai, se mi secondi».
34 «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
35 rispuose; «e se veder fummo non lascia,
36 l’udir ci terrà giunti in quella vece».
37 Allora incominciai: «Con quella fascia
38 che la morte dissolve men vo suso,
39 e venni qui per l’infernale ambascia.
40 E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
41 tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
42 per modo tutto fuor del moderno uso,
43 non mi celar chi fosti anzi la morte,
44 ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
45 e tue parole fier le nostre scorte».
46 «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
47 del mondo seppi, e quel valore amai
48 al quale ha or ciascun disteso l’arco.
49 Per montar sù dirittamente vai».
50 Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
51 che per me prieghi quando sù sarai».
52 E io a lui: «Per fede mi ti lego
53 di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
54 dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
55 Prima era scempio, e ora è fatto doppio
56 ne la sentenza tua, che mi fa certo
57 qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
58 Lo mondo è ben così tutto diserto
59 d’ogne virtute, come tu mi sone,
60 e di malizia gravido e coverto;
61 ma priego che m’addite la cagione,
62 sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
63 ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
64 Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
65 mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
66 lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
67 Voi che vivete ogne cagion recate
68 pur suso al cielo, pur come se tutto
69 movesse seco di necessitate.
70 Se così fosse, in voi fora distrutto
71 libero arbitrio, e non fora giustizia
72 per ben letizia, e per male aver lutto.
73 Lo cielo i vostri movimenti inizia;
74 non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
75 lume v’è dato a bene e a malizia,
76 e libero voler; che, se fatica
77 ne le prime battaglie col ciel dura,
78 poi vince tutto, se ben si notrica.
79 A maggior forza e a miglior natura
80 liberi soggiacete; e quella cria
81 la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
82 Però, se ’l mondo presente disvia,
83 in voi è la cagione, in voi si cheggia;
84 e io te ne sarò or vera spia.
85 Esce di mano a lui che la vagheggia
86 prima che sia, a guisa di fanciulla
87 che piangendo e ridendo pargoleggia,
88 l’anima semplicetta che sa nulla,
89 salvo che, mossa da lieto fattore,
90 volontier torna a ciò che la trastulla.
91 Di picciol bene in pria sente sapore;
92 quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
93 se guida o fren non torce suo amore.
94 Onde convenne legge per fren porre;
95 convenne rege aver, che discernesse
96 de la vera cittade almen la torre.
97 Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
98 Nullo, però che ’l pastor che procede,
99 rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
100 per che la gente, che sua guida vede
101 pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
102 di quel si pasce, e più oltre non chiede.
103 Ben puoi veder che la mala condotta
104 è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
105 e non natura che ’n voi sia corrotta.
106 Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
107 due soli aver, che l’una e l’altra strada
108 facean vedere, e del mondo e di Deo.
109 L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
110 col pasturale, e l’un con l’altro insieme
111 per viva forza mal convien che vada;
112 però che, giunti, l’un l’altro non teme:
113 se non mi credi, pon mente a la spiga,
114 ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
115 In sul paese ch’Adice e Po riga,
116 solea valore e cortesia trovarsi,
117 prima che Federigo avesse briga;
118 or può sicuramente indi passarsi
119 per qualunque lasciasse, per vergogna
120 di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
121 Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
122 l’antica età la nova, e par lor tardo
123 che Dio a miglior vita li ripogna:
124 Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
125 e Guido da Castel, che mei si noma,
126 francescamente, il semplice Lombardo.
127 Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
128 per confondere in sé due reggimenti,
129 cade nel fango, e sé brutta e la soma».
130 «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
131 e or discerno perché dal retaggio
132 li figli di Levì furono essenti.
133 Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
134 di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
135 in rimprovèro del secol selvaggio?».
136 «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
137 rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
138 par che del buon Gherardo nulla senta.
139 Per altro sopranome io nol conosco,
140 s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
141 Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
142 Vedi l’albor che per lo fummo raia
143 già biancheggiare, e me convien partirmi
144 (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
145 Così tornò, e più non volle udirmi.

17

1 Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
2 ti colse nebbia per la qual vedessi
3 non altrimenti che per pelle talpe,
4 come, quando i vapori umidi e spessi
5 a diradar cominciansi, la spera
6 del sol debilemente entra per essi;
7 e fia la tua imagine leggera
8 in giugnere a veder com’ io rividi
9 lo sole in pria, che già nel corcar era.
10 Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
11 del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
12 ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
13 O imaginativa che ne rube
14 talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
15 perché dintorno suonin mille tube,
16 chi move te, se ’l senso non ti porge?
17 Moveti lume che nel ciel s’informa,
18 per sé o per voler che giù lo scorge.
19 De l’empiezza di lei che mutò forma
20 ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
21 ne l’imagine mia apparve l’orma;
22 e qui fu la mia mente sì ristretta
23 dentro da sé, che di fuor non venìa
24 cosa che fosse allor da lei ricetta.
25 Poi piovve dentro a l’alta fantasia
26 un crucifisso, dispettoso e fero
27 ne la sua vista, e cotal si moria;
28 intorno ad esso era il grande Assüero,
29 Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
30 che fu al dire e al far così intero.
31 E come questa imagine rompeo
32 sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
33 cui manca l’acqua sotto qual si feo,
34 surse in mia visïone una fanciulla
35 piangendo forte, e dicea: «O regina,
36 perché per ira hai voluto esser nulla?
37 Ancisa t’hai per non perder Lavina;
38 or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
39 madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
40 Come si frange il sonno ove di butto
41 nova luce percuote il viso chiuso,
42 che fratto guizza pria che muoia tutto;
43 così l’imaginar mio cadde giuso
44 tosto che lume il volto mi percosse,
45 maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
46 I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
47 quando una voce disse «Qui si monta»,
48 che da ogne altro intento mi rimosse;
49 e fece la mia voglia tanto pronta
50 di riguardar chi era che parlava,
51 che mai non posa, se non si raffronta.
52 Ma come al sol che nostra vista grava
53 e per soverchio sua figura vela,
54 così la mia virtù quivi mancava.
55 «Questo è divino spirito, che ne la
56 via da ir sù ne drizza sanza prego,
57 e col suo lume sé medesmo cela.
58 Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
59 ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
60 malignamente già si mette al nego.
61 Or accordiamo a tanto invito il piede;
62 procacciam di salir pria che s’abbui,
63 ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
64 Così disse il mio duca, e io con lui
65 volgemmo i nostri passi ad una scala;
66 e tosto ch’io al primo grado fui,
67 senti’mi presso quasi un muover d’ala
68 e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
69 pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
70 Già eran sovra noi tanto levati
71 li ultimi raggi che la notte segue,
72 che le stelle apparivan da più lati.
73 ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
74 fra me stesso dicea, ché mi sentiva
75 la possa de le gambe posta in triegue.
76 Noi eravam dove più non saliva
77 la scala sù, ed eravamo affissi,
78 pur come nave ch’a la piaggia arriva.
79 E io attesi un poco, s’io udissi
80 alcuna cosa nel novo girone;
81 poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
82 «Dolce mio padre, dì, quale offensione
83 si purga qui nel giro dove semo?
84 Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
85 Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
86 del suo dover, quiritta si ristora;
87 qui si ribatte il mal tardato remo.
88 Ma perché più aperto intendi ancora,
89 volgi la mente a me, e prenderai
90 alcun buon frutto di nostra dimora».
91 «Né creator né creatura mai»,
92 cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
93 o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
94 Lo naturale è sempre sanza errore,
95 ma l’altro puote errar per malo obietto
96 o per troppo o per poco di vigore.
97 Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
98 e ne’ secondi sé stesso misura,
99 esser non può cagion di mal diletto;
100 ma quando al mal si torce, o con più cura
101 o con men che non dee corre nel bene,
102 contra ’l fattore adovra sua fattura.
103 Quinci comprender puoi ch’esser convene
104 amor sementa in voi d’ogne virtute
105 e d’ogne operazion che merta pene.
106 Or, perché mai non può da la salute
107 amor del suo subietto volger viso,
108 da l’odio proprio son le cose tute;
109 e perché intender non si può diviso,
110 e per sé stante, alcuno esser dal primo,
111 da quello odiare ogne effetto è deciso.
112 Resta, se dividendo bene stimo,
113 che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
114 amor nasce in tre modi in vostro limo.
115 È chi, per esser suo vicin soppresso,
116 spera eccellenza, e sol per questo brama
117 ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
118 è chi podere, grazia, onore e fama
119 teme di perder perch’ altri sormonti,
120 onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
121 ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
122 sì che si fa de la vendetta ghiotto,
123 e tal convien che ’l male altrui impronti.
124 Questo triforme amor qua giù di sotto
125 si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
126 che corre al ben con ordine corrotto.
127 Ciascun confusamente un bene apprende
128 nel qual si queti l’animo, e disira;
129 per che di giugner lui ciascun contende.
130 Se lento amore a lui veder vi tira
131 o a lui acquistar, questa cornice,
132 dopo giusto penter, ve ne martira.
133 Altro ben è che non fa l’uom felice;
134 non è felicità, non è la buona
135 essenza, d’ogne ben frutto e radice.
136 L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
137 di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
138 ma come tripartito si ragiona,
139 tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».

18

1 Posto avea fine al suo ragionamento
2 l’alto dottore, e attento guardava
3 ne la mia vista s’io parea contento;
4 e io, cui nova sete ancor frugava,
5 di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
6 lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
7 Ma quel padre verace, che s’accorse
8 del timido voler che non s’apriva,
9 parlando, di parlare ardir mi porse.
10 Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
11 sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
12 quanto la tua ragion parta o descriva.
13 Però ti prego, dolce padre caro,
14 che mi dimostri amore, a cui reduci
15 ogne buono operare e ’l suo contraro».
16 «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
17 de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
18 l’error de’ ciechi che si fanno duci.
19 L’animo, ch’è creato ad amar presto,
20 ad ogne cosa è mobile che piace,
21 tosto che dal piacere in atto è desto.
22 Vostra apprensiva da esser verace
23 tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
24 sì che l’animo ad essa volger face;
25 e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
26 quel piegare è amor, quell’ è natura
27 che per piacer di novo in voi si lega.
28 Poi, come ’l foco movesi in altura
29 per la sua forma ch’è nata a salire
30 là dove più in sua matera dura,
31 così l’animo preso entra in disire,
32 ch’è moto spiritale, e mai non posa
33 fin che la cosa amata il fa gioire.
34 Or ti puote apparer quant’ è nascosa
35 la veritate a la gente ch’avvera
36 ciascun amore in sé laudabil cosa;
37 però che forse appar la sua matera
38 sempre esser buona, ma non ciascun segno
39 è buono, ancor che buona sia la cera».
40 «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
41 rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
42 ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
43 ché, s’amore è di fuori a noi offerto
44 e l’anima non va con altro piede,
45 se dritta o torta va, non è suo merto».
46 Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
47 dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
48 pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
49 Ogne forma sustanzïal, che setta
50 è da matera ed è con lei unita,
51 specifica vertute ha in sé colletta,
52 la qual sanza operar non è sentita,
53 né si dimostra mai che per effetto,
54 come per verdi fronde in pianta vita.
55 Però, là onde vegna lo ’ntelletto
56 de le prime notizie, omo non sape,
57 e de’ primi appetibili l’affetto,
58 che sono in voi sì come studio in ape
59 di far lo mele; e questa prima voglia
60 merto di lode o di biasmo non cape.
61 Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
62 innata v’è la virtù che consiglia,
63 e de l’assenso de’ tener la soglia.
64 Quest’ è ’l principio là onde si piglia
65 ragion di meritare in voi, secondo
66 che buoni e rei amori accoglie e viglia.
67 Color che ragionando andaro al fondo,
68 s’accorser d’esta innata libertate;
69 però moralità lasciaro al mondo.
70 Onde, poniam che di necessitate
71 surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
72 di ritenerlo è in voi la podestate.
73 La nobile virtù Beatrice intende
74 per lo libero arbitrio, e però guarda
75 che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
76 La luna, quasi a mezza notte tarda,
77 facea le stelle a noi parer più rade,
78 fatta com’ un secchion che tuttor arda;
79 e correa contro ’l ciel per quelle strade
80 che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
81 tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
82 E quell’ ombra gentil per cui si noma
83 Pietola più che villa mantoana,
84 del mio carcar diposta avea la soma;
85 per ch’io, che la ragione aperta e piana
86 sovra le mie quistioni avea ricolta,
87 stava com’ om che sonnolento vana.
88 Ma questa sonnolenza mi fu tolta
89 subitamente da gente che dopo
90 le nostre spalle a noi era già volta.
91 E quale Ismeno già vide e Asopo
92 lungo di sè di notte furia e calca,
93 pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
94 cotal per quel giron suo passo falca,
95 per quel ch’io vidi di color, venendo,
96 cui buon volere e giusto amor cavalca.
97 Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
98 si movea tutta quella turba magna;
99 e due dinanzi gridavan piangendo:
100 «Maria corse con fretta a la montagna;
101 e Cesare, per soggiogare Ilerda,
102 punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
103 «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
104 per poco amor», gridavan li altri appresso,
105 «che studio di ben far grazia rinverda».
106 «O gente in cui fervore aguto adesso
107 ricompie forse negligenza e indugio
108 da voi per tepidezza in ben far messo,
109 questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
110 vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
111 però ne dite ond’ è presso il pertugio».
112 Parole furon queste del mio duca;
113 e un di quelli spirti disse: «Vieni
114 di retro a noi, e troverai la buca.
115 Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
116 che restar non potem; però perdona,
117 se villania nostra giustizia tieni.
118 Io fui abate in San Zeno a Verona
119 sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
120 di cui dolente ancor Milan ragiona.
121 E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
122 che tosto piangerà quel monastero,
123 e tristo fia d’avere avuta possa;
124 perché suo figlio, mal del corpo intero,
125 e de la mente peggio, e che mal nacque,
126 ha posto in loco di suo pastor vero».
127 Io non so se più disse o s’ei si tacque,
128 tant’ era già di là da noi trascorso;
129 ma questo intesi, e ritener mi piacque.
130 E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
131 disse: «Volgiti qua: vedine due
132 venir dando a l’accidïa di morso».
133 Di retro a tutti dicean: «Prima fue
134 morta la gente a cui il mar s’aperse,
135 che vedesse Iordan le rede sue.
136 E quella che l’affanno non sofferse
137 fino a la fine col figlio d’Anchise,
138 sé stessa a vita sanza gloria offerse».
139 Poi quando fuor da noi tanto divise
140 quell’ ombre, che veder più non potiersi,
141 novo pensiero dentro a me si mise,
142 del qual più altri nacquero e diversi;
143 e tanto d’uno in altro vaneggiai,
144 che li occhi per vaghezza ricopersi,
145 e ’l pensamento in sogno trasmutai.

19

1 Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
2 intepidar più ’l freddo de la luna,
3 vinto da terra, e talor da Saturno
4 —quando i geomanti lor Maggior Fortuna
5 veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
6 surger per via che poco le sta bruna—,
7 mi venne in sogno una femmina balba,
8 ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
9 con le man monche, e di colore scialba.
10 Io la mirava; e come ’l sol conforta
11 le fredde membra che la notte aggrava,
12 così lo sguardo mio le facea scorta
13 la lingua, e poscia tutta la drizzava
14 in poco d’ora, e lo smarrito volto,
15 com’ amor vuol, così le colorava.
16 Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
17 cominciava a cantar sì, che con pena
18 da lei avrei mio intento rivolto.
19 «Io son», cantava, «io son dolce serena,
20 che ’ marinari in mezzo mar dismago;
21 tanto son di piacere a sentir piena!
22 Io volsi Ulisse del suo cammin vago
23 al canto mio; e qual meco s’ausa,
24 rado sen parte; sì tutto l’appago!».
25 Ancor non era sua bocca richiusa,
26 quand’ una donna apparve santa e presta
27 lunghesso me per far colei confusa.
28 «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
29 fieramente dicea; ed el venìa
30 con li occhi fitti pur in quella onesta.
31 L’altra prendea, e dinanzi l’apria
32 fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
33 quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
34 Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
35 voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
36 troviam l’aperta per la qual tu entre».
37 Sù mi levai, e tutti eran già pieni
38 de l’alto dì i giron del sacro monte,
39 e andavam col sol novo a le reni.
40 Seguendo lui, portava la mia fronte
41 come colui che l’ha di pensier carca,
42 che fa di sé un mezzo arco di ponte;
43 quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
44 parlare in modo soave e benigno,
45 qual non si sente in questa mortal marca.
46 Con l’ali aperte, che parean di cigno,
47 volseci in sù colui che sì parlonne
48 tra due pareti del duro macigno.
49 Mosse le penne poi e ventilonne,
50 ‘Qui lugent’ affermando esser beati,
51 ch’avran di consolar l’anime donne.
52 «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
53 la guida mia incominciò a dirmi,
54 poco amendue da l’angel sormontati.
55 E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
56 novella visïon ch’a sé mi piega,
57 sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
58 «Vedesti», disse, «quell’antica strega
59 che sola sovr’ a noi omai si piagne;
60 vedesti come l’uom da lei si slega.
61 Bastiti, e batti a terra le calcagne;
62 li occhi rivolgi al logoro che gira
63 lo rege etterno con le rote magne».
64 Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
65 indi si volge al grido e si protende
66 per lo disio del pasto che là il tira,
67 tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
68 la roccia per dar via a chi va suso,
69 n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
70 Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
71 vidi gente per esso che piangea,
72 giacendo a terra tutta volta in giuso.
73 ‘Adhaesit pavimento anima mea’
74 sentia dir lor con sì alti sospiri,
75 che la parola a pena s’intendea.
76 «O eletti di Dio, li cui soffriri
77 e giustizia e speranza fa men duri,
78 drizzate noi verso li alti saliri».
79 «Se voi venite dal giacer sicuri,
80 e volete trovar la via più tosto,
81 le vostre destre sien sempre di fori».
82 Così pregò ’l poeta, e sì risposto
83 poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
84 nel parlare avvisai l’altro nascosto,
85 e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
86 ond’ elli m’assentì con lieto cenno
87 ciò che chiedea la vista del disio.
88 Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
89 trassimi sovra quella creatura
90 le cui parole pria notar mi fenno,
91 dicendo: «Spirto in cui pianger matura
92 quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
93 sosta un poco per me tua maggior cura.
94 Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
95 al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
96 cosa di là ond’ io vivendo mossi».
97 Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
98 rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
99 scias quod ego fui successor Petri.
100 Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
101 una fiumana bella, e del suo nome
102 lo titol del mio sangue fa sua cima.
103 Un mese e poco più prova’ io come
104 pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
105 che piuma sembran tutte l’altre some.
106 La mia conversïone, omè!, fu tarda;
107 ma, come fatto fui roman pastore,
108 così scopersi la vita bugiarda.
109 Vidi che lì non s’acquetava il core,
110 né più salir potiesi in quella vita;
111 per che di questa in me s’accese amore.
112 Fino a quel punto misera e partita
113 da Dio anima fui, del tutto avara;
114 or, come vedi, qui ne son punita.
115 Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
116 in purgazion de l’anime converse;
117 e nulla pena il monte ha più amara.
118 Sì come l’occhio nostro non s’aderse
119 in alto, fisso a le cose terrene,
120 così giustizia qui a terra il merse.
121 Come avarizia spense a ciascun bene
122 lo nostro amore, onde operar perdési,
123 così giustizia qui stretti ne tene,
124 ne’ piedi e ne le man legati e presi;
125 e quanto fia piacer del giusto Sire,
126 tanto staremo immobili e distesi».
127 Io m’era inginocchiato e volea dire;
128 ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
129 solo ascoltando, del mio reverire,
130 «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
131 E io a lui: «Per vostra dignitate
132 mia coscïenza dritto mi rimorse».
133 «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
134 rispuose; «non errar: conservo sono
135 teco e con li altri ad una podestate.
136 Se mai quel santo evangelico suono
137 che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
138 ben puoi veder perch’ io così ragiono.
139 Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
140 ché la tua stanza mio pianger disagia,
141 col qual maturo ciò che tu dicesti.
142 Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
143 buona da sé, pur che la nostra casa
144 non faccia lei per essempro malvagia;
145 e questa sola di là m’è rimasa».

20

1 Contra miglior voler voler mal pugna;
2 onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
3 trassi de l’acqua non sazia la spugna.
4 Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
5 luoghi spediti pur lungo la roccia,
6 come si va per muro stretto a’ merli;
7 ché la gente che fonde a goccia a goccia
8 per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
9 da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
10 Maladetta sie tu, antica lupa,
11 che più che tutte l’altre bestie hai preda
12 per la tua fame sanza fine cupa!
13 O ciel, nel cui girar par che si creda
14 le condizion di qua giù trasmutarsi,
15 quando verrà per cui questa disceda?
16 Noi andavam con passi lenti e scarsi,
17 e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
18 pietosamente piangere e lagnarsi;
19 e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
20 dinanzi a noi chiamar così nel pianto
21 come fa donna che in parturir sia;
22 e seguitar: «Povera fosti tanto,
23 quanto veder si può per quello ospizio
24 dove sponesti il tuo portato santo».
25 Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
26 con povertà volesti anzi virtute
27 che gran ricchezza posseder con vizio».
28 Queste parole m’eran sì piaciute,
29 ch’io mi trassi oltre per aver contezza
30 di quello spirto onde parean venute.
31 Esso parlava ancor de la larghezza
32 che fece Niccolò a le pulcelle,
33 per condurre ad onor lor giovinezza.
34 «O anima che tanto ben favelle,
35 dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
36 tu queste degne lode rinovelle.
37 Non fia sanza mercé la tua parola,
38 s’io ritorno a compiér lo cammin corto
39 di quella vita ch’al termine vola».
40 Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
41 ch’io attenda di là, ma perché tanta
42 grazia in te luce prima che sie morto.
43 Io fui radice de la mala pianta
44 che la terra cristiana tutta aduggia,
45 sì che buon frutto rado se ne schianta.
46 Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
47 potesser, tosto ne saria vendetta;
48 e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
49 Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
50 di me son nati i Filippi e i Luigi
51 per cui novellamente è Francia retta.
52 Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
53 quando li regi antichi venner meno
54 tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
55 trova’mi stretto ne le mani il freno
56 del governo del regno, e tanta possa
57 di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
58 ch’a la corona vedova promossa
59 la testa di mio figlio fu, dal quale
60 cominciar di costor le sacrate ossa.
61 Mentre che la gran dota provenzale
62 al sangue mio non tolse la vergogna,
63 poco valea, ma pur non facea male.
64 Lì cominciò con forza e con menzogna
65 la sua rapina; e poscia, per ammenda,
66 Pontì e Normandia prese e Guascogna.
67 Carlo venne in Italia e, per ammenda,
68 vittima fé di Curradino; e poi
69 ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
70 Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
71 che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
72 per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
73 Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
74 con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
75 sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
76 Quindi non terra, ma peccato e onta
77 guadagnerà, per sé tanto più grave,
78 quanto più lieve simil danno conta.
79 L’altro, che già uscì preso di nave,
80 veggio vender sua figlia e patteggiarne
81 come fanno i corsar de l’altre schiave.
82 O avarizia, che puoi tu più farne,
83 poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
84 che non si cura de la propria carne?
85 Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
86 veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
87 e nel vicario suo Cristo esser catto.
88 Veggiolo un’altra volta esser deriso;
89 veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
90 e tra vivi ladroni esser anciso.
91 Veggio il novo Pilato sì crudele,
92 che ciò nol sazia, ma sanza decreto
93 portar nel Tempio le cupide vele.
94 O Segnor mio, quando sarò io lieto
95 a veder la vendetta che, nascosa,
96 fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
97 Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
98 de lo Spirito Santo e che ti fece
99 verso me volger per alcuna chiosa,
100 tanto è risposto a tutte nostre prece
101 quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
102 contrario suon prendemo in quella vece.
103 Noi repetiam Pigmalïon allotta,
104 cui traditore e ladro e paricida
105 fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
106 e la miseria de l’avaro Mida,
107 che seguì a la sua dimanda gorda,
108 per la qual sempre convien che si rida.
109 Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
110 come furò le spoglie, sì che l’ira
111 di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
112 Indi accusiam col marito Saffira;
113 lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
114 e in infamia tutto ’l monte gira
115 Polinestòr ch’ancise Polidoro;
116 ultimamente ci si grida: “Crasso,
117 dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
118 Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
119 secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
120 ora a maggiore e ora a minor passo:
121 però al ben che ’l dì ci si ragiona,
122 dianzi non era io sol; ma qui da presso
123 non alzava la voce altra persona».
124 Noi eravam partiti già da esso,
125 e brigavam di soverchiar la strada
126 tanto quanto al poder n’era permesso,
127 quand’ io senti’, come cosa che cada,
128 tremar lo monte; onde mi prese un gelo
129 qual prender suol colui ch’a morte vada.
130 Certo non si scoteo sì forte Delo,
131 pria che Latona in lei facesse ’l nido
132 a parturir li due occhi del cielo.
133 Poi cominciò da tutte parti un grido
134 tal, che ’l maestro inverso me si feo,
135 dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
136 ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
137 dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
138 onde intender lo grido si poteo.
139 No’ istavamo immobili e sospesi
140 come i pastor che prima udir quel canto,
141 fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
142 Poi ripigliammo nostro cammin santo,
143 guardando l’ombre che giacean per terra,
144 tornate già in su l’usato pianto.
145 Nulla ignoranza mai con tanta guerra
146 mi fé desideroso di sapere,
147 se la memoria mia in ciò non erra,
148 quanta pareami allor, pensando, avere;
149 né per la fretta dimandare er’ oso,
150 né per me lì potea cosa vedere:
151 così m’andava timido e pensoso.

21

1 La sete natural che mai non sazia
2 se non con l’acqua onde la femminetta
3 samaritana domandò la grazia,
4 mi travagliava, e pungeami la fretta
5 per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
6 e condoleami a la giusta vendetta.
7 Ed ecco, sì come ne scrive Luca
8 che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
9 già surto fuor de la sepulcral buca,
10 ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
11 dal piè guardando la turba che giace;
12 né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
13 dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
14 Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
15 rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
16 Poi cominciò: «Nel beato concilio
17 ti ponga in pace la verace corte
18 che me rilega ne l’etterno essilio».
19 «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
20 «se voi siete ombre che Dio sù non degni,
21 chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
22 E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
23 che questi porta e che l’angel profila,
24 ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
25 Ma perché lei che dì e notte fila
26 non li avea tratta ancora la conocchia
27 che Cloto impone a ciascuno e compila,
28 l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
29 venendo sù, non potea venir sola,
30 però ch’al nostro modo non adocchia.
31 Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
32 d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
33 oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
34 Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
35 diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
36 parve gridare infino a’ suoi piè molli».
37 Sì mi diè, dimandando, per la cruna
38 del mio disio, che pur con la speranza
39 si fece la mia sete men digiuna.
40 Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
41 ordine senta la religïone
42 de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
43 Libero è qui da ogne alterazione:
44 di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
45 esser ci puote, e non d’altro, cagione.
46 Per che non pioggia, non grando, non neve,
47 non rugiada, non brina più sù cade
48 che la scaletta di tre gradi breve;
49 nuvole spesse non paion né rade,
50 né coruscar, né figlia di Taumante,
51 che di là cangia sovente contrade;
52 secco vapor non surge più avante
53 ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
54 dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
55 Trema forse più giù poco o assai;
56 ma per vento che ’n terra si nasconda,
57 non so come, qua sù non tremò mai.
58 Tremaci quando alcuna anima monda
59 sentesi, sì che surga o che si mova
60 per salir sù; e tal grido seconda.
61 De la mondizia sol voler fa prova,
62 che, tutto libero a mutar convento,
63 l’alma sorprende, e di voler le giova.
64 Prima vuol ben, ma non lascia il talento
65 che divina giustizia, contra voglia,
66 come fu al peccar, pone al tormento.
67 E io, che son giaciuto a questa doglia
68 cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
69 libera volontà di miglior soglia:
70 però sentisti il tremoto e li pii
71 spiriti per lo monte render lode
72 a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
73 Così ne disse; e però ch’el si gode
74 tanto del ber quant’ è grande la sete,
75 non saprei dir quant’ el mi fece prode.
76 E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
77 che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
78 perché ci trema e di che congaudete.
79 Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
80 e perché tanti secoli giaciuto
81 qui se’, ne le parole tue mi cappia».
82 «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
83 del sommo rege, vendicò le fóra
84 ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
85 col nome che più dura e più onora
86 era io di là», rispuose quello spirto,
87 «famoso assai, ma non con fede ancora.
88 Tanto fu dolce mio vocale spirto,
89 che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
90 dove mertai le tempie ornar di mirto.
91 Stazio la gente ancor di là mi noma:
92 cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
93 ma caddi in via con la seconda soma.
94 Al mio ardor fuor seme le faville,
95 che mi scaldar, de la divina fiamma
96 onde sono allumati più di mille;
97 de l’Eneïda dico, la qual mamma
98 fummi, e fummi nutrice, poetando:
99 sanz’ essa non fermai peso di dramma.
100 E per esser vivuto di là quando
101 visse Virgilio, assentirei un sole
102 più che non deggio al mio uscir di bando».
103 Volser Virgilio a me queste parole
104 con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
105 ma non può tutto la virtù che vuole;
106 ché riso e pianto son tanto seguaci
107 a la passion di che ciascun si spicca,
108 che men seguon voler ne’ più veraci.
109 Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
110 per che l’ombra si tacque, e riguardommi
111 ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
112 e «Se tanto labore in bene assommi»,
113 disse, «perché la tua faccia testeso
114 un lampeggiar di riso dimostrommi?».
115 Or son io d’una parte e d’altra preso:
116 l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
117 ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
118 dal mio maestro, e «Non aver paura»,
119 mi dice, «di parlar; ma parla e digli
120 quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
121 Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
122 antico spirto, del rider ch’io fei;
123 ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
124 Questi che guida in alto li occhi miei,
125 è quel Virgilio dal qual tu togliesti
126 forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
127 Se cagion altra al mio rider credesti,
128 lasciala per non vera, ed esser credi
129 quelle parole che di lui dicesti».
130 Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
131 al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
132 non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
133 Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
134 comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
135 quand’ io dismento nostra vanitate,
136 trattando l’ombre come cosa salda».

22

1 Già era l’angel dietro a noi rimaso,
2 l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
3 avendomi dal viso un colpo raso;
4 e quei c’hanno a giustizia lor disiro
5 detto n’avea beati, e le sue voci
6 con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
7 E io più lieve che per l’altre foci
8 m’andava, sì che sanz’ alcun labore
9 seguiva in sù li spiriti veloci;
10 quando Virgilio incominciò: «Amore,
11 acceso di virtù, sempre altro accese,
12 pur che la fiamma sua paresse fore;
13 onde da l’ora che tra noi discese
14 nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
15 che la tua affezion mi fé palese,
16 mia benvoglienza inverso te fu quale
17 più strinse mai di non vista persona,
18 sì ch’or mi parran corte queste scale.
19 Ma dimmi, e come amico mi perdona
20 se troppa sicurtà m’allarga il freno,
21 e come amico omai meco ragiona:
22 come poté trovar dentro al tuo seno
23 loco avarizia, tra cotanto senno
24 di quanto per tua cura fosti pieno?».
25 Queste parole Stazio mover fenno
26 un poco a riso pria; poscia rispuose:
27 «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
28 Veramente più volte appaion cose
29 che danno a dubitar falsa matera
30 per le vere ragion che son nascose.
31 La tua dimanda tuo creder m’avvera
32 esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
33 forse per quella cerchia dov’ io era.
34 Or sappi ch’avarizia fu partita
35 troppo da me, e questa dismisura
36 migliaia di lunari hanno punita.
37 E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
38 quand’ io intesi là dove tu chiame,
39 crucciato quasi a l’umana natura:
40 ‘Per che non reggi tu, o sacra fame
41 de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
42 voltando sentirei le giostre grame.
43 Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
44 potean le mani a spendere, e pente’mi
45 così di quel come de li altri mali.
46 Quanti risurgeran coi crini scemi
47 per ignoranza, che di questa pecca
48 toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
49 E sappie che la colpa che rimbecca
50 per dritta opposizione alcun peccato,
51 con esso insieme qui suo verde secca;
52 però, s’io son tra quella gente stato
53 che piange l’avarizia, per purgarmi,
54 per lo contrario suo m’è incontrato».
55 «Or quando tu cantasti le crude armi
56 de la doppia trestizia di Giocasta»,
57 disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
58 «per quello che Clïò teco lì tasta,
59 non par che ti facesse ancor fedele
60 la fede, sanza qual ben far non basta.
61 Se così è, qual sole o quai candele
62 ti stenebraron sì, che tu drizzasti
63 poscia di retro al pescator le vele?».
64 Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
65 verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
66 e prima appresso Dio m’alluminasti.
67 Facesti come quei che va di notte,
68 che porta il lume dietro e sé non giova,
69 ma dopo sé fa le persone dotte,
70 quando dicesti: ‘Secol si rinova;
71 torna giustizia e primo tempo umano,
72 e progenïe scende da ciel nova’.
73 Per te poeta fui, per te cristiano:
74 ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
75 a colorare stenderò la mano.
76 Già era ’l mondo tutto quanto pregno
77 de la vera credenza, seminata
78 per li messaggi de l’etterno regno;
79 e la parola tua sopra toccata
80 si consonava a’ nuovi predicanti;
81 ond’ io a visitarli presi usata.
82 Vennermi poi parendo tanto santi,
83 che, quando Domizian li perseguette,
84 sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
85 e mentre che di là per me si stette,
86 io li sovvenni, e i lor dritti costumi
87 fer dispregiare a me tutte altre sette.
88 E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
89 di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
90 ma per paura chiuso cristian fu’mi,
91 lungamente mostrando paganesmo;
92 e questa tepidezza il quarto cerchio
93 cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
94 Tu dunque, che levato hai il coperchio
95 che m’ascondeva quanto bene io dico,
96 mentre che del salire avem soverchio,
97 dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
98 Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
99 dimmi se son dannati, e in qual vico».
100 «Costoro e Persio e io e altri assai»,
101 rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
102 che le Muse lattar più ch’altri mai,
103 nel primo cinghio del carcere cieco;
104 spesse fïate ragioniam del monte
105 che sempre ha le nutrice nostre seco.
106 Euripide v’è nosco e Antifonte,
107 Simonide, Agatone e altri piùe
108 Greci che già di lauro ornar la fronte.
109 Quivi si veggion de le genti tue
110 Antigone, Deïfile e Argia,
111 e Ismene sì trista come fue.
112 Védeisi quella che mostrò Langia;
113 èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
114 e con le suore sue Deïdamia».
115 Tacevansi ambedue già li poeti,
116 di novo attenti a riguardar dintorno,
117 liberi da saliri e da pareti;
118 e già le quattro ancelle eran del giorno
119 rimase a dietro, e la quinta era al temo,
120 drizzando pur in sù l’ardente corno,
121 quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
122 le destre spalle volger ne convegna,
123 girando il monte come far solemo».
124 Così l’usanza fu lì nostra insegna,
125 e prendemmo la via con men sospetto
126 per l’assentir di quell’ anima degna.
127 Elli givan dinanzi, e io soletto
128 di retro, e ascoltava i lor sermoni,
129 ch’a poetar mi davano intelletto.
130 Ma tosto ruppe le dolci ragioni
131 un alber che trovammo in mezza strada,
132 con pomi a odorar soavi e buoni;
133 e come abete in alto si digrada
134 di ramo in ramo, così quello in giuso,
135 cred’ io, perché persona sù non vada.
136 Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
137 cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
138 e si spandeva per le foglie suso.
139 Li due poeti a l’alber s’appressaro;
140 e una voce per entro le fronde
141 gridò: «Di questo cibo avrete caro».
142 Poi disse: «Più pensava Maria onde
143 fosser le nozze orrevoli e intere,
144 ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
145 E le Romane antiche, per lor bere,
146 contente furon d’acqua; e Danïello
147 dispregiò cibo e acquistò savere.
148 Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
149 fé savorose con fame le ghiande,
150 e nettare con sete ogne ruscello.
151 Mele e locuste furon le vivande
152 che nodriro il Batista nel diserto;
153 per ch’elli è glorïoso e tanto grande
154 quanto per lo Vangelio v’è aperto».

23

1 Mentre che li occhi per la fronda verde
2 ficcava ïo sì come far suole
3 chi dietro a li uccellin sua vita perde,
4 lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
5 vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
6 più utilmente compartir si vuole».
7 Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
8 appresso i savi, che parlavan sìe,
9 che l’andar mi facean di nullo costo.
10 Ed ecco piangere e cantar s’udìe
11 ‘Labïa mëa, Domine’ per modo
12 tal, che diletto e doglia parturìe.
13 «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
14 comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
15 forse di lor dover solvendo il nodo».
16 Sì come i peregrin pensosi fanno,
17 giugnendo per cammin gente non nota,
18 che si volgono ad essa e non restanno,
19 così di retro a noi, più tosto mota,
20 venendo e trapassando ci ammirava
21 d’anime turba tacita e devota.
22 Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
23 palida ne la faccia, e tanto scema
24 che da l’ossa la pelle s’informava.
25 Non credo che così a buccia strema
26 Erisittone fosse fatto secco,
27 per digiunar, quando più n’ebbe tema.
28 Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
29 la gente che perdé Ierusalemme,
30 quando Maria nel figlio diè di becco!’
31 Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
32 chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
33 ben avria quivi conosciuta l’emme.
34 Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
35 sì governasse, generando brama,
36 e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
37 Già era in ammirar che sì li affama,
38 per la cagione ancor non manifesta
39 di lor magrezza e di lor trista squama,
40 ed ecco del profondo de la testa
41 volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
42 poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
43 Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
44 ma ne la voce sua mi fu palese
45 ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
46 Questa favilla tutta mi raccese
47 mia conoscenza a la cangiata labbia,
48 e ravvisai la faccia di Forese.
49 «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
50 che mi scolora», pregava, «la pelle,
51 né a difetto di carne ch’io abbia;
52 ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
53 due anime che là ti fanno scorta;
54 non rimaner che tu non mi favelle!».
55 «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
56 mi dà di pianger mo non minor doglia»,
57 rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
58 Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
59 non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
60 ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
61 Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
62 cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
63 rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
64 Tutta esta gente che piangendo canta
65 per seguitar la gola oltra misura,
66 in fame e ’n sete qui si rifà santa.
67 Di bere e di mangiar n’accende cura
68 l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
69 che si distende su per sua verdura.
70 E non pur una volta, questo spazzo
71 girando, si rinfresca nostra pena:
72 io dico pena, e dovria dir sollazzo,
73 ché quella voglia a li alberi ci mena
74 che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
75 quando ne liberò con la sua vena».
76 E io a lui: «Forese, da quel dì
77 nel qual mutasti mondo a miglior vita,
78 cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
79 Se prima fu la possa in te finita
80 di peccar più, che sovvenisse l’ora
81 del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
82 come se’ tu qua sù venuto ancora?
83 Io ti credea trovar là giù di sotto,
84 dove tempo per tempo si ristora».
85 Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
86 a ber lo dolce assenzo d’i martìri
87 la Nella mia con suo pianger dirotto.
88 Con suoi prieghi devoti e con sospiri
89 tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
90 e liberato m’ha de li altri giri.
91 Tanto è a Dio più cara e più diletta
92 la vedovella mia, che molto amai,
93 quanto in bene operare è più soletta;
94 ché la Barbagia di Sardigna assai
95 ne le femmine sue più è pudica
96 che la Barbagia dov’ io la lasciai.
97 O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
98 Tempo futuro m’è già nel cospetto,
99 cui non sarà quest’ ora molto antica,
100 nel qual sarà in pergamo interdetto
101 a le sfacciate donne fiorentine
102 l’andar mostrando con le poppe il petto.
103 Quai barbare fuor mai, quai saracine,
104 cui bisognasse, per farle ir coperte,
105 o spiritali o altre discipline?
106 Ma se le svergognate fosser certe
107 di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
108 già per urlare avrian le bocche aperte;
109 ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
110 prima fien triste che le guance impeli
111 colui che mo si consola con nanna.
112 Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
113 vedi che non pur io, ma questa gente
114 tutta rimira là dove ’l sol veli».
115 Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
116 qual fosti meco, e qual io teco fui,
117 ancor fia grave il memorar presente.
118 Di quella vita mi volse costui
119 che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
120 vi si mostrò la suora di colui»,
121 e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
122 notte menato m’ha d’i veri morti
123 con questa vera carne che ’l seconda.
124 Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
125 salendo e rigirando la montagna
126 che drizza voi che ’l mondo fece torti.
127 Tanto dice di farmi sua compagna
128 che io sarò là dove fia Beatrice;
129 quivi convien che sanza lui rimagna.
130 Virgilio è questi che così mi dice»,
131 e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
132 per cuï scosse dianzi ogne pendice
133 lo vostro regno, che da sé lo sgombra».

24

1 Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
2 facea, ma ragionando andavam forte,
3 sì come nave pinta da buon vento;
4 e l’ombre, che parean cose rimorte,
5 per le fosse de li occhi ammirazione
6 traean di me, di mio vivere accorte.
7 E io, continüando al mio sermone,
8 dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
9 che non farebbe, per altrui cagione.
10 Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
11 dimmi s’io veggio da notar persona
12 tra questa gente che sì mi riguarda».
13 «La mia sorella, che tra bella e buona
14 non so qual fosse più, trïunfa lieta
15 ne l’alto Olimpo già di sua corona».
16 Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
17 di nominar ciascun, da ch’è sì munta
18 nostra sembianza via per la dïeta.
19 Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
20 Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
21 di là da lui più che l’altre trapunta
22 ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
23 dal Torso fu, e purga per digiuno
24 l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
25 Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
26 e del nomar parean tutti contenti,
27 sì ch’io però non vidi un atto bruno.
28 Vidi per fame a vòto usar li denti
29 Ubaldin da la Pila e Bonifazio
30 che pasturò col rocco molte genti.
31 Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
32 già di bere a Forlì con men secchezza,
33 e sì fu tal, che non si sentì sazio.
34 Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
35 più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
36 che più parea di me aver contezza.
37 El mormorava; e non so che «Gentucca»
38 sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
39 de la giustizia che sì li pilucca.
40 «O anima», diss’ io, «che par sì vaga
41 di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
42 e te e me col tuo parlare appaga».
43 «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
44 cominciò el, «che ti farà piacere
45 la mia città, come ch’om la riprenda.
46 Tu te n’andrai con questo antivedere:
47 se nel mio mormorar prendesti errore,
48 dichiareranti ancor le cose vere.
49 Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
50 trasse le nove rime, cominciando
51 ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
52 E io a lui: «I’ mi son un che, quando
53 Amor mi spira, noto, e a quel modo
54 ch’e’ ditta dentro vo significando».
55 «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
56 che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
57 di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
58 Io veggio ben come le vostre penne
59 di retro al dittator sen vanno strette,
60 che de le nostre certo non avvenne;
61 e qual più a gradire oltre si mette,
62 non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
63 e, quasi contentato, si tacette.
64 Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
65 alcuna volta in aere fanno schiera,
66 poi volan più a fretta e vanno in filo,
67 così tutta la gente che lì era,
68 volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
69 e per magrezza e per voler leggera.
70 E come l’uom che di trottare è lasso,
71 lascia andar li compagni, e sì passeggia
72 fin che si sfoghi l’affollar del casso,
73 sì lasciò trapassar la santa greggia
74 Forese, e dietro meco sen veniva,
75 dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
76 «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
77 ma già non fïa il tornar mio tantosto,
78 ch’io non sia col voler prima a la riva;
79 però che ’l loco u’ fui a viver posto,
80 di giorno in giorno più di ben si spolpa,
81 e a trista ruina par disposto».
82 «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
83 vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
84 inver’ la valle ove mai non si scolpa.
85 La bestia ad ogne passo va più ratto,
86 crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
87 e lascia il corpo vilmente disfatto.
88 Non hanno molto a volger quelle ruote»,
89 e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
90 ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
91 Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
92 in questo regno, sì ch’io perdo troppo
93 venendo teco sì a paro a paro».
94 Qual esce alcuna volta di gualoppo
95 lo cavalier di schiera che cavalchi,
96 e va per farsi onor del primo intoppo,
97 tal si partì da noi con maggior valchi;
98 e io rimasi in via con esso i due
99 che fuor del mondo sì gran marescalchi.
100 E quando innanzi a noi intrato fue,
101 che li occhi miei si fero a lui seguaci,
102 come la mente a le parole sue,
103 parvermi i rami gravidi e vivaci
104 d’un altro pomo, e non molto lontani
105 per esser pur allora vòlto in laci.
106 Vidi gente sott’ esso alzar le mani
107 e gridar non so che verso le fronde,
108 quasi bramosi fantolini e vani
109 che pregano, e ’l pregato non risponde,
110 ma, per fare esser ben la voglia acuta,
111 tien alto lor disio e nol nasconde.
112 Poi si partì sì come ricreduta;
113 e noi venimmo al grande arbore adesso,
114 che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
115 «Trapassate oltre sanza farvi presso:
116 legno è più sù che fu morso da Eva,
117 e questa pianta si levò da esso».
118 Sì tra le frasche non so chi diceva;
119 per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
120 oltre andavam dal lato che si leva.
121 «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
122 nei nuvoli formati, che, satolli,
123 Tesëo combatter co’ doppi petti;
124 e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
125 per che no i volle Gedeon compagni,
126 quando inver’ Madïan discese i colli».
127 Sì accostati a l’un d’i due vivagni
128 passammo, udendo colpe de la gola
129 seguite già da miseri guadagni.
130 Poi, rallargati per la strada sola,
131 ben mille passi e più ci portar oltre,
132 contemplando ciascun sanza parola.
133 «Che andate pensando sì voi sol tre?».
134 sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
135 come fan bestie spaventate e poltre.
136 Drizzai la testa per veder chi fossi;
137 e già mai non si videro in fornace
138 vetri o metalli sì lucenti e rossi,
139 com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
140 montare in sù, qui si convien dar volta;
141 quinci si va chi vuole andar per pace».
142 L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
143 per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
144 com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
145 E quale, annunziatrice de li albori,
146 l’aura di maggio movesi e olezza,
147 tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
148 tal mi senti’ un vento dar per mezza
149 la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
150 che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
151 E senti’ dir: «Beati cui alluma
152 tanto di grazia, che l’amor del gusto
153 nel petto lor troppo disir non fuma,
154 esurïendo sempre quanto è giusto!».

25

1 Ora era onde ’l salir non volea storpio;
2 ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
3 lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
4 per che, come fa l’uom che non s’affigge
5 ma vassi a la via sua, che che li appaia,
6 se di bisogno stimolo il trafigge,
7 così intrammo noi per la callaia,
8 uno innanzi altro prendendo la scala
9 che per artezza i salitor dispaia.
10 E quale il cicognin che leva l’ala
11 per voglia di volare, e non s’attenta
12 d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
13 tal era io con voglia accesa e spenta
14 di dimandar, venendo infino a l’atto
15 che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
16 Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
17 lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
18 l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
19 Allor sicuramente apri’ la bocca
20 e cominciai: «Come si può far magro
21 là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
22 «Se t’ammentassi come Meleagro
23 si consumò al consumar d’un stizzo,
24 non fora», disse, «a te questo sì agro;
25 e se pensassi come, al vostro guizzo,
26 guizza dentro a lo specchio vostra image,
27 ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
28 Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
29 ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
30 che sia or sanator de le tue piage».
31 «Se la veduta etterna li dislego»,
32 rispuose Stazio, «là dove tu sie,
33 discolpi me non potert’ io far nego».
34 Poi cominciò: «Se le parole mie,
35 figlio, la mente tua guarda e riceve,
36 lume ti fiero al come che tu die.
37 Sangue perfetto, che poi non si beve
38 da l’assetate vene, e si rimane
39 quasi alimento che di mensa leve,
40 prende nel core a tutte membra umane
41 virtute informativa, come quello
42 ch’a farsi quelle per le vene vane.
43 Ancor digesto, scende ov’ è più bello
44 tacer che dire; e quindi poscia geme
45 sovr’ altrui sangue in natural vasello.
46 Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
47 l’un disposto a patire, e l’altro a fare
48 per lo perfetto loco onde si preme;
49 e, giunto lui, comincia ad operare
50 coagulando prima, e poi avviva
51 ciò che per sua matera fé constare.
52 Anima fatta la virtute attiva
53 qual d’una pianta, in tanto differente,
54 che questa è in via e quella è già a riva,
55 tanto ovra poi, che già si move e sente,
56 come spungo marino; e indi imprende
57 ad organar le posse ond’ è semente.
58 Or si spiega, figliuolo, or si distende
59 la virtù ch’è dal cor del generante,
60 dove natura a tutte membra intende.
61 Ma come d’animal divegna fante,
62 non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
63 che più savio di te fé già errante,
64 sì che per sua dottrina fé disgiunto
65 da l’anima il possibile intelletto,
66 perché da lui non vide organo assunto.
67 Apri a la verità che viene il petto;
68 e sappi che, sì tosto come al feto
69 l’articular del cerebro è perfetto,
70 lo motor primo a lui si volge lieto
71 sovra tant’ arte di natura, e spira
72 spirito novo, di vertù repleto,
73 che ciò che trova attivo quivi, tira
74 in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
75 che vive e sente e sé in sé rigira.
76 E perché meno ammiri la parola,
77 guarda il calor del sole che si fa vino,
78 giunto a l’omor che de la vite cola.
79 Quando Làchesis non ha più del lino,
80 solvesi da la carne, e in virtute
81 ne porta seco e l’umano e ’l divino:
82 l’altre potenze tutte quante mute;
83 memoria, intelligenza e volontade
84 in atto molto più che prima agute.
85 Sanza restarsi, per sé stessa cade
86 mirabilmente a l’una de le rive;
87 quivi conosce prima le sue strade.
88 Tosto che loco lì la circunscrive,
89 la virtù formativa raggia intorno
90 così e quanto ne le membra vive.
91 E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
92 per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
93 di diversi color diventa addorno;
94 così l’aere vicin quivi si mette
95 e in quella forma ch’è in lui suggella
96 virtüalmente l’alma che ristette;
97 e simigliante poi a la fiammella
98 che segue il foco là ’vunque si muta,
99 segue lo spirto sua forma novella.
100 Però che quindi ha poscia sua paruta,
101 è chiamata ombra; e quindi organa poi
102 ciascun sentire infino a la veduta.
103 Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
104 quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
105 che per lo monte aver sentiti puoi.
106 Secondo che ci affliggono i disiri
107 e li altri affetti, l’ombra si figura;
108 e quest’ è la cagion di che tu miri».
109 E già venuto a l’ultima tortura
110 s’era per noi, e vòlto a la man destra,
111 ed eravamo attenti ad altra cura.
112 Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
113 e la cornice spira fiato in suso
114 che la reflette e via da lei sequestra;
115 ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
116 ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
117 quinci, e quindi temeva cader giuso.
118 Lo duca mio dicea: «Per questo loco
119 si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
120 però ch’errar potrebbesi per poco».
121 ‘Summae Deus clementïae’ nel seno
122 al grande ardore allora udi’ cantando,
123 che di volger mi fé caler non meno;
124 e vidi spirti per la fiamma andando;
125 per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
126 compartendo la vista a quando a quando.
127 Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
128 gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
129 indi ricominciavan l’inno bassi.
130 Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
131 si tenne Diana, ed Elice caccionne
132 che di Venere avea sentito il tòsco».
133 Indi al cantar tornavano; indi donne
134 gridavano e mariti che fuor casti
135 come virtute e matrimonio imponne.
136 E questo modo credo che lor basti
137 per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
138 con tal cura conviene e con tai pasti
139 che la piaga da sezzo si ricuscia.

26

1 Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
2 ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
3 diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
4 feriami il sole in su l’omero destro,
5 che già, raggiando, tutto l’occidente
6 mutava in bianco aspetto di cilestro;
7 e io facea con l’ombra più rovente
8 parer la fiamma; e pur a tanto indizio
9 vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
10 Questa fu la cagion che diede inizio
11 loro a parlar di me; e cominciarsi
12 a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
13 poi verso me, quanto potëan farsi,
14 certi si fero, sempre con riguardo
15 di non uscir dove non fosser arsi.
16 «O tu che vai, non per esser più tardo,
17 ma forse reverente, a li altri dopo,
18 rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
19 Né solo a me la tua risposta è uopo;
20 ché tutti questi n’hanno maggior sete
21 che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
22 Dinne com’ è che fai di te parete
23 al sol, pur come tu non fossi ancora
24 di morte intrato dentro da la rete».
25 Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
26 già manifesto, s’io non fossi atteso
27 ad altra novità ch’apparve allora;
28 ché per lo mezzo del cammino acceso
29 venne gente col viso incontro a questa,
30 la qual mi fece a rimirar sospeso.
31 Lì veggio d’ogne parte farsi presta
32 ciascun’ ombra e basciarsi una con una
33 sanza restar, contente a brieve festa;
34 così per entro loro schiera bruna
35 s’ammusa l’una con l’altra formica,
36 forse a spïar lor via e lor fortuna.
37 Tosto che parton l’accoglienza amica,
38 prima che ’l primo passo lì trascorra,
39 sopragridar ciascuna s’affatica:
40 la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
41 e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
42 perché ’l torello a sua lussuria corra».
43 Poi, come grue ch’a le montagne Rife
44 volasser parte, e parte inver’ l’arene,
45 queste del gel, quelle del sole schife,
46 l’una gente sen va, l’altra sen vene;
47 e tornan, lagrimando, a’ primi canti
48 e al gridar che più lor si convene;
49 e raccostansi a me, come davanti,
50 essi medesmi che m’avean pregato,
51 attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
52 Io, che due volte avea visto lor grato,
53 incominciai: «O anime sicure
54 d’aver, quando che sia, di pace stato,
55 non son rimase acerbe né mature
56 le membra mie di là, ma son qui meco
57 col sangue suo e con le sue giunture.
58 Quinci sù vo per non esser più cieco;
59 donna è di sopra che m’acquista grazia,
60 per che ’l mortal per vostro mondo reco.
61 Ma se la vostra maggior voglia sazia
62 tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
63 ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
64 ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
65 chi siete voi, e chi è quella turba
66 che se ne va di retro a’ vostri terghi».
67 Non altrimenti stupido si turba
68 lo montanaro, e rimirando ammuta,
69 quando rozzo e salvatico s’inurba,
70 che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
71 ma poi che furon di stupore scarche,
72 lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
73 «Beato te, che de le nostre marche»,
74 ricominciò colei che pria m’inchiese,
75 «per morir meglio, esperïenza imbarche!
76 La gente che non vien con noi, offese
77 di ciò per che già Cesar, trïunfando,
78 “Regina” contra sé chiamar s’intese:
79 però si parton “Soddoma” gridando,
80 rimproverando a sé com’ hai udito,
81 e aiutan l’arsura vergognando.
82 Nostro peccato fu ermafrodito;
83 ma perché non servammo umana legge,
84 seguendo come bestie l’appetito,
85 in obbrobrio di noi, per noi si legge,
86 quando partinci, il nome di colei
87 che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
88 Or sai nostri atti e di che fummo rei:
89 se forse a nome vuo’ saper chi semo,
90 tempo non è di dire, e non saprei.
91 Farotti ben di me volere scemo:
92 son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
93 per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
94 Quali ne la tristizia di Ligurgo
95 si fer due figli a riveder la madre,
96 tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
97 quand’ io odo nomar sé stesso il padre
98 mio e de li altri miei miglior che mai
99 rime d’amore usar dolci e leggiadre;
100 e sanza udire e dir pensoso andai
101 lunga fïata rimirando lui,
102 né, per lo foco, in là più m’appressai.
103 Poi che di riguardar pasciuto fui,
104 tutto m’offersi pronto al suo servigio
105 con l’affermar che fa credere altrui.
106 Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
107 per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
108 che Letè nol può tòrre né far bigio.
109 Ma se le tue parole or ver giuraro,
110 dimmi che è cagion per che dimostri
111 nel dire e nel guardar d’avermi caro».
112 E io a lui: «Li dolci detti vostri,
113 che, quanto durerà l’uso moderno,
114 faranno cari ancora i loro incostri».
115 «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
116 col dito», e additò un spirto innanzi,
117 «fu miglior fabbro del parlar materno.
118 Versi d’amore e prose di romanzi
119 soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
120 che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
121 A voce più ch’al ver drizzan li volti,
122 e così ferman sua oppinïone
123 prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
124 Così fer molti antichi di Guittone,
125 di grido in grido pur lui dando pregio,
126 fin che l’ha vinto il ver con più persone.
127 Or se tu hai sì ampio privilegio,
128 che licito ti sia l’andare al chiostro
129 nel quale è Cristo abate del collegio,
130 falli per me un dir d’un paternostro,
131 quanto bisogna a noi di questo mondo,
132 dove poter peccar non è più nostro».
133 Poi, forse per dar luogo altrui secondo
134 che presso avea, disparve per lo foco,
135 come per l’acqua il pesce andando al fondo.
136 Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
137 e dissi ch’al suo nome il mio disire
138 apparecchiava grazïoso loco.
139 El cominciò liberamente a dire:
140 «Tan m’abellis vostre cortes deman,
141 qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
142 Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
143 consiros vei la passada folor,
144 e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
145 Ara vos prec, per aquella valor
146 que vos guida al som de l’escalina,
147 sovenha vos a temps de ma dolor!».
148 Poi s’ascose nel foco che li affina.

27

1 Sì come quando i primi raggi vibra
2 là dove il suo fattor lo sangue sparse,
3 cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
4 e l’onde in Gange da nona rïarse,
5 sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
6 come l’angel di Dio lieto ci apparse.
7 Fuor de la fiamma stava in su la riva,
8 e cantava ‘Beati mundo corde!’
9 in voce assai più che la nostra viva.
10 Poscia «Più non si va, se pria non morde,
11 anime sante, il foco: intrate in esso,
12 e al cantar di là non siate sorde»,
13 ci disse come noi li fummo presso;
14 per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
15 qual è colui che ne la fossa è messo.
16 In su le man commesse mi protesi,
17 guardando il foco e imaginando forte
18 umani corpi già veduti accesi.
19 Volsersi verso me le buone scorte;
20 e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
21 qui può esser tormento, ma non morte.
22 Ricorditi, ricorditi! E se io
23 sovresso Gerïon ti guidai salvo,
24 che farò ora presso più a Dio?
25 Credi per certo che se dentro a l’alvo
26 di questa fiamma stessi ben mille anni,
27 non ti potrebbe far d’un capel calvo.
28 E se tu forse credi ch’io t’inganni,
29 fatti ver’ lei, e fatti far credenza
30 con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
31 Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
32 volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
33 E io pur fermo e contra coscïenza.
34 Quando mi vide star pur fermo e duro,
35 turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
36 tra Bëatrice e te è questo muro».
37 Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
38 Piramo in su la morte, e riguardolla,
39 allor che ’l gelso diventò vermiglio;
40 così, la mia durezza fatta solla,
41 mi volsi al savio duca, udendo il nome
42 che ne la mente sempre mi rampolla.
43 Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
44 volenci star di qua?»; indi sorrise
45 come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
46 Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
47 pregando Stazio che venisse retro,
48 che pria per lunga strada ci divise.
49 Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
50 gittato mi sarei per rinfrescarmi,
51 tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
52 Lo dolce padre mio, per confortarmi,
53 pur di Beatrice ragionando andava,
54 dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
55 Guidavaci una voce che cantava
56 di là; e noi, attenti pur a lei,
57 venimmo fuor là ove si montava.
58 ‘Venite, benedicti Patris mei’,
59 sonò dentro a un lume che lì era,
60 tal che mi vinse e guardar nol potei.
61 «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
62 non v’arrestate, ma studiate il passo,
63 mentre che l’occidente non si annera».
64 Dritta salia la via per entro ’l sasso
65 verso tal parte ch’io toglieva i raggi
66 dinanzi a me del sol ch’era già basso.
67 E di pochi scaglion levammo i saggi,
68 che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
69 sentimmo dietro e io e li miei saggi.
70 E pria che ’n tutte le sue parti immense
71 fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
72 e notte avesse tutte sue dispense,
73 ciascun di noi d’un grado fece letto;
74 ché la natura del monte ci affranse
75 la possa del salir più e ’l diletto.
76 Quali si stanno ruminando manse
77 le capre, state rapide e proterve
78 sovra le cime avante che sien pranse,
79 tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
80 guardate dal pastor, che ’n su la verga
81 poggiato s’è e lor di posa serve;
82 e quale il mandrïan che fori alberga,
83 lungo il pecuglio suo queto pernotta,
84 guardando perché fiera non lo sperga;
85 tali eravamo tutti e tre allotta,
86 io come capra, ed ei come pastori,
87 fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
88 Poco parer potea lì del di fori;
89 ma, per quel poco, vedea io le stelle
90 di lor solere e più chiare e maggiori.
91 Sì ruminando e sì mirando in quelle,
92 mi prese il sonno; il sonno che sovente,
93 anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
94 Ne l’ora, credo, che de l’orïente
95 prima raggiò nel monte Citerea,
96 che di foco d’amor par sempre ardente,
97 giovane e bella in sogno mi parea
98 donna vedere andar per una landa
99 cogliendo fiori; e cantando dicea:
100 «Sappia qualunque il mio nome dimanda
101 ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
102 le belle mani a farmi una ghirlanda.
103 Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
104 ma mia suora Rachel mai non si smaga
105 dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
106 Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
107 com’ io de l’addornarmi con le mani;
108 lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
109 E già per li splendori antelucani,
110 che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
111 quanto, tornando, albergan men lontani,
112 le tenebre fuggian da tutti lati,
113 e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
114 veggendo i gran maestri già levati.
115 «Quel dolce pome che per tanti rami
116 cercando va la cura de’ mortali,
117 oggi porrà in pace le tue fami».
118 Virgilio inverso me queste cotali
119 parole usò; e mai non furo strenne
120 che fosser di piacere a queste iguali.
121 Tanto voler sopra voler mi venne
122 de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
123 al volo mi sentia crescer le penne.
124 Come la scala tutta sotto noi
125 fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
126 in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
127 e disse: «Il temporal foco e l’etterno
128 veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
129 dov’ io per me più oltre non discerno.
130 Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
131 lo tuo piacere omai prendi per duce;
132 fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
133 Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
134 vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
135 che qui la terra sol da sé produce.
136 Mentre che vegnan lieti li occhi belli
137 che, lagrimando, a te venir mi fenno,
138 seder ti puoi e puoi andar tra elli.
139 Non aspettar mio dir più né mio cenno;
140 libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
141 e fallo fora non fare a suo senno:
142 per ch’io te sovra te corono e mitrio».

28

1 Vago già di cercar dentro e dintorno
2 la divina foresta spessa e viva,
3 ch’a li occhi temperava il novo giorno,
4 sanza più aspettar, lasciai la riva,
5 prendendo la campagna lento lento
6 su per lo suol che d’ogne parte auliva.
7 Un’aura dolce, sanza mutamento
8 avere in sé, mi feria per la fronte
9 non di più colpo che soave vento;
10 per cui le fronde, tremolando, pronte
11 tutte quante piegavano a la parte
12 u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
13 non però dal loro esser dritto sparte
14 tanto, che li augelletti per le cime
15 lasciasser d’operare ogne lor arte;
16 ma con piena letizia l’ore prime,
17 cantando, ricevieno intra le foglie,
18 che tenevan bordone a le sue rime,
19 tal qual di ramo in ramo si raccoglie
20 per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
21 quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
22 Già m’avean trasportato i lenti passi
23 dentro a la selva antica tanto, ch’io
24 non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
25 ed ecco più andar mi tolse un rio,
26 che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
27 piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
28 Tutte l’acque che son di qua più monde,
29 parrieno avere in sé mistura alcuna
30 verso di quella, che nulla nasconde,
31 avvegna che si mova bruna bruna
32 sotto l’ombra perpetüa, che mai
33 raggiar non lascia sole ivi né luna.
34 Coi piè ristetti e con li occhi passai
35 di là dal fiumicello, per mirare
36 la gran varïazion d’i freschi mai;
37 e là m’apparve, sì com’ elli appare
38 subitamente cosa che disvia
39 per maraviglia tutto altro pensare,
40 una donna soletta che si gia
41 e cantando e scegliendo fior da fiore
42 ond’ era pinta tutta la sua via.
43 «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
44 ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
45 che soglion esser testimon del core,
46 vegnati in voglia di trarreti avanti»,
47 diss’ io a lei, «verso questa rivera,
48 tanto ch’io possa intender che tu canti.
49 Tu mi fai rimembrar dove e qual era
50 Proserpina nel tempo che perdette
51 la madre lei, ed ella primavera».
52 Come si volge, con le piante strette
53 a terra e intra sé, donna che balli,
54 e piede innanzi piede a pena mette,
55 volsesi in su i vermigli e in su i gialli
56 fioretti verso me, non altrimenti
57 che vergine che li occhi onesti avvalli;
58 e fece i prieghi miei esser contenti,
59 sì appressando sé, che ’l dolce suono
60 veniva a me co’ suoi intendimenti.
61 Tosto che fu là dove l’erbe sono
62 bagnate già da l’onde del bel fiume,
63 di levar li occhi suoi mi fece dono.
64 Non credo che splendesse tanto lume
65 sotto le ciglia a Venere, trafitta
66 dal figlio fuor di tutto suo costume.
67 Ella ridea da l’altra riva dritta,
68 trattando più color con le sue mani,
69 che l’alta terra sanza seme gitta.
70 Tre passi ci facea il fiume lontani;
71 ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
72 ancora freno a tutti orgogli umani,
73 più odio da Leandro non sofferse
74 per mareggiare intra Sesto e Abido,
75 che quel da me perch’ allor non s’aperse.
76 «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
77 cominciò ella, «in questo luogo eletto
78 a l’umana natura per suo nido,
79 maravigliando tienvi alcun sospetto;
80 ma luce rende il salmo Delectasti,
81 che puote disnebbiar vostro intelletto.
82 E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
83 dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
84 ad ogne tua question tanto che basti».
85 «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
86 impugnan dentro a me novella fede
87 di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
88 Ond’ ella: «Io dicerò come procede
89 per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
90 e purgherò la nebbia che ti fiede.
91 Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
92 fé l’uom buono e a bene, e questo loco
93 diede per arr’ a lui d’etterna pace.
94 Per sua difalta qui dimorò poco;
95 per sua difalta in pianto e in affanno
96 cambiò onesto riso e dolce gioco.
97 Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
98 l’essalazion de l’acqua e de la terra,
99 che quanto posson dietro al calor vanno,
100 a l’uomo non facesse alcuna guerra,
101 questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
102 e libero n’è d’indi ove si serra.
103 Or perché in circuito tutto quanto
104 l’aere si volge con la prima volta,
105 se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
106 in questa altezza ch’è tutta disciolta
107 ne l’aere vivo, tal moto percuote,
108 e fa sonar la selva perch’ è folta;
109 e la percossa pianta tanto puote,
110 che de la sua virtute l’aura impregna
111 e quella poi, girando, intorno scuote;
112 e l’altra terra, secondo ch’è degna
113 per sé e per suo ciel, concepe e figlia
114 di diverse virtù diverse legna.
115 Non parrebbe di là poi maraviglia,
116 udito questo, quando alcuna pianta
117 sanza seme palese vi s’appiglia.
118 E saper dei che la campagna santa
119 dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
120 e frutto ha in sé che di là non si schianta.
121 L’acqua che vedi non surge di vena
122 che ristori vapor che gel converta,
123 come fiume ch’acquista e perde lena;
124 ma esce di fontana salda e certa,
125 che tanto dal voler di Dio riprende,
126 quant’ ella versa da due parti aperta.
127 Da questa parte con virtù discende
128 che toglie altrui memoria del peccato;
129 da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
130 Quinci Letè; così da l’altro lato
131 Eünoè si chiama, e non adopra
132 se quinci e quindi pria non è gustato:
133 a tutti altri sapori esto è di sopra.
134 E avvegna ch’assai possa esser sazia
135 la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
136 darotti un corollario ancor per grazia;
137 né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
138 se oltre promession teco si spazia.
139 Quelli ch’anticamente poetaro
140 l’età de l’oro e suo stato felice,
141 forse in Parnaso esto loco sognaro.
142 Qui fu innocente l’umana radice;
143 qui primavera sempre e ogne frutto;
144 nettare è questo di che ciascun dice».
145 Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
146 a’ miei poeti, e vidi che con riso
147 udito avëan l’ultimo costrutto;
148 poi a la bella donna torna’ il viso.

29

1 Cantando come donna innamorata,
2 continüò col fin di sue parole:
3 ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
4 E come ninfe che si givan sole
5 per le salvatiche ombre, disïando
6 qual di veder, qual di fuggir lo sole,
7 allor si mosse contra ’l fiume, andando
8 su per la riva; e io pari di lei,
9 picciol passo con picciol seguitando.
10 Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
11 quando le ripe igualmente dier volta,
12 per modo ch’a levante mi rendei.
13 Né ancor fu così nostra via molta,
14 quando la donna tutta a me si torse,
15 dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
16 Ed ecco un lustro sùbito trascorse
17 da tutte parti per la gran foresta,
18 tal che di balenar mi mise in forse.
19 Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
20 e quel, durando, più e più splendeva,
21 nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
22 E una melodia dolce correva
23 per l’aere luminoso; onde buon zelo
24 mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
25 che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
26 femmina, sola e pur testé formata,
27 non sofferse di star sotto alcun velo;
28 sotto ’l qual se divota fosse stata,
29 avrei quelle ineffabili delizie
30 sentite prima e più lunga fïata.
31 Mentr’ io m’andava tra tante primizie
32 de l’etterno piacer tutto sospeso,
33 e disïoso ancora a più letizie,
34 dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
35 ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
36 e ’l dolce suon per canti era già inteso.
37 O sacrosante Vergini, se fami,
38 freddi o vigilie mai per voi soffersi,
39 cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
40 Or convien che Elicona per me versi,
41 e Uranìe m’aiuti col suo coro
42 forti cose a pensar mettere in versi.
43 Poco più oltre, sette alberi d’oro
44 falsava nel parere il lungo tratto
45 del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
46 ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
47 che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
48 non perdea per distanza alcun suo atto,
49 la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
50 sì com’ elli eran candelabri apprese,
51 e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
52 Di sopra fiammeggiava il bello arnese
53 più chiaro assai che luna per sereno
54 di mezza notte nel suo mezzo mese.
55 Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
56 al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
57 con vista carca di stupor non meno.
58 Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
59 che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
60 che foran vinte da novelle spose.
61 La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
62 sì ne l’affetto de le vive luci,
63 e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
64 Genti vid’ io allor, come a lor duci,
65 venire appresso, vestite di bianco;
66 e tal candor di qua già mai non fuci.
67 L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
68 e rendea me la mia sinistra costa,
69 s’io riguardava in lei, come specchio anco.
70 Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
71 che solo il fiume mi facea distante,
72 per veder meglio ai passi diedi sosta,
73 e vidi le fiammelle andar davante,
74 lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
75 e di tratti pennelli avean sembiante;
76 sì che lì sopra rimanea distinto
77 di sette liste, tutte in quei colori
78 onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
79 Questi ostendali in dietro eran maggiori
80 che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
81 diece passi distavan quei di fori.
82 Sotto così bel ciel com’ io diviso,
83 ventiquattro seniori, a due a due,
84 coronati venien di fiordaliso.
85 Tutti cantavan: «Benedicta tue
86 ne le figlie d’Adamo, e benedette
87 sieno in etterno le bellezze tue!».
88 Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
89 a rimpetto di me da l’altra sponda
90 libere fuor da quelle genti elette,
91 sì come luce luce in ciel seconda,
92 vennero appresso lor quattro animali,
93 coronati ciascun di verde fronda.
94 Ognuno era pennuto di sei ali;
95 le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
96 se fosser vivi, sarebber cotali.
97 A descriver lor forme più non spargo
98 rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
99 tanto ch’a questa non posso esser largo;
100 ma leggi Ezechïel, che li dipigne
101 come li vide da la fredda parte
102 venir con vento e con nube e con igne;
103 e quali i troverai ne le sue carte,
104 tali eran quivi, salvo ch’a le penne
105 Giovanni è meco e da lui si diparte.
106 Lo spazio dentro a lor quattro contenne
107 un carro, in su due rote, trïunfale,
108 ch’al collo d’un grifon tirato venne.
109 Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
110 tra la mezzana e le tre e tre liste,
111 sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
112 Tanto salivan che non eran viste;
113 le membra d’oro avea quant’ era uccello,
114 e bianche l’altre, di vermiglio miste.
115 Non che Roma di carro così bello
116 rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
117 ma quel del Sol saria pover con ello;
118 quel del Sol che, svïando, fu combusto
119 per l’orazion de la Terra devota,
120 quando fu Giove arcanamente giusto.
121 Tre donne in giro da la destra rota
122 venian danzando; l’una tanto rossa
123 ch’a pena fora dentro al foco nota;
124 l’altr’ era come se le carni e l’ossa
125 fossero state di smeraldo fatte;
126 la terza parea neve testé mossa;
127 e or parëan da la bianca tratte,
128 or da la rossa; e dal canto di questa
129 l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
130 Da la sinistra quattro facean festa,
131 in porpore vestite, dietro al modo
132 d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
133 Appresso tutto il pertrattato nodo
134 vidi due vecchi in abito dispari,
135 ma pari in atto e onesto e sodo.
136 L’un si mostrava alcun de’ famigliari
137 di quel sommo Ipocràte che natura
138 a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
139 mostrava l’altro la contraria cura
140 con una spada lucida e aguta,
141 tal che di qua dal rio mi fé paura.
142 Poi vidi quattro in umile paruta;
143 e di retro da tutti un vecchio solo
144 venir, dormendo, con la faccia arguta.
145 E questi sette col primaio stuolo
146 erano abitüati, ma di gigli
147 dintorno al capo non facëan brolo,
148 anzi di rose e d’altri fior vermigli;
149 giurato avria poco lontano aspetto
150 che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
151 E quando il carro a me fu a rimpetto,
152 un tuon s’udì, e quelle genti degne
153 parvero aver l’andar più interdetto,
154 fermandosi ivi con le prime insegne.

30

1 Quando il settentrïon del primo cielo,
2 che né occaso mai seppe né orto
3 né d’altra nebbia che di colpa velo,
4 e che faceva lì ciascun accorto
5 di suo dover, come ’l più basso face
6 qual temon gira per venire a porto,
7 fermo s’affisse: la gente verace,
8 venuta prima tra ’l grifone ed esso,
9 al carro volse sé come a sua pace;
10 e un di loro, quasi da ciel messo,
11 ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
12 gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
13 Quali i beati al novissimo bando
14 surgeran presti ognun di sua caverna,
15 la revestita voce alleluiando,
16 cotali in su la divina basterna
17 si levar cento, ad vocem tanti senis,
18 ministri e messaggier di vita etterna.
19 Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
20 e fior gittando e di sopra e dintorno,
21 ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
22 Io vidi già nel cominciar del giorno
23 la parte orïental tutta rosata,
24 e l’altro ciel di bel sereno addorno;
25 e la faccia del sol nascere ombrata,
26 sì che per temperanza di vapori
27 l’occhio la sostenea lunga fïata:
28 così dentro una nuvola di fiori
29 che da le mani angeliche saliva
30 e ricadeva in giù dentro e di fori,
31 sovra candido vel cinta d’uliva
32 donna m’apparve, sotto verde manto
33 vestita di color di fiamma viva.
34 E lo spirito mio, che già cotanto
35 tempo era stato ch’a la sua presenza
36 non era di stupor, tremando, affranto,
37 sanza de li occhi aver più conoscenza,
38 per occulta virtù che da lei mosse,
39 d’antico amor sentì la gran potenza.
40 Tosto che ne la vista mi percosse
41 l’alta virtù che già m’avea trafitto
42 prima ch’io fuor di püerizia fosse,
43 volsimi a la sinistra col respitto
44 col quale il fantolin corre a la mamma
45 quando ha paura o quando elli è afflitto,
46 per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
47 di sangue m’è rimaso che non tremi:
48 conosco i segni de l’antica fiamma’.
49 Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
50 di sé, Virgilio dolcissimo patre,
51 Virgilio a cui per mia salute die’mi;
52 né quantunque perdeo l’antica matre,
53 valse a le guance nette di rugiada,
54 che, lagrimando, non tornasser atre.
55 «Dante, perché Virgilio se ne vada,
56 non pianger anco, non piangere ancora;
57 ché pianger ti conven per altra spada».
58 Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
59 viene a veder la gente che ministra
60 per li altri legni, e a ben far l’incora;
61 in su la sponda del carro sinistra,
62 quando mi volsi al suon del nome mio,
63 che di necessità qui si registra,
64 vidi la donna che pria m’appario
65 velata sotto l’angelica festa,
66 drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
67 Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
68 cerchiato de le fronde di Minerva,
69 non la lasciasse parer manifesta,
70 regalmente ne l’atto ancor proterva
71 continüò come colui che dice
72 e ’l più caldo parlar dietro reserva:
73 «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
74 Come degnasti d’accedere al monte?
75 non sapei tu che qui è l’uom felice?».
76 Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
77 ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
78 tanta vergogna mi gravò la fronte.
79 Così la madre al figlio par superba,
80 com’ ella parve a me; perché d’amaro
81 sente il sapor de la pietade acerba.
82 Ella si tacque; e li angeli cantaro
83 di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
84 ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
85 Sì come neve tra le vive travi
86 per lo dosso d’Italia si congela,
87 soffiata e stretta da li venti schiavi,
88 poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
89 pur che la terra che perde ombra spiri,
90 sì che par foco fonder la candela;
91 così fui sanza lagrime e sospiri
92 anzi ’l cantar di quei che notan sempre
93 dietro a le note de li etterni giri;
94 ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
95 lor compatire a me, par che se detto
96 avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
97 lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
98 spirito e acqua fessi, e con angoscia
99 de la bocca e de li occhi uscì del petto.
100 Ella, pur ferma in su la detta coscia
101 del carro stando, a le sustanze pie
102 volse le sue parole così poscia:
103 «Voi vigilate ne l’etterno die,
104 sì che notte né sonno a voi non fura
105 passo che faccia il secol per sue vie;
106 onde la mia risposta è con più cura
107 che m’intenda colui che di là piagne,
108 perché sia colpa e duol d’una misura.
109 Non pur per ovra de le rote magne,
110 che drizzan ciascun seme ad alcun fine
111 secondo che le stelle son compagne,
112 ma per larghezza di grazie divine,
113 che sì alti vapori hanno a lor piova,
114 che nostre viste là non van vicine,
115 questi fu tal ne la sua vita nova
116 virtüalmente, ch’ogne abito destro
117 fatto averebbe in lui mirabil prova.
118 Ma tanto più maligno e più silvestro
119 si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
120 quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
121 Alcun tempo il sostenni col mio volto:
122 mostrando li occhi giovanetti a lui,
123 meco il menava in dritta parte vòlto.
124 Sì tosto come in su la soglia fui
125 di mia seconda etade e mutai vita,
126 questi si tolse a me, e diessi altrui.
127 Quando di carne a spirto era salita,
128 e bellezza e virtù cresciuta m’era,
129 fu’ io a lui men cara e men gradita;
130 e volse i passi suoi per via non vera,
131 imagini di ben seguendo false,
132 che nulla promession rendono intera.
133 Né l’impetrare ispirazion mi valse,
134 con le quali e in sogno e altrimenti
135 lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
136 Tanto giù cadde, che tutti argomenti
137 a la salute sua eran già corti,
138 fuor che mostrarli le perdute genti.
139 Per questo visitai l’uscio d’i morti,
140 e a colui che l’ha qua sù condotto,
141 li prieghi miei, piangendo, furon porti.
142 Alto fato di Dio sarebbe rotto,
143 se Letè si passasse e tal vivanda
144 fosse gustata sanza alcuno scotto
145 di pentimento che lagrime spanda».

31

1 «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
2 volgendo suo parlare a me per punta,
3 che pur per taglio m’era paruto acro,
4 ricominciò, seguendo sanza cunta,
5 «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
6 tua confession conviene esser congiunta».
7 Era la mia virtù tanto confusa,
8 che la voce si mosse, e pria si spense
9 che da li organi suoi fosse dischiusa.
10 Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
11 Rispondi a me; ché le memorie triste
12 in te non sono ancor da l’acqua offense».
13 Confusione e paura insieme miste
14 mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
15 al quale intender fuor mestier le viste.
16 Come balestro frange, quando scocca
17 da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
18 e con men foga l’asta il segno tocca,
19 sì scoppia’ io sottesso grave carco,
20 fuori sgorgando lagrime e sospiri,
21 e la voce allentò per lo suo varco.
22 Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
23 che ti menavano ad amar lo bene
24 di là dal qual non è a che s’aspiri,
25 quai fossi attraversati o quai catene
26 trovasti, per che del passare innanzi
27 dovessiti così spogliar la spene?
28 E quali agevolezze o quali avanzi
29 ne la fronte de li altri si mostraro,
30 per che dovessi lor passeggiare anzi?».
31 Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
32 a pena ebbi la voce che rispuose,
33 e le labbra a fatica la formaro.
34 Piangendo dissi: «Le presenti cose
35 col falso lor piacer volser miei passi,
36 tosto che ’l vostro viso si nascose».
37 Ed ella: «Se tacessi o se negassi
38 ciò che confessi, non fora men nota
39 la colpa tua: da tal giudice sassi!
40 Ma quando scoppia de la propria gota
41 l’accusa del peccato, in nostra corte
42 rivolge sé contra ’l taglio la rota.
43 Tuttavia, perché mo vergogna porte
44 del tuo errore, e perché altra volta,
45 udendo le serene, sie più forte,
46 pon giù il seme del piangere e ascolta:
47 sì udirai come in contraria parte
48 mover dovieti mia carne sepolta.
49 Mai non t’appresentò natura o arte
50 piacer, quanto le belle membra in ch’io
51 rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
52 e se ’l sommo piacer sì ti fallio
53 per la mia morte, qual cosa mortale
54 dovea poi trarre te nel suo disio?
55 Ben ti dovevi, per lo primo strale
56 de le cose fallaci, levar suso
57 di retro a me che non era più tale.
58 Non ti dovea gravar le penne in giuso,
59 ad aspettar più colpo, o pargoletta
60 o altra novità con sì breve uso.
61 Novo augelletto due o tre aspetta;
62 ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
63 rete si spiega indarno o si saetta».
64 Quali fanciulli, vergognando, muti
65 con li occhi a terra stannosi, ascoltando
66 e sé riconoscendo e ripentuti,
67 tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
68 per udir se’ dolente, alza la barba,
69 e prenderai più doglia riguardando».
70 Con men di resistenza si dibarba
71 robusto cerro, o vero al nostral vento
72 o vero a quel de la terra di Iarba,
73 ch’io non levai al suo comando il mento;
74 e quando per la barba il viso chiese,
75 ben conobbi il velen de l’argomento.
76 E come la mia faccia si distese,
77 posarsi quelle prime creature
78 da loro aspersïon l’occhio comprese;
79 e le mie luci, ancor poco sicure,
80 vider Beatrice volta in su la fiera
81 ch’è sola una persona in due nature.
82 Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
83 vincer pariemi più sé stessa antica,
84 vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
85 Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
86 che di tutte altre cose qual mi torse
87 più nel suo amor, più mi si fé nemica.
88 Tanta riconoscenza il cor mi morse,
89 ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
90 salsi colei che la cagion mi porse.
91 Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
92 la donna ch’io avea trovata sola
93 sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
94 Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
95 e tirandosi me dietro sen giva
96 sovresso l’acqua lieve come scola.
97 Quando fui presso a la beata riva,
98 ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
99 che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
100 La bella donna ne le braccia aprissi;
101 abbracciommi la testa e mi sommerse
102 ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
103 Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
104 dentro a la danza de le quattro belle;
105 e ciascuna del braccio mi coperse.
106 «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
107 pria che Beatrice discendesse al mondo,
108 fummo ordinate a lei per sue ancelle.
109 Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
110 lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
111 le tre di là, che miran più profondo».
112 Così cantando cominciaro; e poi
113 al petto del grifon seco menarmi,
114 ove Beatrice stava volta a noi.
115 Disser: «Fa che le viste non risparmi;
116 posto t’avem dinanzi a li smeraldi
117 ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
118 Mille disiri più che fiamma caldi
119 strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
120 che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
121 Come in lo specchio il sol, non altrimenti
122 la doppia fiera dentro vi raggiava,
123 or con altri, or con altri reggimenti.
124 Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
125 quando vedea la cosa in sé star queta,
126 e ne l’idolo suo si trasmutava.
127 Mentre che piena di stupore e lieta
128 l’anima mia gustava di quel cibo
129 che, saziando di sé, di sé asseta,
130 sé dimostrando di più alto tribo
131 ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
132 danzando al loro angelico caribo.
133 «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
134 era la sua canzone, «al tuo fedele
135 che, per vederti, ha mossi passi tanti!
136 Per grazia fa noi grazia che disvele
137 a lui la bocca tua, sì che discerna
138 la seconda bellezza che tu cele».
139 O isplendor di viva luce etterna,
140 chi palido si fece sotto l’ombra
141 sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
142 che non paresse aver la mente ingombra,
143 tentando a render te qual tu paresti
144 là dove armonizzando il ciel t’adombra,
145 quando ne l’aere aperto ti solvesti?

32

1 Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
2 a disbramarsi la decenne sete,
3 che li altri sensi m’eran tutti spenti.
4 Ed essi quinci e quindi avien parete
5 di non caler—così lo santo riso
6 a sé traéli con l’antica rete!—;
7 quando per forza mi fu vòlto il viso
8 ver’ la sinistra mia da quelle dee,
9 perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
10 e la disposizion ch’a veder èe
11 ne li occhi pur testé dal sol percossi,
12 sanza la vista alquanto esser mi fée.
13 Ma poi ch’al poco il viso riformossi
14 (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
15 sensibile onde a forza mi rimossi),
16 vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
17 lo glorïoso essercito, e tornarsi
18 col sole e con le sette fiamme al volto.
19 Come sotto li scudi per salvarsi
20 volgesi schiera, e sé gira col segno,
21 prima che possa tutta in sé mutarsi;
22 quella milizia del celeste regno
23 che procedeva, tutta trapassonne
24 pria che piegasse il carro il primo legno.
25 Indi a le rote si tornar le donne,
26 e ’l grifon mosse il benedetto carco
27 sì, che però nulla penna crollonne.
28 La bella donna che mi trasse al varco
29 e Stazio e io seguitavam la rota
30 che fé l’orbita sua con minore arco.
31 Sì passeggiando l’alta selva vòta,
32 colpa di quella ch’al serpente crese,
33 temprava i passi un’angelica nota.
34 Forse in tre voli tanto spazio prese
35 disfrenata saetta, quanto eramo
36 rimossi, quando Bëatrice scese.
37 Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
38 poi cerchiaro una pianta dispogliata
39 di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
40 La coma sua, che tanto si dilata
41 più quanto più è sù, fora da l’Indi
42 ne’ boschi lor per altezza ammirata.
43 «Beato se’, grifon, che non discindi
44 col becco d’esto legno dolce al gusto,
45 poscia che mal si torce il ventre quindi».
46 Così dintorno a l’albero robusto
47 gridaron li altri; e l’animal binato:
48 «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
49 E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
50 trasselo al piè de la vedova frasca,
51 e quel di lei a lei lasciò legato.
52 Come le nostre piante, quando casca
53 giù la gran luce mischiata con quella
54 che raggia dietro a la celeste lasca,
55 turgide fansi, e poi si rinovella
56 di suo color ciascuna, pria che ’l sole
57 giunga li suoi corsier sotto altra stella;
58 men che di rose e più che di vïole
59 colore aprendo, s’innovò la pianta,
60 che prima avea le ramora sì sole.
61 Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
62 l’inno che quella gente allor cantaro,
63 né la nota soffersi tutta quanta.
64 S’io potessi ritrar come assonnaro
65 li occhi spietati udendo di Siringa,
66 li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
67 come pintor che con essempro pinga,
68 disegnerei com’ io m’addormentai;
69 ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
70 Però trascorro a quando mi svegliai,
71 e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
72 del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
73 Quali a veder de’ fioretti del melo
74 che del suo pome li angeli fa ghiotti
75 e perpetüe nozze fa nel cielo,
76 Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
77 e vinti, ritornaro a la parola
78 da la qual furon maggior sonni rotti,
79 e videro scemata loro scuola
80 così di Moïsè come d’Elia,
81 e al maestro suo cangiata stola;
82 tal torna’ io, e vidi quella pia
83 sovra me starsi che conducitrice
84 fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
85 E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
86 Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
87 nova sedere in su la sua radice.
88 Vedi la compagnia che la circonda:
89 li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
90 con più dolce canzone e più profonda».
91 E se più fu lo suo parlar diffuso,
92 non so, però che già ne li occhi m’era
93 quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
94 Sola sedeasi in su la terra vera,
95 come guardia lasciata lì del plaustro
96 che legar vidi a la biforme fera.
97 In cerchio le facevan di sé claustro
98 le sette ninfe, con quei lumi in mano
99 che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
100 «Qui sarai tu poco tempo silvano;
101 e sarai meco sanza fine cive
102 di quella Roma onde Cristo è romano.
103 Però, in pro del mondo che mal vive,
104 al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
105 ritornato di là, fa che tu scrive».
106 Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
107 d’i suoi comandamenti era divoto,
108 la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
109 Non scese mai con sì veloce moto
110 foco di spessa nube, quando piove
111 da quel confine che più va remoto,
112 com’ io vidi calar l’uccel di Giove
113 per l’alber giù, rompendo de la scorza,
114 non che d’i fiori e de le foglie nove;
115 e ferì ’l carro di tutta sua forza;
116 ond’ el piegò come nave in fortuna,
117 vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
118 Poscia vidi avventarsi ne la cuna
119 del trïunfal veiculo una volpe
120 che d’ogne pasto buon parea digiuna;
121 ma, riprendendo lei di laide colpe,
122 la donna mia la volse in tanta futa
123 quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
124 Poscia per indi ond’ era pria venuta,
125 l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
126 del carro e lasciar lei di sé pennuta;
127 e qual esce di cuor che si rammarca,
128 tal voce uscì del cielo e cotal disse:
129 «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
130 Poi parve a me che la terra s’aprisse
131 tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
132 che per lo carro sù la coda fisse;
133 e come vespa che ritragge l’ago,
134 a sé traendo la coda maligna,
135 trasse del fondo, e gissen vago vago.
136 Quel che rimase, come da gramigna
137 vivace terra, da la piuma, offerta
138 forse con intenzion sana e benigna,
139 si ricoperse, e funne ricoperta
140 e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
141 che più tiene un sospir la bocca aperta.
142 Trasformato così ’l dificio santo
143 mise fuor teste per le parti sue,
144 tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
145 Le prime eran cornute come bue,
146 ma le quattro un sol corno avean per fronte:
147 simile mostro visto ancor non fue.
148 Sicura, quasi rocca in alto monte,
149 seder sovresso una puttana sciolta
150 m’apparve con le ciglia intorno pronte;
151 e come perché non li fosse tolta,
152 vidi di costa a lei dritto un gigante;
153 e basciavansi insieme alcuna volta.
154 Ma perché l’occhio cupido e vagante
155 a me rivolse, quel feroce drudo
156 la flagellò dal capo infin le piante;
157 poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
158 disciolse il mostro, e trassel per la selva,
159 tanto che sol di lei mi fece scudo
160 a la puttana e a la nova belva.

33

1 ‘Deus, venerunt gentes’, alternando
2 or tre or quattro dolce salmodia,
3 le donne incominciaro, e lagrimando;
4 e Bëatrice, sospirosa e pia,
5 quelle ascoltava sì fatta, che poco
6 più a la croce si cambiò Maria.
7 Ma poi che l’altre vergini dier loco
8 a lei di dir, levata dritta in pè,
9 rispuose, colorata come foco:
10 ‘Modicum, et non videbitis me;
11 et iterum, sorelle mie dilette,
12 modicum, et vos videbitis me’.
13 Poi le si mise innanzi tutte e sette,
14 e dopo sé, solo accennando, mosse
15 me e la donna e ’l savio che ristette.
16 Così sen giva; e non credo che fosse
17 lo decimo suo passo in terra posto,
18 quando con li occhi li occhi mi percosse;
19 e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
20 mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
21 ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
22 Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
23 dissemi: «Frate, perché non t’attenti
24 a domandarmi omai venendo meco?».
25 Come a color che troppo reverenti
26 dinanzi a suo maggior parlando sono,
27 che non traggon la voce viva ai denti,
28 avvenne a me, che sanza intero suono
29 incominciai: «Madonna, mia bisogna
30 voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
31 Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
32 voglio che tu omai ti disviluppe,
33 sì che non parli più com’ om che sogna.
34 Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
35 fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
36 che vendetta di Dio non teme suppe.
37 Non sarà tutto tempo sanza reda
38 l’aguglia che lasciò le penne al carro,
39 per che divenne mostro e poscia preda;
40 ch’io veggio certamente, e però il narro,
41 a darne tempo già stelle propinque,
42 secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
43 nel quale un cinquecento diece e cinque,
44 messo di Dio, anciderà la fuia
45 con quel gigante che con lei delinque.
46 E forse che la mia narrazion buia,
47 qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
48 perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
49 ma tosto fier li fatti le Naiade,
50 che solveranno questo enigma forte
51 sanza danno di pecore o di biade.
52 Tu nota; e sì come da me son porte,
53 così queste parole segna a’ vivi
54 del viver ch’è un correre a la morte.
55 E aggi a mente, quando tu le scrivi,
56 di non celar qual hai vista la pianta
57 ch’è or due volte dirubata quivi.
58 Qualunque ruba quella o quella schianta,
59 con bestemmia di fatto offende a Dio,
60 che solo a l’uso suo la creò santa.
61 Per morder quella, in pena e in disio
62 cinquemilia anni e più l’anima prima
63 bramò colui che ’l morso in sé punio.
64 Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
65 per singular cagione esser eccelsa
66 lei tanto e sì travolta ne la cima.
67 E se stati non fossero acqua d’Elsa
68 li pensier vani intorno a la tua mente,
69 e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
70 per tante circostanze solamente
71 la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
72 conosceresti a l’arbor moralmente.
73 Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
74 fatto di pietra e, impetrato, tinto,
75 sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
76 voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
77 che ’l te ne porti dentro a te per quello
78 che si reca il bordon di palma cinto».
79 E io: «Sì come cera da suggello,
80 che la figura impressa non trasmuta,
81 segnato è or da voi lo mio cervello.
82 Ma perché tanto sovra mia veduta
83 vostra parola disïata vola,
84 che più la perde quanto più s’aiuta?».
85 «Perché conoschi», disse, «quella scuola
86 c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
87 come può seguitar la mia parola;
88 e veggi vostra via da la divina
89 distar cotanto, quanto si discorda
90 da terra il ciel che più alto festina».
91 Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
92 ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
93 né honne coscïenza che rimorda».
94 «E se tu ricordar non te ne puoi»,
95 sorridendo rispuose, «or ti rammenta
96 come bevesti di Letè ancoi;
97 e se dal fummo foco s’argomenta,
98 cotesta oblivïon chiaro conchiude
99 colpa ne la tua voglia altrove attenta.
100 Veramente oramai saranno nude
101 le mie parole, quanto converrassi
102 quelle scovrire a la tua vista rude».
103 E più corusco e con più lenti passi
104 teneva il sole il cerchio di merigge,
105 che qua e là, come li aspetti, fassi,
106 quando s’affisser, sì come s’affigge
107 chi va dinanzi a gente per iscorta
108 se trova novitate o sue vestigge,
109 le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
110 qual sotto foglie verdi e rami nigri
111 sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
112 Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
113 veder mi parve uscir d’una fontana,
114 e, quasi amici, dipartirsi pigri.
115 «O luce, o gloria de la gente umana,
116 che acqua è questa che qui si dispiega
117 da un principio e sé da sé lontana?».
118 Per cotal priego detto mi fu: «Priega
119 Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
120 come fa chi da colpa si dislega,
121 la bella donna: «Questo e altre cose
122 dette li son per me; e son sicura
123 che l’acqua di Letè non gliel nascose».
124 E Bëatrice: «Forse maggior cura,
125 che spesse volte la memoria priva,
126 fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
127 Ma vedi Eünoè che là diriva:
128 menalo ad esso, e come tu se’ usa,
129 la tramortita sua virtù ravviva».
130 Come anima gentil, che non fa scusa,
131 ma fa sua voglia de la voglia altrui
132 tosto che è per segno fuor dischiusa;
133 così, poi che da essa preso fui,
134 la bella donna mossesi, e a Stazio
135 donnescamente disse: «Vien con lui».
136 S’io avessi, lettor, più lungo spazio
137 da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
138 lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
139 ma perché piene son tutte le carte
140 ordite a questa cantica seconda,
141 non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
142 Io ritornai da la santissima onda
143 rifatto sì come piante novelle
144 rinovellate di novella fronda,
145 puro e disposto a salire a le stelle.

Paradiso

1

1 La gloria di colui che tutto move
2 per l’universo penetra, e risplende
3 in una parte più e meno altrove.
4 Nel ciel che più de la sua luce prende
5 fu’ io, e vidi cose che ridire
6 né sa né può chi di là sù discende;
7 perché appressando sé al suo disire,
8 nostro intelletto si profonda tanto,
9 che dietro la memoria non può ire.
10 Veramente quant’ io del regno santo
11 ne la mia mente potei far tesoro,
12 sarà ora materia del mio canto.
13 O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
14 fammi del tuo valor sì fatto vaso,
15 come dimandi a dar l’amato alloro.
16 Infino a qui l’un giogo di Parnaso
17 assai mi fu; ma or con amendue
18 m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
19 Entra nel petto mio, e spira tue
20 sì come quando Marsïa traesti
21 de la vagina de le membra sue.
22 O divina virtù, se mi ti presti
23 tanto che l’ombra del beato regno
24 segnata nel mio capo io manifesti,
25 vedra’mi al piè del tuo diletto legno
26 venire, e coronarmi de le foglie
27 che la materia e tu mi farai degno.
28 Sì rade volte, padre, se ne coglie
29 per trïunfare o cesare o poeta,
30 colpa e vergogna de l’umane voglie,
31 che parturir letizia in su la lieta
32 delfica deïtà dovria la fronda
33 peneia, quando alcun di sé asseta.
34 Poca favilla gran fiamma seconda:
35 forse di retro a me con miglior voci
36 si pregherà perché Cirra risponda.
37 Surge ai mortali per diverse foci
38 la lucerna del mondo; ma da quella
39 che quattro cerchi giugne con tre croci,
40 con miglior corso e con migliore stella
41 esce congiunta, e la mondana cera
42 più a suo modo tempera e suggella.
43 Fatto avea di là mane e di qua sera
44 tal foce, e quasi tutto era là bianco
45 quello emisperio, e l’altra parte nera,
46 quando Beatrice in sul sinistro fianco
47 vidi rivolta e riguardar nel sole:
48 aguglia sì non li s’affisse unquanco.
49 E sì come secondo raggio suole
50 uscir del primo e risalire in suso,
51 pur come pelegrin che tornar vuole,
52 così de l’atto suo, per li occhi infuso
53 ne l’imagine mia, il mio si fece,
54 e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.
55 Molto è licito là, che qui non lece
56 a le nostre virtù, mercé del loco
57 fatto per proprio de l’umana spece.
58 Io nol soffersi molto, né sì poco,
59 ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
60 com’ ferro che bogliente esce del foco;
61 e di sùbito parve giorno a giorno
62 essere aggiunto, come quei che puote
63 avesse il ciel d’un altro sole addorno.
64 Beatrice tutta ne l’etterne rote
65 fissa con li occhi stava; e io in lei
66 le luci fissi, di là sù rimote.
67 Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
68 qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
69 che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
70 Trasumanar significar per verba
71 non si poria; però l’essemplo basti
72 a cui esperïenza grazia serba.
73 S’i’ era sol di me quel che creasti
74 novellamente, amor che ’l ciel governi,
75 tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
76 Quando la rota che tu sempiterni
77 desiderato, a sé mi fece atteso
78 con l’armonia che temperi e discerni,
79 parvemi tanto allor del cielo acceso
80 de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
81 lago non fece alcun tanto disteso.
82 La novità del suono e ’l grande lume
83 di lor cagion m’accesero un disio
84 mai non sentito di cotanto acume.
85 Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,
86 a quïetarmi l’animo commosso,
87 pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
88 e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
89 col falso imaginar, sì che non vedi
90 ciò che vedresti se l’avessi scosso.
91 Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
92 ma folgore, fuggendo il proprio sito,
93 non corse come tu ch’ad esso riedi».
94 S’io fui del primo dubbio disvestito
95 per le sorrise parolette brevi,
96 dentro ad un nuovo più fu’ inretito
97 e dissi: «Già contento requïevi
98 di grande ammirazion; ma ora ammiro
99 com’ io trascenda questi corpi levi».
100 Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,
101 li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
102 che madre fa sovra figlio deliro,
103 e cominciò: «Le cose tutte quante
104 hanno ordine tra loro, e questo è forma
105 che l’universo a Dio fa simigliante.
106 Qui veggion l’alte creature l’orma
107 de l’etterno valore, il qual è fine
108 al quale è fatta la toccata norma.
109 Ne l’ordine ch’io dico sono accline
110 tutte nature, per diverse sorti,
111 più al principio loro e men vicine;
112 onde si muovono a diversi porti
113 per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
114 con istinto a lei dato che la porti.
115 Questi ne porta il foco inver’ la luna;
116 questi ne’ cor mortali è permotore;
117 questi la terra in sé stringe e aduna;
118 né pur le creature che son fore
119 d’intelligenza quest’ arco saetta,
120 ma quelle c’hanno intelletto e amore.
121 La provedenza, che cotanto assetta,
122 del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
123 nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
124 e ora lì, come a sito decreto,
125 cen porta la virtù di quella corda
126 che ciò che scocca drizza in segno lieto.
127 Vero è che, come forma non s’accorda
128 molte fïate a l’intenzion de l’arte,
129 perch’ a risponder la materia è sorda,
130 così da questo corso si diparte
131 talor la creatura, c’ha podere
132 di piegar, così pinta, in altra parte;
133 e sì come veder si può cadere
134 foco di nube, sì l’impeto primo
135 l’atterra torto da falso piacere.
136 Non dei più ammirar, se bene stimo,
137 lo tuo salir, se non come d’un rivo
138 se d’alto monte scende giuso ad imo.
139 Maraviglia sarebbe in te se, privo
140 d’impedimento, giù ti fossi assiso,
141 com’ a terra quïete in foco vivo».
142 Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

2

1 O voi che siete in piccioletta barca,
2 desiderosi d’ascoltar, seguiti
3 dietro al mio legno che cantando varca,
4 tornate a riveder li vostri liti:
5 non vi mettete in pelago, ché forse,
6 perdendo me, rimarreste smarriti.
7 L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
8 Minerva spira, e conducemi Appollo,
9 e nove Muse mi dimostran l’Orse.
10 Voialtri pochi che drizzaste il collo
11 per tempo al pan de li angeli, del quale
12 vivesi qui ma non sen vien satollo,
13 metter potete ben per l’alto sale
14 vostro navigio, servando mio solco
15 dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
16 Que’ glorïosi che passaro al Colco
17 non s’ammiraron come voi farete,
18 quando Iasón vider fatto bifolco.
19 La concreata e perpetüa sete
20 del deïforme regno cen portava
21 veloci quasi come ’l ciel vedete.
22 Beatrice in suso, e io in lei guardava;
23 e forse in tanto in quanto un quadrel posa
24 e vola e da la noce si dischiava,
25 giunto mi vidi ove mirabil cosa
26 mi torse il viso a sé; e però quella
27 cui non potea mia cura essere ascosa,
28 volta ver’ me, sì lieta come bella,
29 «Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
30 «che n’ha congiunti con la prima stella».
31 Parev’ a me che nube ne coprisse
32 lucida, spessa, solida e pulita,
33 quasi adamante che lo sol ferisse.
34 Per entro sé l’etterna margarita
35 ne ricevette, com’ acqua recepe
36 raggio di luce permanendo unita.
37 S’io era corpo, e qui non si concepe
38 com’ una dimensione altra patio,
39 ch’esser convien se corpo in corpo repe,
40 accender ne dovria più il disio
41 di veder quella essenza in che si vede
42 come nostra natura e Dio s’unio.
43 Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
44 non dimostrato, ma fia per sé noto
45 a guisa del ver primo che l’uom crede.
46 Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
47 com’ esser posso più, ringrazio lui
48 lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.
49 Ma ditemi: che son li segni bui
50 di questo corpo, che là giuso in terra
51 fan di Cain favoleggiare altrui?».
52 Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra
53 l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
54 dove chiave di senso non diserra,
55 certo non ti dovrien punger li strali
56 d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
57 vedi che la ragione ha corte l’ali.
58 Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
59 E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
60 credo che fanno i corpi rari e densi».
61 Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
62 nel falso il creder tuo, se bene ascolti
63 l’argomentar ch’io li farò avverso.
64 La spera ottava vi dimostra molti
65 lumi, li quali e nel quale e nel quanto
66 notar si posson di diversi volti.
67 Se raro e denso ciò facesser tanto,
68 una sola virtù sarebbe in tutti,
69 più e men distributa e altrettanto.
70 Virtù diverse esser convegnon frutti
71 di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
72 seguiterieno a tua ragion distrutti.
73 Ancor, se raro fosse di quel bruno
74 cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
75 fora di sua materia sì digiuno
76 esto pianeto, o, sì come comparte
77 lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
78 nel suo volume cangerebbe carte.
79 Se ’l primo fosse, fora manifesto
80 ne l’eclissi del sol, per trasparere
81 lo lume come in altro raro ingesto.
82 Questo non è: però è da vedere
83 de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
84 falsificato fia lo tuo parere.
85 S’elli è che questo raro non trapassi,
86 esser conviene un termine da onde
87 lo suo contrario più passar non lassi;
88 e indi l’altrui raggio si rifonde
89 così come color torna per vetro
90 lo qual di retro a sé piombo nasconde.
91 Or dirai tu ch’el si dimostra tetro
92 ivi lo raggio più che in altre parti,
93 per esser lì refratto più a retro.
94 Da questa instanza può deliberarti
95 esperïenza, se già mai la provi,
96 ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.
97 Tre specchi prenderai; e i due rimovi
98 da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
99 tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
100 Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
101 ti stea un lume che i tre specchi accenda
102 e torni a te da tutti ripercosso.
103 Ben che nel quanto tanto non si stenda
104 la vista più lontana, lì vedrai
105 come convien ch’igualmente risplenda.
106 Or, come ai colpi de li caldi rai
107 de la neve riman nudo il suggetto
108 e dal colore e dal freddo primai,
109 così rimaso te ne l’intelletto
110 voglio informar di luce sì vivace,
111 che ti tremolerà nel suo aspetto.
112 Dentro dal ciel de la divina pace
113 si gira un corpo ne la cui virtute
114 l’esser di tutto suo contento giace.
115 Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,
116 quell’ esser parte per diverse essenze,
117 da lui distratte e da lui contenute.
118 Li altri giron per varie differenze
119 le distinzion che dentro da sé hanno
120 dispongono a lor fini e lor semenze.
121 Questi organi del mondo così vanno,
122 come tu vedi omai, di grado in grado,
123 che di sù prendono e di sotto fanno.
124 Riguarda bene omai sì com’ io vado
125 per questo loco al vero che disiri,
126 sì che poi sappi sol tener lo guado.
127 Lo moto e la virtù d’i santi giri,
128 come dal fabbro l’arte del martello,
129 da’ beati motor convien che spiri;
130 e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,
131 de la mente profonda che lui volve
132 prende l’image e fassene suggello.
133 E come l’alma dentro a vostra polve
134 per differenti membra e conformate
135 a diverse potenze si risolve,
136 così l’intelligenza sua bontate
137 multiplicata per le stelle spiega,
138 girando sé sovra sua unitate.
139 Virtù diversa fa diversa lega
140 col prezïoso corpo ch’ella avviva,
141 nel qual, sì come vita in voi, si lega.
142 Per la natura lieta onde deriva,
143 la virtù mista per lo corpo luce
144 come letizia per pupilla viva.
145 Da essa vien ciò che da luce a luce
146 par differente, non da denso e raro;
147 essa è formal principio che produce,
148 conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».

3

1 Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
2 di bella verità m’avea scoverto,
3 provando e riprovando, il dolce aspetto;
4 e io, per confessar corretto e certo
5 me stesso, tanto quanto si convenne
6 leva’ il capo a proferer più erto;
7 ma visïone apparve che ritenne
8 a sé me tanto stretto, per vedersi,
9 che di mia confession non mi sovvenne.
10 Quali per vetri trasparenti e tersi,
11 o ver per acque nitide e tranquille,
12 non sì profonde che i fondi sien persi,
13 tornan d’i nostri visi le postille
14 debili sì, che perla in bianca fronte
15 non vien men forte a le nostre pupille;
16 tali vid’ io più facce a parlar pronte;
17 per ch’io dentro a l’error contrario corsi
18 a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
19 Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi,
20 quelle stimando specchiati sembianti,
21 per veder di cui fosser, li occhi torsi;
22 e nulla vidi, e ritorsili avanti
23 dritti nel lume de la dolce guida,
24 che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
25 «Non ti maravigliar perch’ io sorrida»,
26 mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
27 poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
28 ma te rivolve, come suole, a vòto:
29 vere sustanze son ciò che tu vedi,
30 qui rilegate per manco di voto.
31 Però parla con esse e odi e credi;
32 ché la verace luce che le appaga
33 da sé non lascia lor torcer li piedi».
34 E io a l’ombra che parea più vaga
35 di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
36 quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:
37 «O ben creato spirito, che a’ rai
38 di vita etterna la dolcezza senti
39 che, non gustata, non s’intende mai,
40 grazïoso mi fia se mi contenti
41 del nome tuo e de la vostra sorte».
42 Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
43 «La nostra carità non serra porte
44 a giusta voglia, se non come quella
45 che vuol simile a sé tutta sua corte.
46 I’ fui nel mondo vergine sorella;
47 e se la mente tua ben sé riguarda,
48 non mi ti celerà l’esser più bella,
49 ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
50 che, posta qui con questi altri beati,
51 beata sono in la spera più tarda.
52 Li nostri affetti, che solo infiammati
53 son nel piacer de lo Spirito Santo,
54 letizian del suo ordine formati.
55 E questa sorte che par giù cotanto,
56 però n’è data, perché fuor negletti
57 li nostri voti, e vòti in alcun canto».
58 Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
59 vostri risplende non so che divino
60 che vi trasmuta da’ primi concetti:
61 però non fui a rimembrar festino;
62 ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
63 sì che raffigurar m’è più latino.
64 Ma dimmi: voi che siete qui felici,
65 disiderate voi più alto loco
66 per più vedere e per più farvi amici?».
67 Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;
68 da indi mi rispuose tanto lieta,
69 ch’arder parea d’amor nel primo foco:
70 «Frate, la nostra volontà quïeta
71 virtù di carità, che fa volerne
72 sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
73 Se disïassimo esser più superne,
74 foran discordi li nostri disiri
75 dal voler di colui che qui ne cerne;
76 che vedrai non capere in questi giri,
77 s’essere in carità è qui necesse,
78 e se la sua natura ben rimiri.
79 Anzi è formale ad esto beato esse
80 tenersi dentro a la divina voglia,
81 per ch’una fansi nostre voglie stesse;
82 sì che, come noi sem di soglia in soglia
83 per questo regno, a tutto il regno piace
84 com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
85 E ’n la sua volontade è nostra pace:
86 ell’ è quel mare al qual tutto si move
87 ciò ch’ella crïa o che natura face».
88 Chiaro mi fu allor come ogne dove
89 in cielo è paradiso, etsi la grazia
90 del sommo ben d’un modo non vi piove.
91 Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia
92 e d’un altro rimane ancor la gola,
93 che quel si chere e di quel si ringrazia,
94 così fec’ io con atto e con parola,
95 per apprender da lei qual fu la tela
96 onde non trasse infino a co la spuola.
97 «Perfetta vita e alto merto inciela
98 donna più sù», mi disse, «a la cui norma
99 nel vostro mondo giù si veste e vela,
100 perché fino al morir si vegghi e dorma
101 con quello sposo ch’ogne voto accetta
102 che caritate a suo piacer conforma.
103 Dal mondo, per seguirla, giovinetta
104 fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
105 e promisi la via de la sua setta.
106 Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
107 fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
108 Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
109 E quest’ altro splendor che ti si mostra
110 da la mia destra parte e che s’accende
111 di tutto il lume de la spera nostra,
112 ciò ch’io dico di me, di sé intende;
113 sorella fu, e così le fu tolta
114 di capo l’ombra de le sacre bende.
115 Ma poi che pur al mondo fu rivolta
116 contra suo grado e contra buona usanza,
117 non fu dal vel del cor già mai disciolta.
118 Quest’ è la luce de la gran Costanza
119 che del secondo vento di Soave
120 generò ’l terzo e l’ultima possanza».
121 Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
122 Maria’ cantando, e cantando vanio
123 come per acqua cupa cosa grave.
124 La vista mia, che tanto lei seguio
125 quanto possibil fu, poi che la perse,
126 volsesi al segno di maggior disio,
127 e a Beatrice tutta si converse;
128 ma quella folgorò nel mïo sguardo
129 sì che da prima il viso non sofferse;
130 e ciò mi fece a dimandar più tardo.

4

1 Intra due cibi, distanti e moventi
2 d’un modo, prima si morria di fame,
3 che liber’ omo l’un recasse ai denti;
4 sì si starebbe un agno intra due brame
5 di fieri lupi, igualmente temendo;
6 sì si starebbe un cane intra due dame:
7 per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,
8 da li miei dubbi d’un modo sospinto,
9 poi ch’era necessario, né commendo.
10 Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto
11 m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
12 più caldo assai che per parlar distinto.
13 Fé sì Beatrice qual fé Danïello,
14 Nabuccodonosor levando d’ira,
15 che l’avea fatto ingiustamente fello;
16 e disse: «Io veggio ben come ti tira
17 uno e altro disio, sì che tua cura
18 sé stessa lega sì che fuor non spira.
19 Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura,
20 la vïolenza altrui per qual ragione
21 di meritar mi scema la misura?”.
22 Ancor di dubitar ti dà cagione
23 parer tornarsi l’anime a le stelle,
24 secondo la sentenza di Platone.
25 Queste son le question che nel tuo velle
26 pontano igualmente; e però pria
27 tratterò quella che più ha di felle.
28 D’i Serafin colui che più s’india,
29 Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
30 che prender vuoli, io dico, non Maria,
31 non hanno in altro cielo i loro scanni
32 che questi spirti che mo t’appariro,
33 né hanno a l’esser lor più o meno anni;
34 ma tutti fanno bello il primo giro,
35 e differentemente han dolce vita
36 per sentir più e men l’etterno spiro.
37 Qui si mostraro, non perché sortita
38 sia questa spera lor, ma per far segno
39 de la celestïal c’ha men salita.
40 Così parlar conviensi al vostro ingegno,
41 però che solo da sensato apprende
42 ciò che fa poscia d’intelletto degno.
43 Per questo la Scrittura condescende
44 a vostra facultate, e piedi e mano
45 attribuisce a Dio e altro intende;
46 e Santa Chiesa con aspetto umano
47 Gabrïel e Michel vi rappresenta,
48 e l’altro che Tobia rifece sano.
49 Quel che Timeo de l’anime argomenta
50 non è simile a ciò che qui si vede,
51 però che, come dice, par che senta.
52 Dice che l’alma a la sua stella riede,
53 credendo quella quindi esser decisa
54 quando natura per forma la diede;
55 e forse sua sentenza è d’altra guisa
56 che la voce non suona, ed esser puote
57 con intenzion da non esser derisa.
58 S’elli intende tornare a queste ruote
59 l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
60 in alcun vero suo arco percuote.
61 Questo principio, male inteso, torse
62 già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
63 Mercurio e Marte a nominar trascorse.
64 L’altra dubitazion che ti commove
65 ha men velen, però che sua malizia
66 non ti poria menar da me altrove.
67 Parere ingiusta la nostra giustizia
68 ne li occhi d’i mortali, è argomento
69 di fede e non d’eretica nequizia.
70 Ma perché puote vostro accorgimento
71 ben penetrare a questa veritate,
72 come disiri, ti farò contento.
73 Se vïolenza è quando quel che pate
74 nïente conferisce a quel che sforza,
75 non fuor quest’ alme per essa scusate:
76 ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,
77 ma fa come natura face in foco,
78 se mille volte vïolenza il torza.
79 Per che, s’ella si piega assai o poco,
80 segue la forza; e così queste fero
81 possendo rifuggir nel santo loco.
82 Se fosse stato lor volere intero,
83 come tenne Lorenzo in su la grada,
84 e fece Muzio a la sua man severo,
85 così l’avria ripinte per la strada
86 ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;
87 ma così salda voglia è troppo rada.
88 E per queste parole, se ricolte
89 l’hai come dei, è l’argomento casso
90 che t’avria fatto noia ancor più volte.
91 Ma or ti s’attraversa un altro passo
92 dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
93 non usciresti: pria saresti lasso.
94 Io t’ho per certo ne la mente messo
95 ch’alma beata non poria mentire,
96 però ch’è sempre al primo vero appresso;
97 e poi potesti da Piccarda udire
98 che l’affezion del vel Costanza tenne;
99 sì ch’ella par qui meco contradire.
100 Molte fïate già, frate, addivenne
101 che, per fuggir periglio, contra grato
102 si fé di quel che far non si convenne;
103 come Almeone, che, di ciò pregato
104 dal padre suo, la propria madre spense,
105 per non perder pietà si fé spietato.
106 A questo punto voglio che tu pense
107 che la forza al voler si mischia, e fanno
108 sì che scusar non si posson l’offense.
109 Voglia assoluta non consente al danno;
110 ma consentevi in tanto in quanto teme,
111 se si ritrae, cadere in più affanno.
112 Però, quando Piccarda quello spreme,
113 de la voglia assoluta intende, e io
114 de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
115 Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
116 ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
117 tal puose in pace uno e altro disio.
118 «O amanza del primo amante, o diva»,
119 diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda
120 e scalda sì, che più e più m’avviva,
121 non è l’affezion mia tanto profonda,
122 che basti a render voi grazia per grazia;
123 ma quei che vede e puote a ciò risponda.
124 Io veggio ben che già mai non si sazia
125 nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
126 di fuor dal qual nessun vero si spazia.
127 Posasi in esso, come fera in lustra,
128 tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
129 se non, ciascun disio sarebbe frustra.
130 Nasce per quello, a guisa di rampollo,
131 a piè del vero il dubbio; ed è natura
132 ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
133 Questo m’invita, questo m’assicura
134 con reverenza, donna, a dimandarvi
135 d’un’altra verità che m’è oscura.
136 Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi
137 ai voti manchi sì con altri beni,
138 ch’a la vostra statera non sien parvi».
139 Beatrice mi guardò con li occhi pieni
140 di faville d’amor così divini,
141 che, vinta, mia virtute diè le reni,
142 e quasi mi perdei con li occhi chini.

5

1 «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
2 di là dal modo che ’n terra si vede,
3 sì che del viso tuo vinco il valore,
4 non ti maravigliar, ché ciò procede
5 da perfetto veder, che, come apprende,
6 così nel bene appreso move il piede.
7 Io veggio ben sì come già resplende
8 ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
9 che, vista, sola e sempre amore accende;
10 e s’altra cosa vostro amor seduce,
11 non è se non di quella alcun vestigio,
12 mal conosciuto, che quivi traluce.
13 Tu vuo’ saper se con altro servigio,
14 per manco voto, si può render tanto
15 che l’anima sicuri di letigio».
16 Sì cominciò Beatrice questo canto;
17 e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
18 continüò così ’l processo santo:
19 «Lo maggior don che Dio per sua larghezza
20 fesse creando, e a la sua bontate
21 più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
22 fu de la volontà la libertate;
23 di che le creature intelligenti,
24 e tutte e sole, fuoro e son dotate.
25 Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
26 l’alto valor del voto, s’è sì fatto
27 che Dio consenta quando tu consenti;
28 ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,
29 vittima fassi di questo tesoro,
30 tal quale io dico; e fassi col suo atto.
31 Dunque che render puossi per ristoro?
32 Se credi bene usar quel c’hai offerto,
33 di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
34 Tu se’ omai del maggior punto certo;
35 ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
36 che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
37 convienti ancor sedere un poco a mensa,
38 però che ’l cibo rigido c’hai preso,
39 richiede ancora aiuto a tua dispensa.
40 Apri la mente a quel ch’io ti paleso
41 e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
42 sanza lo ritenere, avere inteso.
43 Due cose si convegnono a l’essenza
44 di questo sacrificio: l’una è quella
45 di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
46 Quest’ ultima già mai non si cancella
47 se non servata; e intorno di lei
48 sì preciso di sopra si favella:
49 però necessitato fu a li Ebrei
50 pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
51 sì permutasse, come saver dei.
52 L’altra, che per materia t’è aperta,
53 puote ben esser tal, che non si falla
54 se con altra materia si converta.
55 Ma non trasmuti carco a la sua spalla
56 per suo arbitrio alcun, sanza la volta
57 e de la chiave bianca e de la gialla;
58 e ogne permutanza credi stolta,
59 se la cosa dimessa in la sorpresa
60 come ’l quattro nel sei non è raccolta.
61 Però qualunque cosa tanto pesa
62 per suo valor che tragga ogne bilancia,
63 sodisfar non si può con altra spesa.
64 Non prendan li mortali il voto a ciancia;
65 siate fedeli, e a ciò far non bieci,
66 come Ieptè a la sua prima mancia;
67 cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
68 che, servando, far peggio; e così stolto
69 ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
70 onde pianse Efigènia il suo bel volto,
71 e fé pianger di sé i folli e i savi
72 ch’udir parlar di così fatto cólto.
73 Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
74 non siate come penna ad ogne vento,
75 e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
76 Avete il novo e ’l vecchio Testamento,
77 e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
78 questo vi basti a vostro salvamento.
79 Se mala cupidigia altro vi grida,
80 uomini siate, e non pecore matte,
81 sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
82 Non fate com’ agnel che lascia il latte
83 de la sua madre, e semplice e lascivo
84 seco medesmo a suo piacer combatte!».
85 Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;
86 poi si rivolse tutta disïante
87 a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
88 Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante
89 puoser silenzio al mio cupido ingegno,
90 che già nuove questioni avea davante;
91 e sì come saetta che nel segno
92 percuote pria che sia la corda queta,
93 così corremmo nel secondo regno.
94 Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
95 come nel lume di quel ciel si mise,
96 che più lucente se ne fé ’l pianeta.
97 E se la stella si cambiò e rise,
98 qual mi fec’ io che pur da mia natura
99 trasmutabile son per tutte guise!
100 Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
101 traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
102 per modo che lo stimin lor pastura,
103 sì vid’ io ben più di mille splendori
104 trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
105 «Ecco chi crescerà li nostri amori».
106 E sì come ciascuno a noi venìa,
107 vedeasi l’ombra piena di letizia
108 nel folgór chiaro che di lei uscia.
109 Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
110 non procedesse, come tu avresti
111 di più savere angosciosa carizia;
112 e per te vederai come da questi
113 m’era in disio d’udir lor condizioni,
114 sì come a li occhi mi fur manifesti.
115 «O bene nato a cui veder li troni
116 del trïunfo etternal concede grazia
117 prima che la milizia s’abbandoni,
118 del lume che per tutto il ciel si spazia
119 noi semo accesi; e però, se disii
120 di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
121 Così da un di quelli spirti pii
122 detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
123 sicuramente, e credi come a dii».
124 «Io veggio ben sì come tu t’annidi
125 nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
126 perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
127 ma non so chi tu se’, né perché aggi,
128 anima degna, il grado de la spera
129 che si vela a’ mortai con altrui raggi».
130 Questo diss’ io diritto a la lumera
131 che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
132 lucente più assai di quel ch’ell’ era.
133 Sì come il sol che si cela elli stessi
134 per troppa luce, come ’l caldo ha róse
135 le temperanze d’i vapori spessi,
136 per più letizia sì mi si nascose
137 dentro al suo raggio la figura santa;
138 e così chiusa chiusa mi rispuose
139 nel modo che ’l seguente canto canta.

6

1 «Poscia che Costantin l’aquila volse
2 contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
3 dietro a l’antico che Lavina tolse,
4 cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
5 ne lo stremo d’Europa si ritenne,
6 vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
7 e sotto l’ombra de le sacre penne
8 governò ’l mondo lì di mano in mano,
9 e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
10 Cesare fui e son Iustinïano,
11 che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
12 d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
13 E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
14 una natura in Cristo esser, non piùe,
15 credea, e di tal fede era contento;
16 ma ’l benedetto Agapito, che fue
17 sommo pastore, a la fede sincera
18 mi dirizzò con le parole sue.
19 Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
20 vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
21 ogni contradizione e falsa e vera.
22 Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
23 a Dio per grazia piacque di spirarmi
24 l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
25 e al mio Belisar commendai l’armi,
26 cui la destra del ciel fu sì congiunta,
27 che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
28 Or qui a la question prima s’appunta
29 la mia risposta; ma sua condizione
30 mi stringe a seguitare alcuna giunta,
31 perché tu veggi con quanta ragione
32 si move contr’ al sacrosanto segno
33 e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
34 Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
35 di reverenza; e cominciò da l’ora
36 che Pallante morì per darli regno.
37 Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
38 per trecento anni e oltre, infino al fine
39 che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
40 E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
41 al dolor di Lucrezia in sette regi,
42 vincendo intorno le genti vicine.
43 Sai quel ch’el fé portato da li egregi
44 Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
45 incontro a li altri principi e collegi;
46 onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
47 negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
48 ebber la fama che volontier mirro.
49 Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
50 che di retro ad Anibale passaro
51 l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
52 Sott’ esso giovanetti trïunfaro
53 Scipïone e Pompeo; e a quel colle
54 sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
55 Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
56 redur lo mondo a suo modo sereno,
57 Cesare per voler di Roma il tolle.
58 E quel che fé da Varo infino a Reno,
59 Isara vide ed Era e vide Senna
60 e ogne valle onde Rodano è pieno.
61 Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
62 e saltò Rubicon, fu di tal volo,
63 che nol seguiteria lingua né penna.
64 Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
65 poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
66 sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
67 Antandro e Simeonta, onde si mosse,
68 rivide e là dov’ Ettore si cuba;
69 e mal per Tolomeo poscia si scosse.
70 Da indi scese folgorando a Iuba;
71 onde si volse nel vostro occidente,
72 ove sentia la pompeana tuba.
73 Di quel che fé col baiulo seguente,
74 Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
75 e Modena e Perugia fu dolente.
76 Piangene ancor la trista Cleopatra,
77 che, fuggendoli innanzi, dal colubro
78 la morte prese subitana e atra.
79 Con costui corse infino al lito rubro;
80 con costui puose il mondo in tanta pace,
81 che fu serrato a Giano il suo delubro.
82 Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
83 fatto avea prima e poi era fatturo
84 per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
85 diventa in apparenza poco e scuro,
86 se in mano al terzo Cesare si mira
87 con occhio chiaro e con affetto puro;
88 ché la viva giustizia che mi spira,
89 li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
90 gloria di far vendetta a la sua ira.
91 Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
92 poscia con Tito a far vendetta corse
93 de la vendetta del peccato antico.
94 E quando il dente longobardo morse
95 la Santa Chiesa, sotto le sue ali
96 Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
97 Omai puoi giudicar di quei cotali
98 ch’io accusai di sopra e di lor falli,
99 che son cagion di tutti vostri mali.
100 L’uno al pubblico segno i gigli gialli
101 oppone, e l’altro appropria quello a parte,
102 sì ch’è forte a veder chi più si falli.
103 Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
104 sott’ altro segno, ché mal segue quello
105 sempre chi la giustizia e lui diparte;
106 e non l’abbatta esto Carlo novello
107 coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
108 ch’a più alto leon trasser lo vello.
109 Molte fïate già pianser li figli
110 per la colpa del padre, e non si creda
111 che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
112 Questa picciola stella si correda
113 d’i buoni spirti che son stati attivi
114 perché onore e fama li succeda:
115 e quando li disiri poggian quivi,
116 sì disvïando, pur convien che i raggi
117 del vero amore in sù poggin men vivi.
118 Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
119 col merto è parte di nostra letizia,
120 perché non li vedem minor né maggi.
121 Quindi addolcisce la viva giustizia
122 in noi l’affetto sì, che non si puote
123 torcer già mai ad alcuna nequizia.
124 Diverse voci fanno dolci note;
125 così diversi scanni in nostra vita
126 rendon dolce armonia tra queste rote.
127 E dentro a la presente margarita
128 luce la luce di Romeo, di cui
129 fu l’ovra grande e bella mal gradita.
130 Ma i Provenzai che fecer contra lui
131 non hanno riso; e però mal cammina
132 qual si fa danno del ben fare altrui.
133 Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
134 Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
135 Romeo, persona umìle e peregrina.
136 E poi il mosser le parole biece
137 a dimandar ragione a questo giusto,
138 che li assegnò sette e cinque per diece,
139 indi partissi povero e vetusto;
140 e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
141 mendicando sua vita a frusto a frusto,
142 assai lo loda, e più lo loderebbe».

7

1 «Osanna, sanctus Deus sabaòth,
2 superillustrans claritate tua
3 felices ignes horum malacòth!».
4 Così, volgendosi a la nota sua,
5 fu viso a me cantare essa sustanza,
6 sopra la qual doppio lume s’addua;
7 ed essa e l’altre mossero a sua danza,
8 e quasi velocissime faville
9 mi si velar di sùbita distanza.
10 Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’
11 fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna
12 che mi diseta con le dolci stille’.
13 Ma quella reverenza che s’indonna
14 di tutto me, pur per Be e per ice,
15 mi richinava come l’uom ch’assonna.
16 Poco sofferse me cotal Beatrice
17 e cominciò, raggiandomi d’un riso
18 tal, che nel foco faria l’uom felice:
19 «Secondo mio infallibile avviso,
20 come giusta vendetta giustamente
21 punita fosse, t’ha in pensier miso;
22 ma io ti solverò tosto la mente;
23 e tu ascolta, ché le mie parole
24 di gran sentenza ti faran presente.
25 Per non soffrire a la virtù che vole
26 freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
27 dannando sé, dannò tutta sua prole;
28 onde l’umana specie inferma giacque
29 giù per secoli molti in grande errore,
30 fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
31 u’ la natura, che dal suo fattore
32 s’era allungata, unì a sé in persona
33 con l’atto sol del suo etterno amore.
34 Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:
35 questa natura al suo fattore unita,
36 qual fu creata, fu sincera e buona;
37 ma per sé stessa pur fu ella sbandita
38 di paradiso, però che si torse
39 da via di verità e da sua vita.
40 La pena dunque che la croce porse
41 s’a la natura assunta si misura,
42 nulla già mai sì giustamente morse;
43 e così nulla fu di tanta ingiura,
44 guardando a la persona che sofferse,
45 in che era contratta tal natura.
46 Però d’un atto uscir cose diverse:
47 ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
48 per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
49 Non ti dee oramai parer più forte,
50 quando si dice che giusta vendetta
51 poscia vengiata fu da giusta corte.
52 Ma io veggi’ or la tua mente ristretta
53 di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
54 del qual con gran disio solver s’aspetta.
55 Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;
56 ma perché Dio volesse, m’è occulto,
57 a nostra redenzion pur questo modo”.
58 Questo decreto, frate, sta sepulto
59 a li occhi di ciascuno il cui ingegno
60 ne la fiamma d’amor non è adulto.
61 Veramente, però ch’a questo segno
62 molto si mira e poco si discerne,
63 dirò perché tal modo fu più degno.
64 La divina bontà, che da sé sperne
65 ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
66 sì che dispiega le bellezze etterne.
67 Ciò che da lei sanza mezzo distilla
68 non ha poi fine, perché non si move
69 la sua imprenta quand’ ella sigilla.
70 Ciò che da essa sanza mezzo piove
71 libero è tutto, perché non soggiace
72 a la virtute de le cose nove.
73 Più l’è conforme, e però più le piace;
74 ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
75 ne la più somigliante è più vivace.
76 Di tutte queste dote s’avvantaggia
77 l’umana creatura, e s’una manca,
78 di sua nobilità convien che caggia.
79 Solo il peccato è quel che la disfranca
80 e falla dissimìle al sommo bene,
81 per che del lume suo poco s’imbianca;
82 e in sua dignità mai non rivene,
83 se non rïempie, dove colpa vòta,
84 contra mal dilettar con giuste pene.
85 Vostra natura, quando peccò tota
86 nel seme suo, da queste dignitadi,
87 come di paradiso, fu remota;
88 né ricovrar potiensi, se tu badi
89 ben sottilmente, per alcuna via,
90 sanza passar per un di questi guadi:
91 o che Dio solo per sua cortesia
92 dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
93 avesse sodisfatto a sua follia.
94 Ficca mo l’occhio per entro l’abisso
95 de l’etterno consiglio, quanto puoi
96 al mio parlar distrettamente fisso.
97 Non potea l’uomo ne’ termini suoi
98 mai sodisfar, per non potere ir giuso
99 con umiltate obedïendo poi,
100 quanto disobediendo intese ir suso;
101 e questa è la cagion per che l’uom fue
102 da poter sodisfar per sé dischiuso.
103 Dunque a Dio convenia con le vie sue
104 riparar l’omo a sua intera vita,
105 dico con l’una, o ver con amendue.
106 Ma perché l’ovra tanto è più gradita
107 da l’operante, quanto più appresenta
108 de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
109 la divina bontà che ’l mondo imprenta,
110 di proceder per tutte le sue vie,
111 a rilevarvi suso, fu contenta.
112 Né tra l’ultima notte e ’l primo die
113 sì alto o sì magnifico processo,
114 o per l’una o per l’altra, fu o fie:
115 ché più largo fu Dio a dar sé stesso
116 per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
117 che s’elli avesse sol da sé dimesso;
118 e tutti li altri modi erano scarsi
119 a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
120 non fosse umilïato ad incarnarsi.
121 Or per empierti bene ogne disio,
122 ritorno a dichiararti in alcun loco,
123 perché tu veggi lì così com’ io.
124 Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,
125 l’aere e la terra e tutte lor misture
126 venire a corruzione, e durar poco;
127 e queste cose pur furon creature;
128 per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
129 esser dovrien da corruzion sicure”.
130 Li angeli, frate, e ’l paese sincero
131 nel qual tu se’, dir si posson creati,
132 sì come sono, in loro essere intero;
133 ma li alimenti che tu hai nomati
134 e quelle cose che di lor si fanno
135 da creata virtù sono informati.
136 Creata fu la materia ch’elli hanno;
137 creata fu la virtù informante
138 in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
139 L’anima d’ogne bruto e de le piante
140 di complession potenzïata tira
141 lo raggio e ’l moto de le luci sante;
142 ma vostra vita sanza mezzo spira
143 la somma beninanza, e la innamora
144 di sé sì che poi sempre la disira.
145 E quinci puoi argomentare ancora
146 vostra resurrezion, se tu ripensi
147 come l’umana carne fessi allora
148 che li primi parenti intrambo fensi».

8

1 Solea creder lo mondo in suo periclo
2 che la bella Ciprigna il folle amore
3 raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
4 per che non pur a lei faceano onore
5 di sacrificio e di votivo grido
6 le genti antiche ne l’antico errore;
7 ma Dïone onoravano e Cupido,
8 quella per madre sua, questo per figlio,
9 e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
10 e da costei ond’ io principio piglio
11 pigliavano il vocabol de la stella
12 che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
13 Io non m’accorsi del salire in ella;
14 ma d’esservi entro mi fé assai fede
15 la donna mia ch’i’ vidi far più bella.
16 E come in fiamma favilla si vede,
17 e come in voce voce si discerne,
18 quand’ una è ferma e altra va e riede,
19 vid’ io in essa luce altre lucerne
20 muoversi in giro più e men correnti,
21 al modo, credo, di lor viste interne.
22 Di fredda nube non disceser venti,
23 o visibili o no, tanto festini,
24 che non paressero impediti e lenti
25 a chi avesse quei lumi divini
26 veduti a noi venir, lasciando il giro
27 pria cominciato in li alti Serafini;
28 e dentro a quei che più innanzi appariro
29 sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
30 di rïudir non fui sanza disiro.
31 Indi si fece l’un più presso a noi
32 e solo incominciò: «Tutti sem presti
33 al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
34 Noi ci volgiam coi principi celesti
35 d’un giro e d’un girare e d’una sete,
36 ai quali tu del mondo già dicesti:
37 ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
38 e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
39 non fia men dolce un poco di quïete».
40 Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
41 a la mia donna reverenti, ed essa
42 fatti li avea di sé contenti e certi,
43 rivolsersi a la luce che promessa
44 tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
45 la voce mia di grande affetto impressa.
46 E quanta e quale vid’ io lei far piùe
47 per allegrezza nova che s’accrebbe,
48 quando parlai, a l’allegrezze sue!
49 Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
50 giù poco tempo; e se più fosse stato,
51 molto sarà di mal, che non sarebbe.
52 La mia letizia mi ti tien celato
53 che mi raggia dintorno e mi nasconde
54 quasi animal di sua seta fasciato.
55 Assai m’amasti, e avesti ben onde;
56 che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
57 di mio amor più oltre che le fronde.
58 Quella sinistra riva che si lava
59 di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
60 per suo segnore a tempo m’aspettava,
61 e quel corno d’Ausonia che s’imborga
62 di Bari e di Gaeta e di Catona,
63 da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
64 Fulgeami già in fronte la corona
65 di quella terra che ’l Danubio riga
66 poi che le ripe tedesche abbandona.
67 E la bella Trinacria, che caliga
68 tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
69 che riceve da Euro maggior briga,
70 non per Tifeo ma per nascente solfo,
71 attesi avrebbe li suoi regi ancora,
72 nati per me di Carlo e di Ridolfo,
73 se mala segnoria, che sempre accora
74 li popoli suggetti, non avesse
75 mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
76 E se mio frate questo antivedesse,
77 l’avara povertà di Catalogna
78 già fuggeria, perché non li offendesse;
79 ché veramente proveder bisogna
80 per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
81 carcata più d’incarco non si pogna.
82 La sua natura, che di larga parca
83 discese, avria mestier di tal milizia
84 che non curasse di mettere in arca».
85 «Però ch’i’ credo che l’alta letizia
86 che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
87 là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
88 per te si veggia come la vegg’ io,
89 grata m’è più; e anco quest’ ho caro
90 perché ’l discerni rimirando in Dio.
91 Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
92 poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
93 com’ esser può, di dolce seme, amaro».
94 Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
95 mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
96 terrai lo viso come tien lo dosso.
97 Lo ben che tutto il regno che tu scandi
98 volge e contenta, fa esser virtute
99 sua provedenza in questi corpi grandi.
100 E non pur le nature provedute
101 sono in la mente ch’è da sé perfetta,
102 ma esse insieme con la lor salute:
103 per che quantunque quest’ arco saetta
104 disposto cade a proveduto fine,
105 sì come cosa in suo segno diretta.
106 Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
107 producerebbe sì li suoi effetti,
108 che non sarebbero arti, ma ruine;
109 e ciò esser non può, se li ’ntelletti
110 che muovon queste stelle non son manchi,
111 e manco il primo, che non li ha perfetti.
112 Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
113 E io: «Non già; ché impossibil veggio
114 che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
115 Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
116 per l’omo in terra, se non fosse cive?».
117 «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
118 «E puot’ elli esser, se giù non si vive
119 diversamente per diversi offici?
120 Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
121 Sì venne deducendo infino a quici;
122 poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
123 convien di vostri effetti le radici:
124 per ch’un nasce Solone e altro Serse,
125 altro Melchisedèch e altro quello
126 che, volando per l’aere, il figlio perse.
127 La circular natura, ch’è suggello
128 a la cera mortal, fa ben sua arte,
129 ma non distingue l’un da l’altro ostello.
130 Quinci addivien ch’Esaù si diparte
131 per seme da Iacòb; e vien Quirino
132 da sì vil padre, che si rende a Marte.
133 Natura generata il suo cammino
134 simil farebbe sempre a’ generanti,
135 se non vincesse il proveder divino.
136 Or quel che t’era dietro t’è davanti:
137 ma perché sappi che di te mi giova,
138 un corollario voglio che t’ammanti.
139 Sempre natura, se fortuna trova
140 discorde a sé, com’ ogne altra semente
141 fuor di sua regïon, fa mala prova.
142 E se ’l mondo là giù ponesse mente
143 al fondamento che natura pone,
144 seguendo lui, avria buona la gente.
145 Ma voi torcete a la religïone
146 tal che fia nato a cignersi la spada,
147 e fate re di tal ch’è da sermone;
148 onde la traccia vostra è fuor di strada».

9

1 Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
2 m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
3 che ricever dovea la sua semenza;
4 ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;
5 sì ch’io non posso dir se non che pianto
6 giusto verrà di retro ai vostri danni.
7 E già la vita di quel lume santo
8 rivolta s’era al Sol che la rïempie
9 come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
10 Ahi anime ingannate e fatture empie,
11 che da sì fatto ben torcete i cuori,
12 drizzando in vanità le vostre tempie!
13 Ed ecco un altro di quelli splendori
14 ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
15 significava nel chiarir di fori.
16 Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi
17 sovra me, come pria, di caro assenso
18 al mio disio certificato fermi.
19 «Deh, metti al mio voler tosto compenso,
20 beato spirto», dissi, «e fammi prova
21 ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».
22 Onde la luce che m’era ancor nova,
23 del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
24 seguette come a cui di ben far giova:
25 «In quella parte de la terra prava
26 italica che siede tra Rïalto
27 e le fontane di Brenta e di Piava,
28 si leva un colle, e non surge molt’ alto,
29 là onde scese già una facella
30 che fece a la contrada un grande assalto.
31 D’una radice nacqui e io ed ella:
32 Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
33 perché mi vinse il lume d’esta stella;
34 ma lietamente a me medesma indulgo
35 la cagion di mia sorte, e non mi noia;
36 che parria forse forte al vostro vulgo.
37 Di questa luculenta e cara gioia
38 del nostro cielo che più m’è propinqua,
39 grande fama rimase; e pria che moia,
40 questo centesimo anno ancor s’incinqua:
41 vedi se far si dee l’omo eccellente,
42 sì ch’altra vita la prima relinqua.
43 E ciò non pensa la turba presente
44 che Tagliamento e Adice richiude,
45 né per esser battuta ancor si pente;
46 ma tosto fia che Padova al palude
47 cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
48 per essere al dover le genti crude;
49 e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
50 tal signoreggia e va con la testa alta,
51 che già per lui carpir si fa la ragna.
52 Piangerà Feltro ancora la difalta
53 de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
54 sì, che per simil non s’entrò in malta.
55 Troppo sarebbe larga la bigoncia
56 che ricevesse il sangue ferrarese,
57 e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
58 che donerà questo prete cortese
59 per mostrarsi di parte; e cotai doni
60 conformi fieno al viver del paese.
61 Sù sono specchi, voi dicete Troni,
62 onde refulge a noi Dio giudicante;
63 sì che questi parlar ne paion buoni».
64 Qui si tacette; e fecemi sembiante
65 che fosse ad altro volta, per la rota
66 in che si mise com’ era davante.
67 L’altra letizia, che m’era già nota
68 per cara cosa, mi si fece in vista
69 qual fin balasso in che lo sol percuota.
70 Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
71 sì come riso qui; ma giù s’abbuia
72 l’ombra di fuor, come la mente è trista.
73 «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
74 diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
75 voglia di sé a te puot’ esser fuia.
76 Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla
77 sempre col canto di quei fuochi pii
78 che di sei ali facen la coculla,
79 perché non satisface a’ miei disii?
80 Già non attendere’ io tua dimanda,
81 s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
82 «La maggior valle in che l’acqua si spanda»,
83 incominciaro allor le sue parole,
84 «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
85 tra ’ discordanti liti contra ’l sole
86 tanto sen va, che fa meridïano
87 là dove l’orizzonte pria far suole.
88 Di quella valle fu’ io litorano
89 tra Ebro e Macra, che per cammin corto
90 parte lo Genovese dal Toscano.
91 Ad un occaso quasi e ad un orto
92 Buggea siede e la terra ond’ io fui,
93 che fé del sangue suo già caldo il porto.
94 Folco mi disse quella gente a cui
95 fu noto il nome mio; e questo cielo
96 di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
97 ché più non arse la figlia di Belo,
98 noiando e a Sicheo e a Creusa,
99 di me, infin che si convenne al pelo;
100 né quella Rodopëa che delusa
101 fu da Demofoonte, né Alcide
102 quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
103 Non però qui si pente, ma si ride,
104 non de la colpa, ch’a mente non torna,
105 ma del valor ch’ordinò e provide.
106 Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
107 cotanto affetto, e discernesi ’l bene
108 per che ’l mondo di sù quel di giù torna.
109 Ma perché tutte le tue voglie piene
110 ten porti che son nate in questa spera,
111 proceder ancor oltre mi convene.
112 Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
113 che qui appresso me così scintilla
114 come raggio di sole in acqua mera.
115 Or sappi che là entro si tranquilla
116 Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
117 di lei nel sommo grado si sigilla.
118 Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
119 che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
120 del trïunfo di Cristo fu assunta.
121 Ben si convenne lei lasciar per palma
122 in alcun cielo de l’alta vittoria
123 che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
124 perch’ ella favorò la prima gloria
125 di Iosüè in su la Terra Santa,
126 che poco tocca al papa la memoria.
127 La tua città, che di colui è pianta
128 che pria volse le spalle al suo fattore
129 e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
130 produce e spande il maladetto fiore
131 c’ha disvïate le pecore e li agni,
132 però che fatto ha lupo del pastore.
133 Per questo l’Evangelio e i dottor magni
134 son derelitti, e solo ai Decretali
135 si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
136 A questo intende il papa e ’ cardinali;
137 non vanno i lor pensieri a Nazarette,
138 là dove Gabrïello aperse l’ali.
139 Ma Vaticano e l’altre parti elette
140 di Roma che son state cimitero
141 a la milizia che Pietro seguette,
142 tosto libere fien de l’avoltero».

10

1 Guardando nel suo Figlio con l’Amore
2 che l’uno e l’altro etternalmente spira,
3 lo primo e ineffabile Valore
4 quanto per mente e per loco si gira
5 con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
6 sanza gustar di lui chi ciò rimira.
7 Leva dunque, lettore, a l’alte rote
8 meco la vista, dritto a quella parte
9 dove l’un moto e l’altro si percuote;
10 e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
11 di quel maestro che dentro a sé l’ama,
12 tanto che mai da lei l’occhio non parte.
13 Vedi come da indi si dirama
14 l’oblico cerchio che i pianeti porta,
15 per sodisfare al mondo che li chiama.
16 Che se la strada lor non fosse torta,
17 molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
18 e quasi ogne potenza qua giù morta;
19 e se dal dritto più o men lontano
20 fosse ’l partire, assai sarebbe manco
21 e giù e sù de l’ordine mondano.
22 Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
23 dietro pensando a ciò che si preliba,
24 s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
25 Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
26 ché a sé torce tutta la mia cura
27 quella materia ond’ io son fatto scriba.
28 Lo ministro maggior de la natura,
29 che del valor del ciel lo mondo imprenta
30 e col suo lume il tempo ne misura,
31 con quella parte che sù si rammenta
32 congiunto, si girava per le spire
33 in che più tosto ognora s’appresenta;
34 e io era con lui; ma del salire
35 non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
36 anzi ’l primo pensier, del suo venire.
37 È Bëatrice quella che sì scorge
38 di bene in meglio, sì subitamente
39 che l’atto suo per tempo non si sporge.
40 Quant’ esser convenia da sé lucente
41 quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
42 non per color, ma per lume parvente!
43 Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,
44 sì nol direi che mai s’imaginasse;
45 ma creder puossi e di veder si brami.
46 E se le fantasie nostre son basse
47 a tanta altezza, non è maraviglia;
48 ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
49 Tal era quivi la quarta famiglia
50 de l’alto Padre, che sempre la sazia,
51 mostrando come spira e come figlia.
52 E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
53 ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
54 sensibil t’ha levato per sua grazia».
55 Cor di mortal non fu mai sì digesto
56 a divozione e a rendersi a Dio
57 con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
58 come a quelle parole mi fec’ io;
59 e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
60 che Bëatrice eclissò ne l’oblio.
61 Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
62 che lo splendor de li occhi suoi ridenti
63 mia mente unita in più cose divise.
64 Io vidi più folgór vivi e vincenti
65 far di noi centro e di sé far corona,
66 più dolci in voce che in vista lucenti:
67 così cinger la figlia di Latona
68 vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
69 sì che ritenga il fil che fa la zona.
70 Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,
71 si trovan molte gioie care e belle
72 tanto che non si posson trar del regno;
73 e ’l canto di quei lumi era di quelle;
74 chi non s’impenna sì che là sù voli,
75 dal muto aspetti quindi le novelle.
76 Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
77 si fuor girati intorno a noi tre volte,
78 come stelle vicine a’ fermi poli,
79 donne mi parver, non da ballo sciolte,
80 ma che s’arrestin tacite, ascoltando
81 fin che le nove note hanno ricolte.
82 E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando
83 lo raggio de la grazia, onde s’accende
84 verace amore e che poi cresce amando,
85 multiplicato in te tanto resplende,
86 che ti conduce su per quella scala
87 u’ sanza risalir nessun discende;
88 qual ti negasse il vin de la sua fiala
89 per la tua sete, in libertà non fora
90 se non com’ acqua ch’al mar non si cala.
91 Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora
92 questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
93 la bella donna ch’al ciel t’avvalora.
94 Io fui de li agni de la santa greggia
95 che Domenico mena per cammino
96 u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
97 Questi che m’è a destra più vicino,
98 frate e maestro fummi, ed esso Alberto
99 è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
100 Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
101 di retro al mio parlar ten vien col viso
102 girando su per lo beato serto.
103 Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
104 di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
105 aiutò sì che piace in paradiso.
106 L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
107 quel Pietro fu che con la poverella
108 offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
109 La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
110 spira di tale amor, che tutto ’l mondo
111 là giù ne gola di saper novella:
112 entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
113 saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
114 a veder tanto non surse il secondo.
115 Appresso vedi il lume di quel cero
116 che giù in carne più a dentro vide
117 l’angelica natura e ’l ministero.
118 Ne l’altra piccioletta luce ride
119 quello avvocato de’ tempi cristiani
120 del cui latino Augustin si provide.
121 Or se tu l’occhio de la mente trani
122 di luce in luce dietro a le mie lode,
123 già de l’ottava con sete rimani.
124 Per vedere ogne ben dentro vi gode
125 l’anima santa che ’l mondo fallace
126 fa manifesto a chi di lei ben ode.
127 Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace
128 giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
129 e da essilio venne a questa pace.
130 Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
131 d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
132 che a considerar fu più che viro.
133 Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
134 è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
135 gravi a morir li parve venir tardo:
136 essa è la luce etterna di Sigieri,
137 che, leggendo nel Vico de li Strami,
138 silogizzò invidïosi veri».
139 Indi, come orologio che ne chiami
140 ne l’ora che la sposa di Dio surge
141 a mattinar lo sposo perché l’ami,
142 che l’una parte e l’altra tira e urge,
143 tin tin sonando con sì dolce nota,
144 che ’l ben disposto spirto d’amor turge;
145 così vid’ ïo la gloriosa rota
146 muoversi e render voce a voce in tempra
147 e in dolcezza ch’esser non pò nota
148 se non colà dove gioir s’insempra.

11

1 O insensata cura de’ mortali,
2 quanto son difettivi silogismi
3 quei che ti fanno in basso batter l’ali!
4 Chi dietro a iura e chi ad amforismi
5 sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
6 e chi regnar per forza o per sofismi,
7 e chi rubare e chi civil negozio,
8 chi nel diletto de la carne involto
9 s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
10 quando, da tutte queste cose sciolto,
11 con Bëatrice m’era suso in cielo
12 cotanto glorïosamente accolto.
13 Poi che ciascuno fu tornato ne lo
14 punto del cerchio in che avanti s’era,
15 fermossi, come a candellier candelo.
16 E io senti’ dentro a quella lumera
17 che pria m’avea parlato, sorridendo
18 incominciar, faccendosi più mera:
19 «Così com’ io del suo raggio resplendo,
20 sì, riguardando ne la luce etterna,
21 li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
22 Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
23 in sì aperta e ’n sì distesa lingua
24 lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
25 ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,
26 e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
27 e qui è uopo che ben si distingua.
28 La provedenza, che governa il mondo
29 con quel consiglio nel quale ogne aspetto
30 creato è vinto pria che vada al fondo,
31 però che andasse ver’ lo suo diletto
32 la sposa di colui ch’ad alte grida
33 disposò lei col sangue benedetto,
34 in sé sicura e anche a lui più fida,
35 due principi ordinò in suo favore,
36 che quinci e quindi le fosser per guida.
37 L’un fu tutto serafico in ardore;
38 l’altro per sapïenza in terra fue
39 di cherubica luce uno splendore.
40 De l’un dirò, però che d’amendue
41 si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
42 perch’ ad un fine fur l’opere sue.
43 Intra Tupino e l’acqua che discende
44 del colle eletto dal beato Ubaldo,
45 fertile costa d’alto monte pende,
46 onde Perugia sente freddo e caldo
47 da Porta Sole; e di rietro le piange
48 per grave giogo Nocera con Gualdo.
49 Di questa costa, là dov’ ella frange
50 più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
51 come fa questo talvolta di Gange.
52 Però chi d’esso loco fa parole,
53 non dica Ascesi, ché direbbe corto,
54 ma Orïente, se proprio dir vuole.
55 Non era ancor molto lontan da l’orto,
56 ch’el cominciò a far sentir la terra
57 de la sua gran virtute alcun conforto;
58 ché per tal donna, giovinetto, in guerra
59 del padre corse, a cui, come a la morte,
60 la porta del piacer nessun diserra;
61 e dinanzi a la sua spirital corte
62 et coram patre le si fece unito;
63 poscia di dì in dì l’amò più forte.
64 Questa, privata del primo marito,
65 millecent’ anni e più dispetta e scura
66 fino a costui si stette sanza invito;
67 né valse udir che la trovò sicura
68 con Amiclate, al suon de la sua voce,
69 colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
70 né valse esser costante né feroce,
71 sì che, dove Maria rimase giuso,
72 ella con Cristo pianse in su la croce.
73 Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,
74 Francesco e Povertà per questi amanti
75 prendi oramai nel mio parlar diffuso.
76 La lor concordia e i lor lieti sembianti,
77 amore e maraviglia e dolce sguardo
78 facieno esser cagion di pensier santi;
79 tanto che ’l venerabile Bernardo
80 si scalzò prima, e dietro a tanta pace
81 corse e, correndo, li parve esser tardo.
82 Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
83 Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
84 dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
85 Indi sen va quel padre e quel maestro
86 con la sua donna e con quella famiglia
87 che già legava l’umile capestro.
88 Né li gravò viltà di cuor le ciglia
89 per esser fi’ di Pietro Bernardone,
90 né per parer dispetto a maraviglia;
91 ma regalmente sua dura intenzione
92 ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
93 primo sigillo a sua religïone.
94 Poi che la gente poverella crebbe
95 dietro a costui, la cui mirabil vita
96 meglio in gloria del ciel si canterebbe,
97 di seconda corona redimita
98 fu per Onorio da l’Etterno Spiro
99 la santa voglia d’esto archimandrita.
100 E poi che, per la sete del martiro,
101 ne la presenza del Soldan superba
102 predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
103 e per trovare a conversione acerba
104 troppo la gente e per non stare indarno,
105 redissi al frutto de l’italica erba,
106 nel crudo sasso intra Tevero e Arno
107 da Cristo prese l’ultimo sigillo,
108 che le sue membra due anni portarno.
109 Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
110 piacque di trarlo suso a la mercede
111 ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
112 a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,
113 raccomandò la donna sua più cara,
114 e comandò che l’amassero a fede;
115 e del suo grembo l’anima preclara
116 mover si volle, tornando al suo regno,
117 e al suo corpo non volle altra bara.
118 Pensa oramai qual fu colui che degno
119 collega fu a mantener la barca
120 di Pietro in alto mar per dritto segno;
121 e questo fu il nostro patrïarca;
122 per che qual segue lui, com’ el comanda,
123 discerner puoi che buone merce carca.
124 Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
125 è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
126 che per diversi salti non si spanda;
127 e quanto le sue pecore remote
128 e vagabunde più da esso vanno,
129 più tornano a l’ovil di latte vòte.
130 Ben son di quelle che temono ’l danno
131 e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
132 che le cappe fornisce poco panno.
133 Or, se le mie parole non son fioche,
134 se la tua audïenza è stata attenta,
135 se ciò ch’è detto a la mente revoche,
136 in parte fia la tua voglia contenta,
137 perché vedrai la pianta onde si scheggia,
138 e vedra’ il corrègger che argomenta
139 “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».

12

1 Sì tosto come l’ultima parola
2 la benedetta fiamma per dir tolse,
3 a rotar cominciò la santa mola;
4 e nel suo giro tutta non si volse
5 prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
6 e moto a moto e canto a canto colse;
7 canto che tanto vince nostre muse,
8 nostre serene in quelle dolci tube,
9 quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
10 Come si volgon per tenera nube
11 due archi paralelli e concolori,
12 quando Iunone a sua ancella iube,
13 nascendo di quel d’entro quel di fori,
14 a guisa del parlar di quella vaga
15 ch’amor consunse come sol vapori,
16 e fanno qui la gente esser presaga,
17 per lo patto che Dio con Noè puose,
18 del mondo che già mai più non s’allaga:
19 così di quelle sempiterne rose
20 volgiensi circa noi le due ghirlande,
21 e sì l’estrema a l’intima rispuose.
22 Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,
23 sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
24 luce con luce gaudïose e blande,
25 insieme a punto e a voler quetarsi,
26 pur come li occhi ch’al piacer che i move
27 conviene insieme chiudere e levarsi;
28 del cor de l’una de le luci nove
29 si mosse voce, che l’ago a la stella
30 parer mi fece in volgermi al suo dove;
31 e cominciò: «L’amor che mi fa bella
32 mi tragge a ragionar de l’altro duca
33 per cui del mio sì ben ci si favella.
34 Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:
35 sì che, com’ elli ad una militaro,
36 così la gloria loro insieme luca.
37 L’essercito di Cristo, che sì caro
38 costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
39 si movea tardo, sospeccioso e raro,
40 quando lo ’mperador che sempre regna
41 provide a la milizia, ch’era in forse,
42 per sola grazia, non per esser degna;
43 e, come è detto, a sua sposa soccorse
44 con due campioni, al cui fare, al cui dire
45 lo popol disvïato si raccorse.
46 In quella parte ove surge ad aprire
47 Zefiro dolce le novelle fronde
48 di che si vede Europa rivestire,
49 non molto lungi al percuoter de l’onde
50 dietro a le quali, per la lunga foga,
51 lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
52 siede la fortunata Calaroga
53 sotto la protezion del grande scudo
54 in che soggiace il leone e soggioga:
55 dentro vi nacque l’amoroso drudo
56 de la fede cristiana, il santo atleta
57 benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
58 e come fu creata, fu repleta
59 sì la sua mente di viva vertute
60 che, ne la madre, lei fece profeta.
61 Poi che le sponsalizie fuor compiute
62 al sacro fonte intra lui e la Fede,
63 u’ si dotar di mutüa salute,
64 la donna che per lui l’assenso diede,
65 vide nel sonno il mirabile frutto
66 ch’uscir dovea di lui e de le rede;
67 e perché fosse qual era in costrutto,
68 quinci si mosse spirito a nomarlo
69 del possessivo di cui era tutto.
70 Domenico fu detto; e io ne parlo
71 sì come de l’agricola che Cristo
72 elesse a l’orto suo per aiutarlo.
73 Ben parve messo e famigliar di Cristo:
74 che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
75 fu al primo consiglio che diè Cristo.
76 Spesse fïate fu tacito e desto
77 trovato in terra da la sua nutrice,
78 come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.
79 Oh padre suo veramente Felice!
80 oh madre sua veramente Giovanna,
81 se, interpretata, val come si dice!
82 Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
83 di retro ad Ostïense e a Taddeo,
84 ma per amor de la verace manna
85 in picciol tempo gran dottor si feo;
86 tal che si mise a circüir la vigna
87 che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
88 E a la sedia che fu già benigna
89 più a’ poveri giusti, non per lei,
90 ma per colui che siede, che traligna,
91 non dispensare o due o tre per sei,
92 non la fortuna di prima vacante,
93 non decimas, quae sunt pauperum Dei,
94 addimandò, ma contro al mondo errante
95 licenza di combatter per lo seme
96 del qual ti fascian ventiquattro piante.
97 Poi, con dottrina e con volere insieme,
98 con l’officio appostolico si mosse
99 quasi torrente ch’alta vena preme;
100 e ne li sterpi eretici percosse
101 l’impeto suo, più vivamente quivi
102 dove le resistenze eran più grosse.
103 Di lui si fecer poi diversi rivi
104 onde l’orto catolico si riga,
105 sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
106 Se tal fu l’una rota de la biga
107 in che la Santa Chiesa si difese
108 e vinse in campo la sua civil briga,
109 ben ti dovrebbe assai esser palese
110 l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
111 dinanzi al mio venir fu sì cortese.
112 Ma l’orbita che fé la parte somma
113 di sua circunferenza, è derelitta,
114 sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
115 La sua famiglia, che si mosse dritta
116 coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
117 che quel dinanzi a quel di retro gitta;
118 e tosto si vedrà de la ricolta
119 de la mala coltura, quando il loglio
120 si lagnerà che l’arca li sia tolta.
121 Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
122 nostro volume, ancor troveria carta
123 u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
124 ma non fia da Casal né d’Acquasparta,
125 là onde vegnon tali a la scrittura,
126 ch’uno la fugge e altro la coarta.
127 Io son la vita di Bonaventura
128 da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
129 sempre pospuosi la sinistra cura.
130 Illuminato e Augustin son quici,
131 che fuor de’ primi scalzi poverelli
132 che nel capestro a Dio si fero amici.
133 Ugo da San Vittore è qui con elli,
134 e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
135 lo qual giù luce in dodici libelli;
136 Natàn profeta e ’l metropolitano
137 Crisostomo e Anselmo e quel Donato
138 ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
139 Rabano è qui, e lucemi dallato
140 il calavrese abate Giovacchino
141 di spirito profetico dotato.
142 Ad inveggiar cotanto paladino
143 mi mosse l’infiammata cortesia
144 di fra Tommaso e ’l discreto latino;
145 e mosse meco questa compagnia».

13

1 Imagini, chi bene intender cupe
2 quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,
3 mentre ch’io dico, come ferma rupe—,
4 quindici stelle che ’n diverse plage
5 lo ciel avvivan di tanto sereno
6 che soperchia de l’aere ogne compage;
7 imagini quel carro a cu’ il seno
8 basta del nostro cielo e notte e giorno,
9 sì ch’al volger del temo non vien meno;
10 imagini la bocca di quel corno
11 che si comincia in punta de lo stelo
12 a cui la prima rota va dintorno,
13 aver fatto di sé due segni in cielo,
14 qual fece la figliuola di Minoi
15 allora che sentì di morte il gelo;
16 e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,
17 e amendue girarsi per maniera
18 che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
19 e avrà quasi l’ombra de la vera
20 costellazione e de la doppia danza
21 che circulava il punto dov’ io era:
22 poi ch’è tanto di là da nostra usanza,
23 quanto di là dal mover de la Chiana
24 si move il ciel che tutti li altri avanza.
25 Lì si cantò non Bacco, non Peana,
26 ma tre persone in divina natura,
27 e in una persona essa e l’umana.
28 Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;
29 e attesersi a noi quei santi lumi,
30 felicitando sé di cura in cura.
31 Ruppe il silenzio ne’ concordi numi
32 poscia la luce in che mirabil vita
33 del poverel di Dio narrata fumi,
34 e disse: «Quando l’una paglia è trita,
35 quando la sua semenza è già riposta,
36 a batter l’altra dolce amor m’invita.
37 Tu credi che nel petto onde la costa
38 si trasse per formar la bella guancia
39 il cui palato a tutto ’l mondo costa,
40 e in quel che, forato da la lancia,
41 e prima e poscia tanto sodisfece,
42 che d’ogne colpa vince la bilancia,
43 quantunque a la natura umana lece
44 aver di lume, tutto fosse infuso
45 da quel valor che l’uno e l’altro fece;
46 e però miri a ciò ch’io dissi suso,
47 quando narrai che non ebbe ’l secondo
48 lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
49 Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,
50 e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
51 nel vero farsi come centro in tondo.
52 Ciò che non more e ciò che può morire
53 non è se non splendor di quella idea
54 che partorisce, amando, il nostro Sire;
55 ché quella viva luce che sì mea
56 dal suo lucente, che non si disuna
57 da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
58 per sua bontate il suo raggiare aduna,
59 quasi specchiato, in nove sussistenze,
60 etternalmente rimanendosi una.
61 Quindi discende a l’ultime potenze
62 giù d’atto in atto, tanto divenendo,
63 che più non fa che brevi contingenze;
64 e queste contingenze essere intendo
65 le cose generate, che produce
66 con seme e sanza seme il ciel movendo.
67 La cera di costoro e chi la duce
68 non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
69 idëale poi più e men traluce.
70 Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,
71 secondo specie, meglio e peggio frutta;
72 e voi nascete con diverso ingegno.
73 Se fosse a punto la cera dedutta
74 e fosse il cielo in sua virtù supprema,
75 la luce del suggel parrebbe tutta;
76 ma la natura la dà sempre scema,
77 similemente operando a l’artista
78 ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
79 Però se ’l caldo amor la chiara vista
80 de la prima virtù dispone e segna,
81 tutta la perfezion quivi s’acquista.
82 Così fu fatta già la terra degna
83 di tutta l’animal perfezïone;
84 così fu fatta la Vergine pregna;
85 sì ch’io commendo tua oppinïone,
86 che l’umana natura mai non fue
87 né fia qual fu in quelle due persone.
88 Or s’i’ non procedesse avanti piùe,
89 ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’
90 comincerebber le parole tue.
91 Ma perché paia ben ciò che non pare,
92 pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
93 quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
94 Non ho parlato sì, che tu non posse
95 ben veder ch’el fu re, che chiese senno
96 acciò che re sufficïente fosse;
97 non per sapere il numero in che enno
98 li motor di qua sù, o se necesse
99 con contingente mai necesse fenno;
100 non si est dare primum motum esse,
101 o se del mezzo cerchio far si puote
102 trïangol sì ch’un retto non avesse.
103 Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,
104 regal prudenza è quel vedere impari
105 in che lo stral di mia intenzion percuote;
106 e se al “surse” drizzi li occhi chiari,
107 vedrai aver solamente respetto
108 ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
109 Con questa distinzion prendi ’l mio detto;
110 e così puote star con quel che credi
111 del primo padre e del nostro Diletto.
112 E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,
113 per farti mover lento com’ uom lasso
114 e al sì e al no che tu non vedi:
115 ché quelli è tra li stolti bene a basso,
116 che sanza distinzione afferma e nega
117 ne l’un così come ne l’altro passo;
118 perch’ elli ’ncontra che più volte piega
119 l’oppinïon corrente in falsa parte,
120 e poi l’affetto l’intelletto lega.
121 Vie più che ’ndarno da riva si parte,
122 perché non torna tal qual e’ si move,
123 chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
124 E di ciò sono al mondo aperte prove
125 Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
126 li quali andaro e non sapëan dove;
127 sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti
128 che furon come spade a le Scritture
129 in render torti li diritti volti.
130 Non sien le genti, ancor, troppo sicure
131 a giudicar, sì come quei che stima
132 le biade in campo pria che sien mature;
133 ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
134 lo prun mostrarsi rigido e feroce,
135 poscia portar la rosa in su la cima;
136 e legno vidi già dritto e veloce
137 correr lo mar per tutto suo cammino,
138 perire al fine a l’intrar de la foce.
139 Non creda donna Berta e ser Martino,
140 per vedere un furare, altro offerere,
141 vederli dentro al consiglio divino;
142 ché quel può surgere, e quel può cadere».

14

1 Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
2 movesi l’acqua in un ritondo vaso,
3 secondo ch’è percosso fuori o dentro:
4 ne la mia mente fé sùbito caso
5 questo ch’io dico, sì come si tacque
6 la glorïosa vita di Tommaso,
7 per la similitudine che nacque
8 del suo parlare e di quel di Beatrice,
9 a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
10 «A costui fa mestieri, e nol vi dice
11 né con la voce né pensando ancora,
12 d’un altro vero andare a la radice.
13 Diteli se la luce onde s’infiora
14 vostra sustanza, rimarrà con voi
15 etternalmente sì com’ ell’ è ora;
16 e se rimane, dite come, poi
17 che sarete visibili rifatti,
18 esser porà ch’al veder non vi nòi».
19 Come, da più letizia pinti e tratti,
20 a la fïata quei che vanno a rota
21 levan la voce e rallegrano li atti,
22 così, a l’orazion pronta e divota,
23 li santi cerchi mostrar nova gioia
24 nel torneare e ne la mira nota.
25 Qual si lamenta perché qui si moia
26 per viver colà sù, non vide quive
27 lo refrigerio de l’etterna ploia.
28 Quell’ uno e due e tre che sempre vive
29 e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
30 non circunscritto, e tutto circunscrive,
31 tre volte era cantato da ciascuno
32 di quelli spirti con tal melodia,
33 ch’ad ogne merto saria giusto muno.
34 E io udi’ ne la luce più dia
35 del minor cerchio una voce modesta,
36 forse qual fu da l’angelo a Maria,
37 risponder: «Quanto fia lunga la festa
38 di paradiso, tanto il nostro amore
39 si raggerà dintorno cotal vesta.
40 La sua chiarezza séguita l’ardore;
41 l’ardor la visïone, e quella è tanta,
42 quant’ ha di grazia sovra suo valore.
43 Come la carne glorïosa e santa
44 fia rivestita, la nostra persona
45 più grata fia per esser tutta quanta;
46 per che s’accrescerà ciò che ne dona
47 di gratüito lume il sommo bene,
48 lume ch’a lui veder ne condiziona;
49 onde la visïon crescer convene,
50 crescer l’ardor che di quella s’accende,
51 crescer lo raggio che da esso vene.
52 Ma sì come carbon che fiamma rende,
53 e per vivo candor quella soverchia,
54 sì che la sua parvenza si difende;
55 così questo folgór che già ne cerchia
56 fia vinto in apparenza da la carne
57 che tutto dì la terra ricoperchia;
58 né potrà tanta luce affaticarne:
59 ché li organi del corpo saran forti
60 a tutto ciò che potrà dilettarne».
61 Tanto mi parver sùbiti e accorti
62 e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
63 che ben mostrar disio d’i corpi morti:
64 forse non pur per lor, ma per le mamme,
65 per li padri e per li altri che fuor cari
66 anzi che fosser sempiterne fiamme.
67 Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
68 nascere un lustro sopra quel che v’era,
69 per guisa d’orizzonte che rischiari.
70 E sì come al salir di prima sera
71 comincian per lo ciel nove parvenze,
72 sì che la vista pare e non par vera,
73 parvemi lì novelle sussistenze
74 cominciare a vedere, e fare un giro
75 di fuor da l’altre due circunferenze.
76 Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
77 come si fece sùbito e candente
78 a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
79 Ma Bëatrice sì bella e ridente
80 mi si mostrò, che tra quelle vedute
81 si vuol lasciar che non seguir la mente.
82 Quindi ripreser li occhi miei virtute
83 a rilevarsi; e vidimi translato
84 sol con mia donna in più alta salute.
85 Ben m’accors’ io ch’io era più levato,
86 per l’affocato riso de la stella,
87 che mi parea più roggio che l’usato.
88 Con tutto ’l core e con quella favella
89 ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
90 qual conveniesi a la grazia novella.
91 E non er’ anco del mio petto essausto
92 l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
93 esso litare stato accetto e fausto;
94 ché con tanto lucore e tanto robbi
95 m’apparvero splendor dentro a due raggi,
96 ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
97 Come distinta da minori e maggi
98 lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
99 Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
100 sì costellati facean nel profondo
101 Marte quei raggi il venerabil segno
102 che fan giunture di quadranti in tondo.
103 Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;
104 ché quella croce lampeggiava Cristo,
105 sì ch’io non so trovare essempro degno;
106 ma chi prende sua croce e segue Cristo,
107 ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
108 vedendo in quell’ albor balenar Cristo.
109 Di corno in corno e tra la cima e ’l basso
110 si movien lumi, scintillando forte
111 nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
112 così si veggion qui diritte e torte,
113 veloci e tarde, rinovando vista,
114 le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
115 moversi per lo raggio onde si lista
116 talvolta l’ombra che, per sua difesa,
117 la gente con ingegno e arte acquista.
118 E come giga e arpa, in tempra tesa
119 di molte corde, fa dolce tintinno
120 a tal da cui la nota non è intesa,
121 così da’ lumi che lì m’apparinno
122 s’accogliea per la croce una melode
123 che mi rapiva, sanza intender l’inno.
124 Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,
125 però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
126 come a colui che non intende e ode.
127 Ïo m’innamorava tanto quinci,
128 che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
129 che mi legasse con sì dolci vinci.
130 Forse la mia parola par troppo osa,
131 posponendo il piacer de li occhi belli,
132 ne’ quai mirando mio disio ha posa;
133 ma chi s’avvede che i vivi suggelli
134 d’ogne bellezza più fanno più suso,
135 e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
136 escusar puommi di quel ch’io m’accuso
137 per escusarmi, e vedermi dir vero:
138 ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,
139 perché si fa, montando, più sincero.

15

1 Benigna volontade in che si liqua
2 sempre l’amor che drittamente spira,
3 come cupidità fa ne la iniqua,
4 silenzio puose a quella dolce lira,
5 e fece quïetar le sante corde
6 che la destra del cielo allenta e tira.
7 Come saranno a’ giusti preghi sorde
8 quelle sustanze che, per darmi voglia
9 ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?
10 Bene è che sanza termine si doglia
11 chi, per amor di cosa che non duri
12 etternalmente, quello amor si spoglia.
13 Quale per li seren tranquilli e puri
14 discorre ad ora ad or sùbito foco,
15 movendo li occhi che stavan sicuri,
16 e pare stella che tramuti loco,
17 se non che da la parte ond’ e’ s’accende
18 nulla sen perde, ed esso dura poco:
19 tale dal corno che ’n destro si stende
20 a piè di quella croce corse un astro
21 de la costellazion che lì resplende;
22 né si partì la gemma dal suo nastro,
23 ma per la lista radïal trascorse,
24 che parve foco dietro ad alabastro.
25 Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,
26 se fede merta nostra maggior musa,
27 quando in Eliso del figlio s’accorse.
28 «O sanguis meus, o superinfusa
29 gratïa Deï, sicut tibi cui
30 bis unquam celi ianüa reclusa?».
31 Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;
32 poscia rivolsi a la mia donna il viso,
33 e quinci e quindi stupefatto fui;
34 ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
35 tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
36 de la mia gloria e del mio paradiso.
37 Indi, a udire e a veder giocondo,
38 giunse lo spirto al suo principio cose,
39 ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;
40 né per elezïon mi si nascose,
41 ma per necessità, ché ’l suo concetto
42 al segno d’i mortal si soprapuose.
43 E quando l’arco de l’ardente affetto
44 fu sì sfogato, che ’l parlar discese
45 inver’ lo segno del nostro intelletto,
46 la prima cosa che per me s’intese,
47 «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
48 che nel mio seme se’ tanto cortese!».
49 E seguì: «Grato e lontano digiuno,
50 tratto leggendo del magno volume
51 du’ non si muta mai bianco né bruno,
52 solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
53 in ch’io ti parlo, mercè di colei
54 ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
55 Tu credi che a me tuo pensier mei
56 da quel ch’è primo, così come raia
57 da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;
58 e però ch’io mi sia e perch’ io paia
59 più gaudïoso a te, non mi domandi,
60 che alcun altro in questa turba gaia.
61 Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi
62 di questa vita miran ne lo speglio
63 in che, prima che pensi, il pensier pandi;
64 ma perché ’l sacro amore in che io veglio
65 con perpetüa vista e che m’asseta
66 di dolce disïar, s’adempia meglio,
67 la voce tua sicura, balda e lieta
68 suoni la volontà, suoni ’l disio,
69 a che la mia risposta è già decreta!».
70 Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
71 pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
72 che fece crescer l’ali al voler mio.
73 Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,
74 come la prima equalità v’apparse,
75 d’un peso per ciascun di voi si fenno,
76 però che ’l sol che v’allumò e arse,
77 col caldo e con la luce è sì iguali,
78 che tutte simiglianze sono scarse.
79 Ma voglia e argomento ne’ mortali,
80 per la cagion ch’a voi è manifesta,
81 diversamente son pennuti in ali;
82 ond’ io, che son mortal, mi sento in questa
83 disagguaglianza, e però non ringrazio
84 se non col core a la paterna festa.
85 Ben supplico io a te, vivo topazio
86 che questa gioia prezïosa ingemmi,
87 perché mi facci del tuo nome sazio».
88 «O fronda mia in che io compiacemmi
89 pur aspettando, io fui la tua radice»:
90 cotal principio, rispondendo, femmi.
91 Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
92 tua cognazione e che cent’ anni e piùe
93 girato ha ’l monte in la prima cornice,
94 mio figlio fu e tuo bisavol fue:
95 ben si convien che la lunga fatica
96 tu li raccorci con l’opere tue.
97 Fiorenza dentro da la cerchia antica,
98 ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
99 si stava in pace, sobria e pudica.
100 Non avea catenella, non corona,
101 non gonne contigiate, non cintura
102 che fosse a veder più che la persona.
103 Non faceva, nascendo, ancor paura
104 la figlia al padre, che ’l tempo e la dote
105 non fuggien quinci e quindi la misura.
106 Non avea case di famiglia vòte;
107 non v’era giunto ancor Sardanapalo
108 a mostrar ciò che ’n camera si puote.
109 Non era vinto ancora Montemalo
110 dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
111 nel montar sù, così sarà nel calo.
112 Bellincion Berti vid’ io andar cinto
113 di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
114 la donna sua sanza ’l viso dipinto;
115 e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
116 esser contenti a la pelle scoperta,
117 e le sue donne al fuso e al pennecchio.
118 Oh fortunate! ciascuna era certa
119 de la sua sepultura, e ancor nulla
120 era per Francia nel letto diserta.
121 L’una vegghiava a studio de la culla,
122 e, consolando, usava l’idïoma
123 che prima i padri e le madri trastulla;
124 l’altra, traendo a la rocca la chioma,
125 favoleggiava con la sua famiglia
126 d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
127 Saria tenuta allor tal maraviglia
128 una Cianghella, un Lapo Salterello,
129 qual or saria Cincinnato e Corniglia.
130 A così riposato, a così bello
131 viver di cittadini, a così fida
132 cittadinanza, a così dolce ostello,
133 Maria mi diè, chiamata in alte grida;
134 e ne l’antico vostro Batisteo
135 insieme fui cristiano e Cacciaguida.
136 Moronto fu mio frate ed Eliseo;
137 mia donna venne a me di val di Pado,
138 e quindi il sopranome tuo si feo.
139 Poi seguitai lo ’mperador Currado;
140 ed el mi cinse de la sua milizia,
141 tanto per bene ovrar li venni in grado.
142 Dietro li andai incontro a la nequizia
143 di quella legge il cui popolo usurpa,
144 per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
145 Quivi fu’ io da quella gente turpa
146 disviluppato dal mondo fallace,
147 lo cui amor molt’ anime deturpa;
148 e venni dal martiro a questa pace».

16

1 O poca nostra nobiltà di sangue,
2 se glorïar di te la gente fai
3 qua giù dove l’affetto nostro langue,
4 mirabil cosa non mi sarà mai:
5 ché là dove appetito non si torce,
6 dico nel cielo, io me ne gloriai.
7 Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
8 sì che, se non s’appon di dì in die,
9 lo tempo va dintorno con le force.
10 Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
11 in che la sua famiglia men persevra,
12 ricominciaron le parole mie;
13 onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
14 ridendo, parve quella che tossio
15 al primo fallo scritto di Ginevra.
16 Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
17 voi mi date a parlar tutta baldezza;
18 voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.
19 Per tanti rivi s’empie d’allegrezza
20 la mente mia, che di sé fa letizia
21 perché può sostener che non si spezza.
22 Ditemi dunque, cara mia primizia,
23 quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
24 che si segnaro in vostra püerizia;
25 ditemi de l’ovil di San Giovanni
26 quanto era allora, e chi eran le genti
27 tra esso degne di più alti scanni».
28 Come s’avviva a lo spirar d’i venti
29 carbone in fiamma, così vid’ io quella
30 luce risplendere a’ miei blandimenti;
31 e come a li occhi miei si fé più bella,
32 così con voce più dolce e soave,
33 ma non con questa moderna favella,
34 dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
35 al parto in che mia madre, ch’è or santa,
36 s’allevïò di me ond’ era grave,
37 al suo Leon cinquecento cinquanta
38 e trenta fiate venne questo foco
39 a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
40 Li antichi miei e io nacqui nel loco
41 dove si truova pria l’ultimo sesto
42 da quei che corre il vostro annüal gioco.
43 Basti d’i miei maggiori udirne questo:
44 chi ei si fosser e onde venner quivi,
45 più è tacer che ragionare onesto.
46 Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
47 da poter arme tra Marte e ’l Batista,
48 eran il quinto di quei ch’or son vivi.
49 Ma la cittadinanza, ch’è or mista
50 di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
51 pura vediesi ne l’ultimo artista.
52 Oh quanto fora meglio esser vicine
53 quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
54 e a Trespiano aver vostro confine,
55 che averle dentro e sostener lo puzzo
56 del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
57 che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
58 Se la gente ch’al mondo più traligna
59 non fosse stata a Cesare noverca,
60 ma come madre a suo figlio benigna,
61 tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
62 che si sarebbe vòlto a Simifonti,
63 là dove andava l’avolo a la cerca;
64 sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
65 sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
66 e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
67 Sempre la confusion de le persone
68 principio fu del mal de la cittade,
69 come del vostro il cibo che s’appone;
70 e cieco toro più avaccio cade
71 che cieco agnello; e molte volte taglia
72 più e meglio una che le cinque spade.
73 Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
74 come sono ite, e come se ne vanno
75 di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
76 udir come le schiatte si disfanno
77 non ti parrà nova cosa né forte,
78 poscia che le cittadi termine hanno.
79 Le vostre cose tutte hanno lor morte,
80 sì come voi; ma celasi in alcuna
81 che dura molto, e le vite son corte.
82 E come ’l volger del ciel de la luna
83 cuopre e discuopre i liti sanza posa,
84 così fa di Fiorenza la Fortuna:
85 per che non dee parer mirabil cosa
86 ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
87 onde è la fama nel tempo nascosa.
88 Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
89 Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
90 già nel calare, illustri cittadini;
91 e vidi così grandi come antichi,
92 con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
93 e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
94 Sovra la porta ch’al presente è carca
95 di nova fellonia di tanto peso
96 che tosto fia iattura de la barca,
97 erano i Ravignani, ond’ è disceso
98 il conte Guido e qualunque del nome
99 de l’alto Bellincione ha poscia preso.
100 Quel de la Pressa sapeva già come
101 regger si vuole, e avea Galigaio
102 dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.
103 Grand’ era già la colonna del Vaio,
104 Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
105 e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.
106 Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
107 era già grande, e già eran tratti
108 a le curule Sizii e Arrigucci.
109 Oh quali io vidi quei che son disfatti
110 per lor superbia! e le palle de l’oro
111 fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.
112 Così facieno i padri di coloro
113 che, sempre che la vostra chiesa vaca,
114 si fanno grassi stando a consistoro.
115 L’oltracotata schiatta che s’indraca
116 dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
117 o ver la borsa, com’ agnel si placa,
118 già venìa sù, ma di picciola gente;
119 sì che non piacque ad Ubertin Donato
120 che poï il suocero il fé lor parente.
121 Già era ’l Caponsacco nel mercato
122 disceso giù da Fiesole, e già era
123 buon cittadino Giuda e Infangato.
124 Io dirò cosa incredibile e vera:
125 nel picciol cerchio s’entrava per porta
126 che si nomava da quei de la Pera.
127 Ciascun che de la bella insegna porta
128 del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
129 la festa di Tommaso riconforta,
130 da esso ebbe milizia e privilegio;
131 avvegna che con popol si rauni
132 oggi colui che la fascia col fregio.
133 Già eran Gualterotti e Importuni;
134 e ancor saria Borgo più quïeto,
135 se di novi vicin fosser digiuni.
136 La casa di che nacque il vostro fleto,
137 per lo giusto disdegno che v’ha morti
138 e puose fine al vostro viver lieto,
139 era onorata, essa e suoi consorti:
140 o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
141 le nozze süe per li altrui conforti!
142 Molti sarebber lieti, che son tristi,
143 se Dio t’avesse conceduto ad Ema
144 la prima volta ch’a città venisti.
145 Ma conveniesi a quella pietra scema
146 che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
147 vittima ne la sua pace postrema.
148 Con queste genti, e con altre con esse,
149 vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
150 che non avea cagione onde piangesse.
151 Con queste genti vid’io glorïoso
152 e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
153 non era ad asta mai posto a ritroso,
154 né per divisïon fatto vermiglio».

17

1 Qual venne a Climenè, per accertarsi
2 di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
3 quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
4 tal era io, e tal era sentito
5 e da Beatrice e da la santa lampa
6 che pria per me avea mutato sito.
7 Per che mia donna «Manda fuor la vampa
8 del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
9 segnata bene de la interna stampa:
10 non perché nostra conoscenza cresca
11 per tuo parlare, ma perché t’ausi
12 a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
13 «O cara piota mia che sì t’insusi,
14 che, come veggion le terrene menti
15 non capere in trïangol due ottusi,
16 così vedi le cose contingenti
17 anzi che sieno in sé, mirando il punto
18 a cui tutti li tempi son presenti;
19 mentre ch’io era a Virgilio congiunto
20 su per lo monte che l’anime cura
21 e discendendo nel mondo defunto,
22 dette mi fuor di mia vita futura
23 parole gravi, avvegna ch’io mi senta
24 ben tetragono ai colpi di ventura;
25 per che la voglia mia saria contenta
26 d’intender qual fortuna mi s’appressa:
27 ché saetta previsa vien più lenta».
28 Così diss’ io a quella luce stessa
29 che pria m’avea parlato; e come volle
30 Beatrice, fu la mia voglia confessa.
31 Né per ambage, in che la gente folle
32 già s’inviscava pria che fosse anciso
33 l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
34 ma per chiare parole e con preciso
35 latin rispuose quello amor paterno,
36 chiuso e parvente del suo proprio riso:
37 «La contingenza, che fuor del quaderno
38 de la vostra matera non si stende,
39 tutta è dipinta nel cospetto etterno;
40 necessità però quindi non prende
41 se non come dal viso in che si specchia
42 nave che per torrente giù discende.
43 Da indi, sì come viene ad orecchia
44 dolce armonia da organo, mi viene
45 a vista il tempo che ti s’apparecchia.
46 Qual si partio Ipolito d’Atene
47 per la spietata e perfida noverca,
48 tal di Fiorenza partir ti convene.
49 Questo si vuole e questo già si cerca,
50 e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
51 là dove Cristo tutto dì si merca.
52 La colpa seguirà la parte offensa
53 in grido, come suol; ma la vendetta
54 fia testimonio al ver che la dispensa.
55 Tu lascerai ogne cosa diletta
56 più caramente; e questo è quello strale
57 che l’arco de lo essilio pria saetta.
58 Tu proverai sì come sa di sale
59 lo pane altrui, e come è duro calle
60 lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
61 E quel che più ti graverà le spalle,
62 sarà la compagnia malvagia e scempia
63 con la qual tu cadrai in questa valle;
64 che tutta ingrata, tutta matta ed empia
65 si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
66 ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
67 Di sua bestialitate il suo processo
68 farà la prova; sì ch’a te fia bello
69 averti fatta parte per te stesso.
70 Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
71 sarà la cortesia del gran Lombardo
72 che ’n su la scala porta il santo uccello;
73 ch’in te avrà sì benigno riguardo,
74 che del fare e del chieder, tra voi due,
75 fia primo quel che tra li altri è più tardo.
76 Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
77 nascendo, sì da questa stella forte,
78 che notabili fier l’opere sue.
79 Non se ne son le genti ancora accorte
80 per la novella età, ché pur nove anni
81 son queste rote intorno di lui torte;
82 ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
83 parran faville de la sua virtute
84 in non curar d’argento né d’affanni.
85 Le sue magnificenze conosciute
86 saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
87 non ne potran tener le lingue mute.
88 A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
89 per lui fia trasmutata molta gente,
90 cambiando condizion ricchi e mendici;
91 e portera’ne scritto ne la mente
92 di lui, e nol dirai»; e disse cose
93 incredibili a quei che fier presente.
94 Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
95 di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
96 che dietro a pochi giri son nascose.
97 Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
98 poscia che s’infutura la tua vita
99 vie più là che ’l punir di lor perfidie».
100 Poi che, tacendo, si mostrò spedita
101 l’anima santa di metter la trama
102 in quella tela ch’io le porsi ordita,
103 io cominciai, come colui che brama,
104 dubitando, consiglio da persona
105 che vede e vuol dirittamente e ama:
106 «Ben veggio, padre mio, sì come sprona
107 lo tempo verso me, per colpo darmi
108 tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
109 per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
110 sì che, se loco m’è tolto più caro,
111 io non perdessi li altri per miei carmi.
112 Giù per lo mondo sanza fine amaro,
113 e per lo monte del cui bel cacume
114 li occhi de la mia donna mi levaro,
115 e poscia per lo ciel, di lume in lume,
116 ho io appreso quel che s’io ridico,
117 a molti fia sapor di forte agrume;
118 e s’io al vero son timido amico,
119 temo di perder viver tra coloro
120 che questo tempo chiameranno antico».
121 La luce in che rideva il mio tesoro
122 ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
123 quale a raggio di sole specchio d’oro;
124 indi rispuose: «Coscïenza fusca
125 o de la propria o de l’altrui vergogna
126 pur sentirà la tua parola brusca.
127 Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
128 tutta tua visïon fa manifesta;
129 e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
130 Ché se la voce tua sarà molesta
131 nel primo gusto, vital nodrimento
132 lascerà poi, quando sarà digesta.
133 Questo tuo grido farà come vento,
134 che le più alte cime più percuote;
135 e ciò non fa d’onor poco argomento.
136 Però ti son mostrate in queste rote,
137 nel monte e ne la valle dolorosa
138 pur l’anime che son di fama note,
139 che l’animo di quel ch’ode, non posa
140 né ferma fede per essempro ch’aia
141 la sua radice incognita e ascosa,
142 né per altro argomento che non paia».

18

1 Già si godeva solo del suo verbo
2 quello specchio beato, e io gustava
3 lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
4 e quella donna ch’a Dio mi menava
5 disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
6 presso a colui ch’ogne torto disgrava».
7 Io mi rivolsi a l’amoroso suono
8 del mio conforto; e qual io allor vidi
9 ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:
10 non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
11 ma per la mente che non può redire
12 sovra sé tanto, s’altri non la guidi.
13 Tanto poss’ io di quel punto ridire,
14 che, rimirando lei, lo mio affetto
15 libero fu da ogne altro disire,
16 fin che ’l piacere etterno, che diretto
17 raggiava in Bëatrice, dal bel viso
18 mi contentava col secondo aspetto.
19 Vincendo me col lume d’un sorriso,
20 ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
21 ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».
22 Come si vede qui alcuna volta
23 l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
24 che da lui sia tutta l’anima tolta,
25 così nel fiammeggiar del folgór santo,
26 a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
27 in lui di ragionarmi ancora alquanto.
28 El cominciò: «In questa quinta soglia
29 de l’albero che vive de la cima
30 e frutta sempre e mai non perde foglia,
31 spiriti son beati, che giù, prima
32 che venissero al ciel, fuor di gran voce,
33 sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.
34 Però mira ne’ corni de la croce:
35 quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
36 che fa in nube il suo foco veloce».
37 Io vidi per la croce un lume tratto
38 dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
39 né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.
40 E al nome de l’alto Macabeo
41 vidi moversi un altro roteando,
42 e letizia era ferza del paleo.
43 Così per Carlo Magno e per Orlando
44 due ne seguì lo mio attento sguardo,
45 com’ occhio segue suo falcon volando.
46 Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
47 e ’l duca Gottifredi la mia vista
48 per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
49 Indi, tra l’altre luci mota e mista,
50 mostrommi l’alma che m’avea parlato
51 qual era tra i cantor del cielo artista.
52 Io mi rivolsi dal mio destro lato
53 per vedere in Beatrice il mio dovere,
54 o per parlare o per atto, segnato;
55 e vidi le sue luci tanto mere,
56 tanto gioconde, che la sua sembianza
57 vinceva li altri e l’ultimo solere.
58 E come, per sentir più dilettanza
59 bene operando, l’uom di giorno in giorno
60 s’accorge che la sua virtute avanza,
61 sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno
62 col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
63 veggendo quel miracol più addorno.
64 E qual è ’l trasmutare in picciol varco
65 di tempo in bianca donna, quando ’l volto
66 suo si discarchi di vergogna il carco,
67 tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
68 per lo candor de la temprata stella
69 sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.
70 Io vidi in quella giovïal facella
71 lo sfavillar de l’amor che lì era
72 segnare a li occhi miei nostra favella.
73 E come augelli surti di rivera,
74 quasi congratulando a lor pasture,
75 fanno di sé or tonda or altra schiera,
76 sì dentro ai lumi sante creature
77 volitando cantavano, e faciensi
78 or D, or I, or L in sue figure.
79 Prima, cantando, a sua nota moviensi;
80 poi, diventando l’un di questi segni,
81 un poco s’arrestavano e taciensi.
82 O diva Pegasëa che li ’ngegni
83 fai glorïosi e rendili longevi,
84 ed essi teco le cittadi e ’ regni,
85 illustrami di te, sì ch’io rilevi
86 le lor figure com’ io l’ho concette:
87 paia tua possa in questi versi brevi!
88 Mostrarsi dunque in cinque volte sette
89 vocali e consonanti; e io notai
90 le parti sì, come mi parver dette.
91 ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
92 fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
93 ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
94 Poscia ne l’emme del vocabol quinto
95 rimasero ordinate; sì che Giove
96 pareva argento lì d’oro distinto.
97 E vidi scendere altre luci dove
98 era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
99 cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
100 Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
101 surgono innumerabili faville,
102 onde li stolti sogliono agurarsi,
103 resurger parver quindi più di mille
104 luci e salir, qual assai e qual poco,
105 sì come ’l sol che l’accende sortille;
106 e quïetata ciascuna in suo loco,
107 la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
108 rappresentare a quel distinto foco.
109 Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
110 ma esso guida, e da lui si rammenta
111 quella virtù ch’è forma per li nidi.
112 L’altra bëatitudo, che contenta
113 pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
114 con poco moto seguitò la ’mprenta.
115 O dolce stella, quali e quante gemme
116 mi dimostraro che nostra giustizia
117 effetto sia del ciel che tu ingemme!
118 Per ch’io prego la mente in che s’inizia
119 tuo moto e tua virtute, che rimiri
120 ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;
121 sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
122 del comperare e vender dentro al templo
123 che si murò di segni e di martìri.
124 O milizia del ciel cu’ io contemplo,
125 adora per color che sono in terra
126 tutti svïati dietro al malo essemplo!
127 Già si solea con le spade far guerra;
128 ma or si fa togliendo or qui or quivi
129 lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.
130 Ma tu che sol per cancellare scrivi,
131 pensa che Pietro e Paulo, che moriro
132 per la vigna che guasti, ancor son vivi.
133 Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
134 sì a colui che volle viver solo
135 e che per salti fu tratto al martiro,
136 ch’io non conosco il pescator né Polo».

19

1 Parea dinanzi a me con l’ali aperte
2 la bella image che nel dolce frui
3 liete facevan l’anime conserte;
4 parea ciascuna rubinetto in cui
5 raggio di sole ardesse sì acceso,
6 che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
7 E quel che mi convien ritrar testeso,
8 non portò voce mai, né scrisse incostro,
9 né fu per fantasia già mai compreso;
10 ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,
11 e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
12 quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.
13 E cominciò: «Per esser giusto e pio
14 son io qui essaltato a quella gloria
15 che non si lascia vincere a disio;
16 e in terra lasciai la mia memoria
17 sì fatta, che le genti lì malvage
18 commendan lei, ma non seguon la storia».
19 Così un sol calor di molte brage
20 si fa sentir, come di molti amori
21 usciva solo un suon di quella image.
22 Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori
23 de l’etterna letizia, che pur uno
24 parer mi fate tutti vostri odori,
25 solvetemi, spirando, il gran digiuno
26 che lungamente m’ha tenuto in fame,
27 non trovandoli in terra cibo alcuno.
28 Ben so io che, se ’n cielo altro reame
29 la divina giustizia fa suo specchio,
30 che ’l vostro non l’apprende con velame.
31 Sapete come attento io m’apparecchio
32 ad ascoltar; sapete qual è quello
33 dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».
34 Quasi falcone ch’esce del cappello,
35 move la testa e con l’ali si plaude,
36 voglia mostrando e faccendosi bello,
37 vid’ io farsi quel segno, che di laude
38 de la divina grazia era contesto,
39 con canti quai si sa chi là sù gaude.
40 Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
41 a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
42 distinse tanto occulto e manifesto,
43 non poté suo valor sì fare impresso
44 in tutto l’universo, che ’l suo verbo
45 non rimanesse in infinito eccesso.
46 E ciò fa certo che ’l primo superbo,
47 che fu la somma d’ogne creatura,
48 per non aspettar lume, cadde acerbo;
49 e quinci appar ch’ogne minor natura
50 è corto recettacolo a quel bene
51 che non ha fine e sé con sé misura.
52 Dunque vostra veduta, che convene
53 esser alcun de’ raggi de la mente
54 di che tutte le cose son ripiene,
55 non pò da sua natura esser possente
56 tanto, che suo principio discerna
57 molto di là da quel che l’è parvente.
58 Però ne la giustizia sempiterna
59 la vista che riceve il vostro mondo,
60 com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
61 che, ben che da la proda veggia il fondo,
62 in pelago nol vede; e nondimeno
63 èli, ma cela lui l’esser profondo.
64 Lume non è, se non vien dal sereno
65 che non si turba mai; anzi è tenèbra
66 od ombra de la carne o suo veleno.
67 Assai t’è mo aperta la latebra
68 che t’ascondeva la giustizia viva,
69 di che facei question cotanto crebra;
70 ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
71 de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
72 di Cristo né chi legga né chi scriva;
73 e tutti suoi voleri e atti buoni
74 sono, quanto ragione umana vede,
75 sanza peccato in vita o in sermoni.
76 Muore non battezzato e sanza fede:
77 ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
78 ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
79 Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
80 per giudicar di lungi mille miglia
81 con la veduta corta d’una spanna?
82 Certo a colui che meco s’assottiglia,
83 se la Scrittura sovra voi non fosse,
84 da dubitar sarebbe a maraviglia.
85 Oh terreni animali! oh menti grosse!
86 La prima volontà, ch’è da sé buona,
87 da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
88 Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
89 nullo creato bene a sé la tira,
90 ma essa, radïando, lui cagiona».
91 Quale sovresso il nido si rigira
92 poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
93 e come quel ch’è pasto la rimira;
94 cotal si fece, e sì leväi i cigli,
95 la benedetta imagine, che l’ali
96 movea sospinte da tanti consigli.
97 Roteando cantava, e dicea: «Quali
98 son le mie note a te, che non le ’ntendi,
99 tal è il giudicio etterno a voi mortali».
100 Poi si quetaro quei lucenti incendi
101 de lo Spirito Santo ancor nel segno
102 che fé i Romani al mondo reverendi,
103 esso ricominciò: «A questo regno
104 non salì mai chi non credette ’n Cristo,
105 né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
106 Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
107 che saranno in giudicio assai men prope
108 a lui, che tal che non conosce Cristo;
109 e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,
110 quando si partiranno i due collegi,
111 l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
112 Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
113 come vedranno quel volume aperto
114 nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
115 Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,
116 quella che tosto moverà la penna,
117 per che ’l regno di Praga fia diserto.
118 Lì si vedrà il duol che sovra Senna
119 induce, falseggiando la moneta,
120 quel che morrà di colpo di cotenna.
121 Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
122 che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
123 sì che non può soffrir dentro a sua meta.
124 Vedrassi la lussuria e ’l viver molle
125 di quel di Spagna e di quel di Boemme,
126 che mai valor non conobbe né volle.
127 Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
128 segnata con un i la sua bontate,
129 quando ’l contrario segnerà un emme.
130 Vedrassi l’avarizia e la viltate
131 di quei che guarda l’isola del foco,
132 ove Anchise finì la lunga etate;
133 e a dare ad intender quanto è poco,
134 la sua scrittura fian lettere mozze,
135 che noteranno molto in parvo loco.
136 E parranno a ciascun l’opere sozze
137 del barba e del fratel, che tanto egregia
138 nazione e due corone han fatte bozze.
139 E quel di Portogallo e di Norvegia
140 lì si conosceranno, e quel di Rascia
141 che male ha visto il conio di Vinegia.
142 Oh beata Ungheria, se non si lascia
143 più malmenare! e beata Navarra,
144 se s’armasse del monte che la fascia!
145 E creder de’ ciascun che già, per arra
146 di questo, Niccosïa e Famagosta
147 per la lor bestia si lamenti e garra,
148 che dal fianco de l’altre non si scosta».

20

1 Quando colui che tutto ’l mondo alluma
2 de l’emisperio nostro sì discende,
3 che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
4 lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
5 subitamente si rifà parvente
6 per molte luci, in che una risplende;
7 e questo atto del ciel mi venne a mente,
8 come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
9 nel benedetto rostro fu tacente;
10 però che tutte quelle vive luci,
11 vie più lucendo, cominciaron canti
12 da mia memoria labili e caduci.
13 O dolce amor che di riso t’ammanti,
14 quanto parevi ardente in que’ flailli,
15 ch’avieno spirto sol di pensier santi!
16 Poscia che i cari e lucidi lapilli
17 ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
18 puoser silenzio a li angelici squilli,
19 udir mi parve un mormorar di fiume
20 che scende chiaro giù di pietra in pietra,
21 mostrando l’ubertà del suo cacume.
22 E come suono al collo de la cetra
23 prende sua forma, e sì com’ al pertugio
24 de la sampogna vento che penètra,
25 così, rimosso d’aspettare indugio,
26 quel mormorar de l’aguglia salissi
27 su per lo collo, come fosse bugio.
28 Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
29 per lo suo becco in forma di parole,
30 quali aspettava il core ov’ io le scrissi.
31 «La parte in me che vede e pate il sole
32 ne l’aguglie mortali», incominciommi,
33 «or fisamente riguardar si vole,
34 perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
35 quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
36 e’ di tutti lor gradi son li sommi.
37 Colui che luce in mezzo per pupilla,
38 fu il cantor de lo Spirito Santo,
39 che l’arca traslatò di villa in villa:
40 ora conosce il merto del suo canto,
41 in quanto effetto fu del suo consiglio,
42 per lo remunerar ch’è altrettanto.
43 Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
44 colui che più al becco mi s’accosta,
45 la vedovella consolò del figlio:
46 ora conosce quanto caro costa
47 non seguir Cristo, per l’esperïenza
48 di questa dolce vita e de l’opposta.
49 E quel che segue in la circunferenza
50 di che ragiono, per l’arco superno,
51 morte indugiò per vera penitenza:
52 ora conosce che ’l giudicio etterno
53 non si trasmuta, quando degno preco
54 fa crastino là giù de l’odïerno.
55 L’altro che segue, con le leggi e meco,
56 sotto buona intenzion che fé mal frutto,
57 per cedere al pastor si fece greco:
58 ora conosce come il mal dedutto
59 dal suo bene operar non li è nocivo,
60 avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
61 E quel che vedi ne l’arco declivo,
62 Guiglielmo fu, cui quella terra plora
63 che piagne Carlo e Federigo vivo:
64 ora conosce come s’innamora
65 lo ciel del giusto rege, e al sembiante
66 del suo fulgore il fa vedere ancora.
67 Chi crederebbe giù nel mondo errante
68 che Rifëo Troiano in questo tondo
69 fosse la quinta de le luci sante?
70 Ora conosce assai di quel che ’l mondo
71 veder non può de la divina grazia,
72 ben che sua vista non discerna il fondo».
73 Quale allodetta che ’n aere si spazia
74 prima cantando, e poi tace contenta
75 de l’ultima dolcezza che la sazia,
76 tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
77 de l’etterno piacere, al cui disio
78 ciascuna cosa qual ell’ è diventa.
79 E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
80 lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
81 tempo aspettar tacendo non patio,
82 ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
83 mi pinse con la forza del suo peso:
84 per ch’io di coruscar vidi gran feste.
85 Poi appresso, con l’occhio più acceso,
86 lo benedetto segno mi rispuose
87 per non tenermi in ammirar sospeso:
88 «Io veggio che tu credi queste cose
89 perch’ io le dico, ma non vedi come;
90 sì che, se son credute, sono ascose.
91 Fai come quei che la cosa per nome
92 apprende ben, ma la sua quiditate
93 veder non può se altri non la prome.
94 Regnum celorum vïolenza pate
95 da caldo amore e da viva speranza,
96 che vince la divina volontate:
97 non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
98 ma vince lei perché vuole esser vinta,
99 e, vinta, vince con sua beninanza.
100 La prima vita del ciglio e la quinta
101 ti fa maravigliar, perché ne vedi
102 la regïon de li angeli dipinta.
103 D’i corpi suoi non uscir, come credi,
104 Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
105 quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.
106 Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
107 già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
108 e ciò di viva spene fu mercede:
109 di viva spene, che mise la possa
110 ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
111 sì che potesse sua voglia esser mossa.
112 L’anima glorïosa onde si parla,
113 tornata ne la carne, in che fu poco,
114 credette in lui che potëa aiutarla;
115 e credendo s’accese in tanto foco
116 di vero amor, ch’a la morte seconda
117 fu degna di venire a questo gioco.
118 L’altra, per grazia che da sì profonda
119 fontana stilla, che mai creatura
120 non pinse l’occhio infino a la prima onda,
121 tutto suo amor là giù pose a drittura:
122 per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
123 l’occhio a la nostra redenzion futura;
124 ond’ ei credette in quella, e non sofferse
125 da indi il puzzo più del paganesmo;
126 e riprendiene le genti perverse.
127 Quelle tre donne li fur per battesmo
128 che tu vedesti da la destra rota,
129 dinanzi al battezzar più d’un millesmo.
130 O predestinazion, quanto remota
131 è la radice tua da quelli aspetti
132 che la prima cagion non veggion tota!
133 E voi, mortali, tenetevi stretti
134 a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
135 non conosciamo ancor tutti li eletti;
136 ed ènne dolce così fatto scemo,
137 perché il ben nostro in questo ben s’affina,
138 che quel che vole Iddio, e noi volemo».
139 Così da quella imagine divina,
140 per farmi chiara la mia corta vista,
141 data mi fu soave medicina.
142 E come a buon cantor buon citarista
143 fa seguitar lo guizzo de la corda,
144 in che più di piacer lo canto acquista,
145 sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
146 ch’io vidi le due luci benedette,
147 pur come batter d’occhi si concorda,
148 con le parole mover le fiammette.

21

1 Già eran li occhi miei rifissi al volto
2 de la mia donna, e l’animo con essi,
3 e da ogne altro intento s’era tolto.
4 E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
5 mi cominciò, «tu ti faresti quale
6 fu Semelè quando di cener fessi:
7 ché la bellezza mia, che per le scale
8 de l’etterno palazzo più s’accende,
9 com’ hai veduto, quanto più si sale,
10 se non si temperasse, tanto splende,
11 che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
12 sarebbe fronda che trono scoscende.
13 Noi sem levati al settimo splendore,
14 che sotto ’l petto del Leone ardente
15 raggia mo misto giù del suo valore.
16 Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
17 e fa di quelli specchi a la figura
18 che ’n questo specchio ti sarà parvente».
19 Qual savesse qual era la pastura
20 del viso mio ne l’aspetto beato
21 quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
22 conoscerebbe quanto m’era a grato
23 ubidire a la mia celeste scorta,
24 contrapesando l’un con l’altro lato.
25 Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
26 cerchiando il mondo, del suo caro duce
27 sotto cui giacque ogne malizia morta,
28 di color d’oro in che raggio traluce
29 vid’ io uno scaleo eretto in suso
30 tanto, che nol seguiva la mia luce.
31 Vidi anche per li gradi scender giuso
32 tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
33 che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
34 E come, per lo natural costume,
35 le pole insieme, al cominciar del giorno,
36 si movono a scaldar le fredde piume;
37 poi altre vanno via sanza ritorno,
38 altre rivolgon sé onde son mosse,
39 e altre roteando fan soggiorno;
40 tal modo parve me che quivi fosse
41 in quello sfavillar che ’nsieme venne,
42 sì come in certo grado si percosse.
43 E quel che presso più ci si ritenne,
44 si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
45 ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
46 Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
47 del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
48 contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
49 Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
50 nel veder di colui che tutto vede,
51 mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
52 E io incominciai: «La mia mercede
53 non mi fa degno de la tua risposta;
54 ma per colei che ’l chieder mi concede,
55 vita beata che ti stai nascosta
56 dentro a la tua letizia, fammi nota
57 la cagion che sì presso mi t’ha posta;
58 e dì perché si tace in questa rota
59 la dolce sinfonia di paradiso,
60 che giù per l’altre suona sì divota».
61 «Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
62 rispuose a me; «onde qui non si canta
63 per quel che Bëatrice non ha riso.
64 Giù per li gradi de la scala santa
65 discesi tanto sol per farti festa
66 col dire e con la luce che mi ammanta;
67 né più amor mi fece esser più presta,
68 ché più e tanto amor quinci sù ferve,
69 sì come il fiammeggiar ti manifesta.
70 Ma l’alta carità, che ci fa serve
71 pronte al consiglio che ’l mondo governa,
72 sorteggia qui sì come tu osserve».
73 «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,
74 come libero amore in questa corte
75 basta a seguir la provedenza etterna;
76 ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
77 perché predestinata fosti sola
78 a questo officio tra le tue consorte».
79 Né venni prima a l’ultima parola,
80 che del suo mezzo fece il lume centro,
81 girando sé come veloce mola;
82 poi rispuose l’amor che v’era dentro:
83 «Luce divina sopra me s’appunta,
84 penetrando per questa in ch’io m’inventro,
85 la cui virtù, col mio veder congiunta,
86 mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
87 la somma essenza de la quale è munta.
88 Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
89 per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
90 la chiarità de la fiamma pareggio.
91 Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
92 quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
93 a la dimanda tua non satisfara,
94 però che sì s’innoltra ne lo abisso
95 de l’etterno statuto quel che chiedi,
96 che da ogne creata vista è scisso.
97 E al mondo mortal, quando tu riedi,
98 questo rapporta, sì che non presumma
99 a tanto segno più mover li piedi.
100 La mente, che qui luce, in terra fumma;
101 onde riguarda come può là giùe
102 quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
103 Sì mi prescrisser le parole sue,
104 ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
105 a dimandarla umilmente chi fue.
106 «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
107 e non molto distanti a la tua patria,
108 tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
109 e fanno un gibbo che si chiama Catria,
110 di sotto al quale è consecrato un ermo,
111 che suole esser disposto a sola latria».
112 Così ricominciommi il terzo sermo;
113 e poi, continüando, disse: «Quivi
114 al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
115 che pur con cibi di liquor d’ulivi
116 lievemente passava caldi e geli,
117 contento ne’ pensier contemplativi.
118 Render solea quel chiostro a questi cieli
119 fertilemente; e ora è fatto vano,
120 sì che tosto convien che si riveli.
121 In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
122 e Pietro Peccator fu’ ne la casa
123 di Nostra Donna in sul lito adriano.
124 Poca vita mortal m’era rimasa,
125 quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
126 che pur di male in peggio si travasa.
127 Venne Cefàs e venne il gran vasello
128 de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
129 prendendo il cibo da qualunque ostello.
130 Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
131 li moderni pastori e chi li meni,
132 tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
133 Cuopron d’i manti loro i palafreni,
134 sì che due bestie van sott’ una pelle:
135 oh pazïenza che tanto sostieni!».
136 A questa voce vid’ io più fiammelle
137 di grado in grado scendere e girarsi,
138 e ogne giro le facea più belle.
139 Dintorno a questa vennero e fermarsi,
140 e fero un grido di sì alto suono,
141 che non potrebbe qui assomigliarsi;
142 né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.

22

1 Oppresso di stupore, a la mia guida
2 mi volsi, come parvol che ricorre
3 sempre colà dove più si confida;
4 e quella, come madre che soccorre
5 sùbito al figlio palido e anelo
6 con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
7 mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?
8 e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
9 e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
10 Come t’avrebbe trasmutato il canto,
11 e io ridendo, mo pensar lo puoi,
12 poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
13 nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
14 già ti sarebbe nota la vendetta
15 che tu vedrai innanzi che tu muoi.
16 La spada di qua sù non taglia in fretta
17 né tardo, ma’ ch’al parer di colui
18 che disïando o temendo l’aspetta.
19 Ma rivolgiti omai inverso altrui;
20 ch’assai illustri spiriti vedrai,
21 se com’ io dico l’aspetto redui».
22 Come a lei piacque, li occhi ritornai,
23 e vidi cento sperule che ’nsieme
24 più s’abbellivan con mutüi rai.
25 Io stava come quei che ’n sé repreme
26 la punta del disio, e non s’attenta
27 di domandar, sì del troppo si teme;
28 e la maggiore e la più luculenta
29 di quelle margherite innanzi fessi,
30 per far di sé la mia voglia contenta.
31 Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi
32 com’ io la carità che tra noi arde,
33 li tuoi concetti sarebbero espressi.
34 Ma perché tu, aspettando, non tarde
35 a l’alto fine, io ti farò risposta
36 pur al pensier, da che sì ti riguarde.
37 Quel monte a cui Cassino è ne la costa
38 fu frequentato già in su la cima
39 da la gente ingannata e mal disposta;
40 e quel son io che sù vi portai prima
41 lo nome di colui che ’n terra addusse
42 la verità che tanto ci soblima;
43 e tanta grazia sopra me relusse,
44 ch’io ritrassi le ville circunstanti
45 da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
46 Questi altri fuochi tutti contemplanti
47 uomini fuoro, accesi di quel caldo
48 che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
49 Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
50 qui son li frati miei che dentro ai chiostri
51 fermar li piedi e tennero il cor saldo».
52 E io a lui: «L’affetto che dimostri
53 meco parlando, e la buona sembianza
54 ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
55 così m’ha dilatata mia fidanza,
56 come ’l sol fa la rosa quando aperta
57 tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.
58 Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
59 s’io posso prender tanta grazia, ch’io
60 ti veggia con imagine scoverta».
61 Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio
62 s’adempierà in su l’ultima spera,
63 ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
64 Ivi è perfetta, matura e intera
65 ciascuna disïanza; in quella sola
66 è ogne parte là ove sempr’ era,
67 perché non è in loco e non s’impola;
68 e nostra scala infino ad essa varca,
69 onde così dal viso ti s’invola.
70 Infin là sù la vide il patriarca
71 Iacobbe porger la superna parte,
72 quando li apparve d’angeli sì carca.
73 Ma, per salirla, mo nessun diparte
74 da terra i piedi, e la regola mia
75 rimasa è per danno de le carte.
76 Le mura che solieno esser badia
77 fatte sono spelonche, e le cocolle
78 sacca son piene di farina ria.
79 Ma grave usura tanto non si tolle
80 contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
81 che fa il cor de’ monaci sì folle;
82 ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
83 è de la gente che per Dio dimanda;
84 non di parenti né d’altro più brutto.
85 La carne d’i mortali è tanto blanda,
86 che giù non basta buon cominciamento
87 dal nascer de la quercia al far la ghianda.
88 Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
89 e io con orazione e con digiuno,
90 e Francesco umilmente il suo convento;
91 e se guardi ’l principio di ciascuno,
92 poscia riguardi là dov’ è trascorso,
93 tu vederai del bianco fatto bruno.
94 Veramente Iordan vòlto retrorso
95 più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
96 mirabile a veder che qui ’l soccorso».
97 Così mi disse, e indi si raccolse
98 al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
99 poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.
100 La dolce donna dietro a lor mi pinse
101 con un sol cenno su per quella scala,
102 sì sua virtù la mia natura vinse;
103 né mai qua giù dove si monta e cala
104 naturalmente, fu sì ratto moto
105 ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
106 S’io torni mai, lettore, a quel divoto
107 trïunfo per lo quale io piango spesso
108 le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
109 tu non avresti in tanto tratto e messo
110 nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
111 che segue il Tauro e fui dentro da esso.
112 O glorïose stelle, o lume pregno
113 di gran virtù, dal quale io riconosco
114 tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
115 con voi nasceva e s’ascondeva vosco
116 quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
117 quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;
118 e poi, quando mi fu grazia largita
119 d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
120 la vostra regïon mi fu sortita.
121 A voi divotamente ora sospira
122 l’anima mia, per acquistar virtute
123 al passo forte che a sé la tira.
124 «Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
125 cominciò Bëatrice, «che tu dei
126 aver le luci tue chiare e acute;
127 e però, prima che tu più t’inlei,
128 rimira in giù, e vedi quanto mondo
129 sotto li piedi già esser ti fei;
130 sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
131 s’appresenti a la turba trïunfante
132 che lieta vien per questo etera tondo».
133 Col viso ritornai per tutte quante
134 le sette spere, e vidi questo globo
135 tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
136 e quel consiglio per migliore approbo
137 che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
138 chiamar si puote veramente probo.
139 Vidi la figlia di Latona incensa
140 sanza quell’ ombra che mi fu cagione
141 per che già la credetti rara e densa.
142 L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
143 quivi sostenni, e vidi com’ si move
144 circa e vicino a lui Maia e Dïone.
145 Quindi m’apparve il temperar di Giove
146 tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
147 il varïar che fanno di lor dove;
148 e tutti e sette mi si dimostraro
149 quanto son grandi e quanto son veloci
150 e come sono in distante riparo.
151 L’aiuola che ci fa tanto feroci,
152 volgendom’ io con li etterni Gemelli,
153 tutta m’apparve da’ colli a le foci;
154 poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

23

1 Come l’augello, intra l’amate fronde,
2 posato al nido de’ suoi dolci nati
3 la notte che le cose ci nasconde,
4 che, per veder li aspetti disïati
5 e per trovar lo cibo onde li pasca,
6 in che gravi labor li sono aggrati,
7 previene il tempo in su aperta frasca,
8 e con ardente affetto il sole aspetta,
9 fiso guardando pur che l’alba nasca;
10 così la donna mïa stava eretta
11 e attenta, rivolta inver’ la plaga
12 sotto la quale il sol mostra men fretta:
13 sì che, veggendola io sospesa e vaga,
14 fecimi qual è quei che disïando
15 altro vorria, e sperando s’appaga.
16 Ma poco fu tra uno e altro quando,
17 del mio attender, dico, e del vedere
18 lo ciel venir più e più rischiarando;
19 e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
20 del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
21 ricolto del girar di queste spere!».
22 Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
23 e li occhi avea di letizia sì pieni,
24 che passarmen convien sanza costrutto.
25 Quale ne’ plenilunïi sereni
26 Trivïa ride tra le ninfe etterne
27 che dipingon lo ciel per tutti i seni,
28 vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
29 un sol che tutte quante l’accendea,
30 come fa ’l nostro le viste superne;
31 e per la viva luce trasparea
32 la lucente sustanza tanto chiara
33 nel viso mio, che non la sostenea.
34 Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
35 Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
36 è virtù da cui nulla si ripara.
37 Quivi è la sapïenza e la possanza
38 ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
39 onde fu già sì lunga disïanza».
40 Come foco di nube si diserra
41 per dilatarsi sì che non vi cape,
42 e fuor di sua natura in giù s’atterra,
43 la mente mia così, tra quelle dape
44 fatta più grande, di sé stessa uscìo,
45 e che si fesse rimembrar non sape.
46 «Apri li occhi e riguarda qual son io;
47 tu hai vedute cose, che possente
48 se’ fatto a sostener lo riso mio».
49 Io era come quei che si risente
50 di visïone oblita e che s’ingegna
51 indarno di ridurlasi a la mente,
52 quand’ io udi’ questa proferta, degna
53 di tanto grato, che mai non si stingue
54 del libro che ’l preterito rassegna.
55 Se mo sonasser tutte quelle lingue
56 che Polimnïa con le suore fero
57 del latte lor dolcissimo più pingue,
58 per aiutarmi, al millesmo del vero
59 non si verria, cantando il santo riso
60 e quanto il santo aspetto facea mero;
61 e così, figurando il paradiso,
62 convien saltar lo sacrato poema,
63 come chi trova suo cammin riciso.
64 Ma chi pensasse il ponderoso tema
65 e l’omero mortal che se ne carca,
66 nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
67 non è pareggio da picciola barca
68 quel che fendendo va l’ardita prora,
69 né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
70 «Perché la faccia mia sì t’innamora,
71 che tu non ti rivolgi al bel giardino
72 che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
73 Quivi è la rosa in che ’l verbo divino
74 carne si fece; quivi son li gigli
75 al cui odor si prese il buon cammino».
76 Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
77 tutto era pronto, ancora mi rendei
78 a la battaglia de’ debili cigli.
79 Come a raggio di sol, che puro mei
80 per fratta nube, già prato di fiori
81 vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
82 vid’ io così più turbe di splendori,
83 folgorate di sù da raggi ardenti,
84 sanza veder principio di folgóri.
85 O benigna vertù che sì li ’mprenti,
86 sù t’essaltasti, per largirmi loco
87 a li occhi lì che non t’eran possenti.
88 Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
89 e mane e sera, tutto mi ristrinse
90 l’animo ad avvisar lo maggior foco;
91 e come ambo le luci mi dipinse
92 il quale e il quanto de la viva stella
93 che là sù vince come qua giù vinse,
94 per entro il cielo scese una facella,
95 formata in cerchio a guisa di corona,
96 e cinsela e girossi intorno ad ella.
97 Qualunque melodia più dolce suona
98 qua giù e più a sé l’anima tira,
99 parrebbe nube che squarciata tona,
100 comparata al sonar di quella lira
101 onde si coronava il bel zaffiro
102 del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
103 «Io sono amore angelico, che giro
104 l’alta letizia che spira del ventre
105 che fu albergo del nostro disiro;
106 e girerommi, donna del ciel, mentre
107 che seguirai tuo figlio, e farai dia
108 più la spera suprema perché lì entre».
109 Così la circulata melodia
110 si sigillava, e tutti li altri lumi
111 facean sonare il nome di Maria.
112 Lo real manto di tutti i volumi
113 del mondo, che più ferve e più s’avviva
114 ne l’alito di Dio e nei costumi,
115 avea sopra di noi l’interna riva
116 tanto distante, che la sua parvenza,
117 là dov’ io era, ancor non appariva:
118 però non ebber li occhi miei potenza
119 di seguitar la coronata fiamma
120 che si levò appresso sua semenza.
121 E come fantolin che ’nver’ la mamma
122 tende le braccia, poi che ’l latte prese,
123 per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
124 ciascun di quei candori in sù si stese
125 con la sua cima, sì che l’alto affetto
126 ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
127 Indi rimaser lì nel mio cospetto,
128 ‘Regina celi’ cantando sì dolce,
129 che mai da me non si partì ’l diletto.
130 Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
131 in quelle arche ricchissime che fuoro
132 a seminar qua giù buone bobolce!
133 Quivi si vive e gode del tesoro
134 che s’acquistò piangendo ne lo essilio
135 di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
136 Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio
137 di Dio e di Maria, di sua vittoria,
138 e con l’antico e col novo concilio,
139 colui che tien le chiavi di tal gloria.

24

1 «O sodalizio eletto a la gran cena
2 del benedetto Agnello, il qual vi ciba
3 sì, che la vostra voglia è sempre piena,
4 se per grazia di Dio questi preliba
5 di quel che cade de la vostra mensa,
6 prima che morte tempo li prescriba,
7 ponete mente a l’affezione immensa
8 e roratelo alquanto: voi bevete
9 sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».
10 Così Beatrice; e quelle anime liete
11 si fero spere sopra fissi poli,
12 fiammando, a volte, a guisa di comete.
13 E come cerchi in tempra d’orïuoli
14 si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
15 quïeto pare, e l’ultimo che voli;
16 così quelle carole, differente-
17 mente danzando, de la sua ricchezza
18 mi facieno stimar, veloci e lente.
19 Di quella ch’io notai di più carezza
20 vid’ ïo uscire un foco sì felice,
21 che nullo vi lasciò di più chiarezza;
22 e tre fïate intorno di Beatrice
23 si volse con un canto tanto divo,
24 che la mia fantasia nol mi ridice.
25 Però salta la penna e non lo scrivo:
26 ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
27 non che ’l parlare, è troppo color vivo.
28 «O santa suora mia che sì ne prieghe
29 divota, per lo tuo ardente affetto
30 da quella bella spera mi disleghe».
31 Poscia fermato, il foco benedetto
32 a la mia donna dirizzò lo spiro,
33 che favellò così com’ i’ ho detto.
34 Ed ella: «O luce etterna del gran viro
35 a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
36 ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
37 tenta costui di punti lievi e gravi,
38 come ti piace, intorno de la fede,
39 per la qual tu su per lo mare andavi.
40 S’elli ama bene e bene spera e crede,
41 non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
42 dov’ ogne cosa dipinta si vede;
43 ma perché questo regno ha fatto civi
44 per la verace fede, a glorïarla,
45 di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
46 Sì come il baccialier s’arma e non parla
47 fin che ’l maestro la question propone,
48 per approvarla, non per terminarla,
49 così m’armava io d’ogne ragione
50 mentre ch’ella dicea, per esser presto
51 a tal querente e a tal professione.
52 «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
53 fede che è?». Ond’ io levai la fronte
54 in quella luce onde spirava questo;
55 poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
56 sembianze femmi perch’ ïo spandessi
57 l’acqua di fuor del mio interno fonte.
58 «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,
59 comincia’ io, «da l’alto primipilo,
60 faccia li miei concetti bene espressi».
61 E seguitai: «Come ’l verace stilo
62 ne scrisse, padre, del tuo caro frate
63 che mise teco Roma nel buon filo,
64 fede è sustanza di cose sperate
65 e argomento de le non parventi;
66 e questa pare a me sua quiditate».
67 Allora udi’: «Dirittamente senti,
68 se bene intendi perché la ripuose
69 tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
70 E io appresso: «Le profonde cose
71 che mi largiscon qui la lor parvenza,
72 a li occhi di là giù son sì ascose,
73 che l’esser loro v’è in sola credenza,
74 sopra la qual si fonda l’alta spene;
75 e però di sustanza prende intenza.
76 E da questa credenza ci convene
77 silogizzar, sanz’ avere altra vista:
78 però intenza d’argomento tene».
79 Allora udi’: «Se quantunque s’acquista
80 giù per dottrina, fosse così ’nteso,
81 non lì avria loco ingegno di sofista».
82 Così spirò di quello amore acceso;
83 indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
84 d’esta moneta già la lega e ’l peso;
85 ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
86 Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
87 che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
88 Appresso uscì de la luce profonda
89 che lì splendeva: «Questa cara gioia
90 sopra la quale ogne virtù si fonda,
91 onde ti venne?». E io: «La larga ploia
92 de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
93 in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
94 è silogismo che la m’ha conchiusa
95 acutamente sì, che ’nverso d’ella
96 ogne dimostrazion mi pare ottusa».
97 Io udi’ poi: «L’antica e la novella
98 proposizion che così ti conchiude,
99 perché l’hai tu per divina favella?».
100 E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,
101 son l’opere seguite, a che natura
102 non scalda ferro mai né batte incude».
103 Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura
104 che quell’ opere fosser? Quel medesmo
105 che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
106 «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,
107 diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
108 è tal, che li altri non sono il centesmo:
109 ché tu intrasti povero e digiuno
110 in campo, a seminar la buona pianta
111 che fu già vite e ora è fatta pruno».
112 Finito questo, l’alta corte santa
113 risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
114 ne la melode che là sù si canta.
115 E quel baron che sì di ramo in ramo,
116 essaminando, già tratto m’avea,
117 che a l’ultime fronde appressavamo,
118 ricominciò: «La Grazia, che donnea
119 con la tua mente, la bocca t’aperse
120 infino a qui come aprir si dovea,
121 sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;
122 ma or convien espremer quel che credi,
123 e onde a la credenza tua s’offerse».
124 «O santo padre, e spirito che vedi
125 ciò che credesti sì, che tu vincesti
126 ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,
127 comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti
128 la forma qui del pronto creder mio,
129 e anche la cagion di lui chiedesti.
130 E io rispondo: Io credo in uno Dio
131 solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
132 non moto, con amore e con disio;
133 e a tal creder non ho io pur prove
134 fisice e metafisice, ma dalmi
135 anche la verità che quinci piove
136 per Moïsè, per profeti e per salmi,
137 per l’Evangelio e per voi che scriveste
138 poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
139 e credo in tre persone etterne, e queste
140 credo una essenza sì una e sì trina,
141 che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
142 De la profonda condizion divina
143 ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
144 più volte l’evangelica dottrina.
145 Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla
146 che si dilata in fiamma poi vivace,
147 e come stella in cielo in me scintilla».
148 Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
149 da indi abbraccia il servo, gratulando
150 per la novella, tosto ch’el si tace;
151 così, benedicendomi cantando,
152 tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
153 l’appostolico lume al cui comando
154 io avea detto: sì nel dir li piacqui!

25

1 Se mai continga che ’l poema sacro
2 al quale ha posto mano e cielo e terra,
3 sì che m’ha fatto per molti anni macro,
4 vinca la crudeltà che fuor mi serra
5 del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
6 nimico ai lupi che li danno guerra;
7 con altra voce omai, con altro vello
8 ritornerò poeta, e in sul fonte
9 del mio battesmo prenderò ’l cappello;
10 però che ne la fede, che fa conte
11 l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
12 Pietro per lei sì mi girò la fronte.
13 Indi si mosse un lume verso noi
14 di quella spera ond’ uscì la primizia
15 che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
16 e la mia donna, piena di letizia,
17 mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
18 per cui là giù si vicita Galizia».
19 Sì come quando il colombo si pone
20 presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
21 girando e mormorando, l’affezione;
22 così vid’ ïo l’un da l’altro grande
23 principe glorïoso essere accolto,
24 laudando il cibo che là sù li prande.
25 Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
26 tacito coram me ciascun s’affisse,
27 ignito sì che vincëa ’l mio volto.
28 Ridendo allora Bëatrice disse:
29 «Inclita vita per cui la larghezza
30 de la nostra basilica si scrisse,
31 fa risonar la spene in questa altezza:
32 tu sai, che tante fiate la figuri,
33 quante Iesù ai tre fé più carezza».
34 «Leva la testa e fa che t’assicuri:
35 che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
36 convien ch’ai nostri raggi si maturi».
37 Questo conforto del foco secondo
38 mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
39 che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
40 «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
41 lo nostro Imperadore, anzi la morte,
42 ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
43 sì che, veduto il ver di questa corte,
44 la spene, che là giù bene innamora,
45 in te e in altrui di ciò conforte,
46 di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora
47 la mente tua, e dì onde a te venne».
48 Così seguì ’l secondo lume ancora.
49 E quella pïa che guidò le penne
50 de le mie ali a così alto volo,
51 a la risposta così mi prevenne:
52 «La Chiesa militante alcun figliuolo
53 non ha con più speranza, com’ è scritto
54 nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
55 però li è conceduto che d’Egitto
56 vegna in Ierusalemme per vedere,
57 anzi che ’l militar li sia prescritto.
58 Li altri due punti, che non per sapere
59 son dimandati, ma perch’ ei rapporti
60 quanto questa virtù t’è in piacere,
61 a lui lasc’ io, ché non li saran forti
62 né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
63 e la grazia di Dio ciò li comporti».
64 Come discente ch’a dottor seconda
65 pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
66 perché la sua bontà si disasconda,
67 «Spene», diss’ io, «è uno attender certo
68 de la gloria futura, il qual produce
69 grazia divina e precedente merto.
70 Da molte stelle mi vien questa luce;
71 ma quei la distillò nel mio cor pria
72 che fu sommo cantor del sommo duce.
73 ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia
74 dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
75 e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
76 Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
77 ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
78 e in altrui vostra pioggia repluo».
79 Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
80 di quello incendio tremolava un lampo
81 sùbito e spesso a guisa di baleno.
82 Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo
83 ancor ver’ la virtù che mi seguette
84 infin la palma e a l’uscir del campo,
85 vuol ch’io respiri a te che ti dilette
86 di lei; ed emmi a grato che tu diche
87 quello che la speranza ti ’mpromette».
88 E io: «Le nove e le scritture antiche
89 pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
90 de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
91 Dice Isaia che ciascuna vestita
92 ne la sua terra fia di doppia vesta:
93 e la sua terra è questa dolce vita;
94 e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
95 là dove tratta de le bianche stole,
96 questa revelazion ci manifesta».
97 E prima, appresso al fin d’este parole,
98 ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;
99 a che rispuoser tutte le carole.
100 Poscia tra esse un lume si schiarì
101 sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
102 l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
103 E come surge e va ed entra in ballo
104 vergine lieta, sol per fare onore
105 a la novizia, non per alcun fallo,
106 così vid’ io lo schiarato splendore
107 venire a’ due che si volgieno a nota
108 qual conveniesi al loro ardente amore.
109 Misesi lì nel canto e ne la rota;
110 e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
111 pur come sposa tacita e immota.
112 «Questi è colui che giacque sopra ’l petto
113 del nostro pellicano, e questi fue
114 di su la croce al grande officio eletto».
115 La donna mia così; né però piùe
116 mosser la vista sua di stare attenta
117 poscia che prima le parole sue.
118 Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
119 di vedere eclissar lo sole un poco,
120 che, per veder, non vedente diventa;
121 tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco
122 mentre che detto fu: «Perché t’abbagli
123 per veder cosa che qui non ha loco?
124 In terra è terra il mio corpo, e saragli
125 tanto con li altri, che ’l numero nostro
126 con l’etterno proposito s’agguagli.
127 Con le due stole nel beato chiostro
128 son le due luci sole che saliro;
129 e questo apporterai nel mondo vostro».
130 A questa voce l’infiammato giro
131 si quïetò con esso il dolce mischio
132 che si facea nel suon del trino spiro,
133 sì come, per cessar fatica o rischio,
134 li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
135 tutti si posano al sonar d’un fischio.
136 Ahi quanto ne la mente mi commossi,
137 quando mi volsi per veder Beatrice,
138 per non poter veder, benché io fossi
139 presso di lei, e nel mondo felice!

26

1 Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
2 de la fulgida fiamma che lo spense
3 uscì un spiro che mi fece attento,
4 dicendo: «Intanto che tu ti risense
5 de la vista che haï in me consunta,
6 ben è che ragionando la compense.
7 Comincia dunque; e dì ove s’appunta
8 l’anima tua, e fa ragion che sia
9 la vista in te smarrita e non defunta:
10 perché la donna che per questa dia
11 regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
12 la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
13 Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
14 vegna remedio a li occhi, che f